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Due anni fa moriva in cella il magnate addescaminorenni. Ora nei guai anche il principe Andrea, denunciato per abusi

Di sicuro c’è solo che è morto”. Se Tommaso Besozzi fosse ancora tra noi probabilmente descriverebbe così, allo stesso modo in cui descrisse in un’inchiesta il caso del bandito Salvatore Giuliano, il caso del magnate americano Jeffrey Epstein. Era il 10 agosto 2019 quando nel carcere di massima sicurezza di Manhattan, lo stesso dove sono passati El Chapo, Bernie Madoff e John Gotti, il finanziere newyorkese è stato trovato senza vita. Era stato da poco arrestato di ritorno da un viaggio a Parigi a bordo del suo famoso Boeing 727 ribattezzato “Lolita Express”. Lo stesso aereo sul quale si dice che Epstein viaggiava insieme a cariche di Stato, vip e uomini facoltosi di vario tipo per festini di lusso nei suoi resort in giro per il mondo accompagnato da minorenni, per lo più in difficoltà economiche, che adescava con regali e con le quali intratteneva rapporti sessuali. Ed è proprio questo il cuore dell’accusa con la quale la Procura di New York il 6 luglio 2019 aveva messo le manette al miliardario. Accuse gravissime che avrebbero potuto portarlo a scontare 45 anni di carcere, se non fosse che l’uomo dalle illustrissime e potentissime amicizie è morto suicida (secondo le autorità) in cella dopo poche settimane in condizioni poco chiare. Un cold case di cui si sono occupati in molti. Tra questi anche Julie K. Brown, la giornalista del Miami Herald che aveva identificato 80 vittime passate dalle residenze di Epstein a Manhattan, Palm Beach, sull’isola privata di Little St. James e nel ranch in New Mexico, uscita di recente con un libro sulla vicenda: Perversion of Justice (Giustizia perversa). Fu lei a incastrare Epstein con un’inchiesta dopo che il magnate era riuscito a scamparla (nel 2008 patteggiò quindici mesi per violenza sessuale) grazie alle sue potenti amicizie, il denaro e le intimidazioni. Ed è lei oggi che solleva non pochi dubbi sulla morte per suicidio di Epstein.

Il non suicidio del magnate
Nel libro la scrittrice americana si spinge oltre intitolandolo così un capitolo: “Non è stato suicidio”. Di non suicidio aveva parlato, nel periodo immediatamente successivo al decesso, anche il patologo forense assunto della famiglia della vittima Michael Baden il quale aveva affermato che le prove indicano un omicidio piuttosto che un suicidio. Ma quali sono queste prove dunque? E quali i pezzi del puzzle che mancano?
Facciamo un passo indietro agli ultimi giorni di vita del miliardario. Epstein in quel periodo, a cavallo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, era sotto osservazione in carcere per un tentato suicidio, ma molti credevano che fosse stata una messinscena per ricevere un trattamento particolare, come scrive la giornalista. Il magnate aveva depositato denaro, per “protezione”, nei conti di diversi detenuti. Il giorno precedente la morte l’aveva interamente trascorso in compagnia dei suoi avvocati, preparando l’appello per tentare di ottenere l’uscita su cauzione fissato per il 12 agosto. Un elemento, questo, che smonterebbe l’ipotesi secondo la quale Epstein non era lucido e voleva farla finita. Ma andiamo avanti. Il detenuto era in cella con uno spacciatore del Bronx, che proprio quella notte fu inspiegabilmente trasferito in una prigione del Queens per collaboratori della giustizia. I due guardiani che dovevano monitorare Epstein si sarebbero addormentati, contemporaneamente.
Le autorità sostengono di avere prove che si trattò di suicidio ma non le hanno mai rese pubbliche. Il 15 agosto il Washington Post scrisse che Epstein aveva diverse ossa del collo rotte, come è più tipico nei casi di strangolamento che di impiccagione, ed è questa l’ipotesi che da allora ha sostenuto il fratello di Jeffrey, Mark Epstein. Di elementi oscuri però ce ne sono in abbondanza: il lenzuolo trovato legato al collo di Epstein da una parte e alla sommità del letto a castello dall’altra era uno di diversi cappi annodati al letto e alle sbarre della finestra, ma sul pavimento c’era, inspiegabilmente, una macchina per l’apnea notturna con la quale sarebbe stato più semplice impiccarsi utilizzando uno dei cavi. Non si spiega inoltre perché i medici abbiano rimosso subito il cadavere, alterando la scena del crimine, di cui non sono state scattate foto, e non è chiaro che fine abbiano fatto le riprese delle telecamere di sorveglianza.
Epstein non ha lasciato un biglietto d’addio, ma una nota scritta a mano, in cui si lamentava di essere stato chiuso dalle guardie in una doccia per un’ora e nutrito con cibo bruciato.

Chi lo voleva morto?
Se sulle circostanze della morte si può discutere apertamente, certamente non si può discutere sul fatto che un Epstein collaboratore della giustizia sarebbe stata una mina vagante per tutti quei potenti con i quali è venuto in contatto negli anni e che da lui hanno ricevuto o dato favori di ogni tipo. “Molti volevano Jeffrey morto”, ha detto il fratello. Uno dei misteri è se avesse registrato in video i rapporti tra le ragazze e gli amici importanti che visitavano le sue abitazioni. “C’erano sicuramente telecamere nella sua casa, perfino nei bagni. Se anche non ci sono registrazioni, di certo le persone coinvolte sono preoccupate”, assicura. Virginia Roberts Giuffre, reclutata a 16 anni nel 2000 a Mar-a-lago, il resort di Donald Trump, dice di essere diventata una “schiava sessuale” costretta a compiacere gli amici di Epstein: tre volte con il principe Andrea, sette con Les Wexner, proprietario di Victoria’s Secret, e poi l’ex governatore Bill Richardson, il pioniere dell’intelligenza artificiale Marvin Minsky, l’agente di modelle Jean-Luc Brunel, l’avvocato Alan Dershowitz. Tutti negano, ma le notizie circolano comunque e dovunque e non giovano alle loro reputazioni, ai loro affari, alle loro vite. Giuffre ha addirittura denunciato il figlio della Regina Elisabetta negli Stati Uniti sostenendo di essere stata portata nel Regno Unito all'età di 17 anni da Epstein e la sua compagna Ghislaine Maxwell (anche lei accusata di abusi sessuali) per fare sesso con il duca di York in Inghilterra ma anche a New York e nella residenza di Epstein alle Isole Vergini. Una notizia che sta circolando in tutti i tabloid nelle ultime ore e che sta mettendo in imbarazzo Buckingham Palace. “Per ora le uniche prove che ha contro di lui sono la sua parola e una foto insieme, ma chissà che in una causa civile non ne emergano altre”, osserva la giornalista. Ma Giuffre non è l’unica: altre ragazze hanno detto di essere state vittime di abusi da parte di personaggi importanti, ma per ora hanno deciso di non venire allo scoperto. E’ chiaro che il magnate era a conoscenza dei segreti nell’armadio di paperoni più o meno noti. Ed è altrettanto chiaro che avrebbe rappresentato un pericolo per ognuno di loro. Tra i personaggi che Epstein frequentava ci sono stati anche ex presidenti come Donald Trump e Bill Clinton, amici del magnate, i quali, in un periodo in cui Epstein era chiaramente coinvolto con ragazze minorenni, viaggiavano insieme in località turistiche. Anche se non ci sono prove di abusi da parte di entrambi, almeno per ora, Clinton nel 2002 si recò in Africa sul "Lolita Express" per la sua campagna contro l’Aids. Dai registri di volo, emerge che abbia viaggiato sui jet del finanziere 12 volte, non 4 come ha ammesso.

Ghislain Maxwell, la donna dei misteri
Per sapere la verità sulla vita Epstein e probabilmente anche sulla misteriosa morte, sicuramente servirebbe che Maxwell parli. Figlia del potentissimo editore britannico Robert che si pensa addirittura essere legato al Mossad, la Maxwell fu per un periodo fidanzata e poi “amica” di Epstein. Secondo gli investigatori era lei che cercava le minorenni per conto di Epstein da destinare a lui o alle sue amicizie. Era lei a istruirle ai massaggi erotici (di cui usufruiva anche lei), a fare promesse. In sostanza, ad adescarle. “E’ evidente che Ghislaine Maxwell sa molte più cose su ciò che Epstein faceva”, spiega la scrittrice.
Era sempre sui suoi aerei, viveva nelle sue case, e le autorità ritengono che lo abbia aiutato ad organizzare l’intero sistema di abusi sulle minorenni”. Su di lei pendono pesantissime accuse di abusi sessuali e prostituzione minorile. Secondo la scrittrice si tratta di vicende “accadute molto tempo fa, fuori dai termini di prescrizione, o che il suo caso rientra tra quelli delle assistenti per le quali Epstein ottenne l’immunità”. Si tratta dell’accusa per adescamento minorile per la quale patteggiò evitando pene federali e garantendo l’immunità a Maxwell e ad altre assistenti.
La speranza ora è che Maxwell e altri parlino con i magistrati in modo che crolli il castello di carte e venga a galla la verità in modo da rendere giustizia alle decine se non centinaia di vittime di un “ecosistema creato intorno agli abusi e al traffico di minorenni” che, a detta di Brown, non poteva essere frutto di solo due persone.

Fonte: Il Corriere della Sera

Foto tratta da: italyoggi.com

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