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A Villagrazia di Carini l’antefatto delle stragi. Quest’anno sono arrivate condanne e rinvii a giudizio ma ancora rimangono misteri

E’ la mattina del 5 agosto 1989, il poliziotto Antonino Agostino, con un sorriso raggiante, annuncia ai suoi genitori che sua moglie Ida Castelluccio, con la quale si era sposato giorni prima, è in dolce attesa. Papà Vincenzo e mamma Augusta sono entusiasti: dopo le nozze ecco un’altra notizia splendida per un’estate che per loro si prospetta indimenticabile. Ma le cose prendono una piega drammatica con il passare delle ore. Dopo il turno al Commissariato di San Lorenzo, Antonino si reca con sua moglie a casa della famiglia per mostrare le fotografie della cerimonia. Sono le 14 circa e i due sposi stanno per varcare il cancello di casa quando due uomini a bordo di una motocicletta si avvicinano e iniziano a sparare colpendo Nino che, disarmato, cerca di proteggere come può Ida da quella cascata di proiettili, senza successo. La donna senza timore torna indietro cercando disperata di salvare suo marito. E' in quell’istante che vede in volto i due assassini, urlando loro la famosa frase: "Io so chi siete”. I killer decidono quindi di fare fuoco anche sulla donna, eliminando lei e la creatura che portava in grembo. Nino aveva 28 anni, Ida solo 19. Vicenzo Agostino assiste a quasi tutta la scena e da quel giorno ha promesso a sé stesso di non tagliarsi più la barba fino a che non venga fatta verità e giustizia sulla loro morte.
L’omicidio sconvolge l’intera comunità di Villagrazia di Carini. Ai funerali parteciperà anche Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che, rivolgendosi al vice questore del commissariato di San Lorenzo, Saverio Montalbano, confessa di dovere la sua vita a quella bara. I destini del poliziotto e del giudice sono infatti legati da un altro tragico evento. Un altro attentato, per fortuna non andato a termine, quello dell’Addaura del 21 giugno dello stesso anno alla villa al mare del giudice. Un attentato volto a uccidere Falcone sventato dall’intervento provvidenziale proprio del giovane Agostino ed altri che scovaronò il borsone con i candelotti di tritolo nascosto tra gli scogli. Una vicenda intorno alla quale tutt’ora ruotano misteri. Come ancora oggi ruotano misteri intorno allo stesso caso Agostino, bollato in un primo momento come delitto passionale. Ipotesi, questa, scartata fin da subito dai familiari. Antonino Agostino era ufficialmente un poliziotto ma aveva una seconda vita da cacciatore di latitanti. Aveva contatti con ambienti esterni al commissariato e in quel periodo aveva ottenuto informazioni di primissimo livello su alcuni soggetti appartenenti al Sisde che frequentavano i capi mafia di Cosa nostra nel covo di Fondo Pipitone. Secondo il gup di Palermo Alfredo Montalto, infatti, Agostino aveva scoperto che Nino Madonia aveva rapporti con l’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada e Giovanni Aiello, anche lui ex poliziotto ma appartenente ai servizi. E sarebbe questa, oltre alla sua attività segreta di ricerca di latitanti, una delle ragioni che portarono al suo omicidio avvenuto, secondo il legale Fabio Repici, "in sinergia tra uomini di spicco Cosa nostra e uomini delle istituzioni". Per arrivare al movente dell'omicidio, contenuto nelle motivazioni della sentenza che lo scorso 19 marzo ha visto la condanna in abbreviato per l'omicidio il boss di Resuttana Nino Madonia, la famiglia Agostino ha dovuto attendere oltre 30 anni.

Depistaggi e misteri
La ragione di tanta attesa è dovuta principalmente ai numerosissimi depistaggi che hanno riguarda il caso. Depistaggi iniziati nei giorni immediatamente successivi al delitto. Dalla casa dell'agente sono scomparse, infatti, carte importanti che il giovane custodiva dentro l'armadio. A testimoniarne l'esistenza è un biglietto fuoriuscito dal suo portafogli quando il padre il giorno del delitto per la disperazione lo lanciò contro il muro. Nello stesso c'era scritto di andare a cercare dentro l’armadio del poliziotto nel caso in cui gli fosse successo qualcosa.
L'esistenza di questi documenti emerge anche da un'inquietante dichiarazione di Guido Paolilli, l'ex poliziotto in passato indagato per favoreggiamento in concorso aggravato (inchiesta poi archiviata dalla Gip di Palermo, Maria Pino, per avvenuta prescrizione, ndr). Nel 2008 andò in onda un servizio durante la trasmissione "La Vita in diretta" in cui Vincenzo Agostino rammentò la vicenda del biglietto trovato nel portafogli del figlio.
A quel punto il figlio di Paolilli, che assieme a lui seguiva la trasmissione, gli chiese cosa ci fosse in quell'armadio e lo stesso, inconsapevole di essere intercettato, rispose: "Una freca di cose che proprio io ho pigliato e poi ne ho stracciato". Un’azione che, sempre a detta del gup Montalto, ha “indubbiamente alterato - se non depistato - le indagini”. Paolilli, però, ai magistrati ha sempre negato di aver pronunciato quelle parole e che se ciò fosse avvenuto il riferimento sarebbe stato a delle carte che il figlio dello stesso, appena sposato, teneva in casa.
Sempre il gup, tuttavia, di recente ha smontato anche questa versione osservando che in quell’occasione l’ex collega e amico di Agostino inspiegabilmente “si preoccupa di quanto i suoi familiari, se interrogati, potessero dire e li invita espressamente a tacere dicendo di non avere saputo mai nulla di ciò che riguardava il lavoro dello stesso Paolilli”. Un invito “ingiustificato ed incomprensibile, provenendo da un funzionario della Polizia di Stato che dovrebbe fare di tutto per agevolare le indagini”. Sul caso di Antonino Agostino e Ida Castelluccio si sono attivati organismi di potere di ogni genere, uniti nell’interesse di coprire la verità dei fatti. A tentare di depistare le indagini ci ha provato anche il boss stragista di Brancaccio Giuseppe Graviano che ha affermato che “i mandanti dell'omicidio Agostino andrebbero cercati tra gli uomini vicini al boss Contorno”. "Per di più - sempre a detta di Alfredo Montalto nella sentenza di condanna di Madonia - Graviano aggiunge che il movente del duplice omicidio andrebbe individuato nelle indagini che Agostino avrebbe iniziato sulla gestione del collaboratore Contorno e nel coinvolgimento dello stesso Agostino nel fallito attentato all'Addaura ai danni di Giovanni Falcone". Non solo. "Il memoriale prosegue con alcune elucubrazioni che legherebbero il duplice omicidio alla strage di via D'Amelio ma il cui evidente fine è sempre quello di addossare tutte le responsabilità solo ed esclusivamente ai quei soggetti già indicati come tutti legati a Contorno". Il gup descrive quindi le parole di graviano, contenute in una memoria rimessa nel carcere di Terni dove si trova detenuto, di Graviano come un "tentativo non riuscito di depistaggio ad altri fini”. Insomma, l’ennesimo tentativo di sotterrare la verità e mischiare le carte.

Nuove speranze, ma ora caccia ai “pupari”
Ad ogni modo, al di là dei vari depistaggi, la magistratura, l’avvocatura, parte della stampa e gli stessi familiari sembrano essere finalmente riusciti dopo decenni a disegnare una traccia definita sulla strage di Villagrazia di Carini, la strage che ha dato i natali alla strategia di destabilizzazione di Cosa nostra. In questo senso la sentenza di condanna all’ergastolo per Madonia e il rinvio a giudizio per Gaetano Scotto (boss legato ai servizi segreti), accusato di duplice omicidio, e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento sono state una grande notizia per i parenti di Ida e Nino.
Ecco perché ha un altro sapore questo 5 agosto per Vincenzo Agostino e la sua famiglia. Il dolore della scomparsa di Antonino e di sua moglie Ida sicuramente non scomparirà mai, ma il percorso di ricerca della verità avviato coraggiosamente dalla procura generale di Palermo circa un anno fa che ha portato alla condanna e al rinvio a giudizio di esecutori materiali e presunti concorrenti nel delitto, consente agli Agostino di celebrare un 32esimo anniversario diverso rispetto ai trentuno precedenti. La speranza che giustizia venga finalmente fatta su quel tragico pomeriggio d’estate assume oggi forme di concretezza. Non è più una chimera. La sensazione è che la lotta di Vincenzo, “il gigante”, che da qualche anno si trova a lottare senza la sua amata Augusta, abbia finalmente portato dei frutti. Ma c’è ancora strada da fare. Restano da scovare i “pupari”, i veri mandanti dell’omicidio che secondo il papà del poliziotto morto ammazzato, sono ancora in vita e siedono nei palazzi delle istituzioni.


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