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“La riforma proposta, con l’introduzione della cosiddetta improcedibilità, non velocizza i giudizi, si limita semplicemente a ridurre il numero dei processi che potranno concludersi con un accertamento definitivo”. A dirlo è Mario Morra, giudice del Tribunale di Milano in merito alla riforma della giustizia a firma della ministra Marta Cartabia e del premier Mario Draghi approvata in Consiglio dei Ministri e a breve da discutere in Parlamento. “Prevedere un termine massimo di durata dei processi, senza intervenire sui motivi che attualmente non consentono di rispettare quel termine, può rispondere solo a due ragioni: voler prevedere un’amnistia mascherata, oppure credere che i ritardi dipendano dal poco lavoro dei magistrati”, ha spiegato il giudice a ilsussidiario.net. “Se la prima ipotesi è quanto meno poco conveniente per il nostro paese, la seconda sarebbe solo il frutto di una mancata conoscenza di quelli che sono i dati oggettivi sulla produttività dei magistrati in Italia. Esiste un organismo internazionale che raccoglie e valuta i dati relativi all’efficienza dei sistemi giudiziari di tutti i paesi europei (Cepej) da tutti consultabili; in base a questi dati, da almeno un decennio, i magistrati italiani risultano quelli che concludono più procedimenti nel corso di un anno, non solo in primo grado, ma anche in appello e in cassazione. Una produttività maggiore non credo sia sostenibile, se non a discapito della qualità del lavoro e della ponderazione della decisione”. Per quanto riguarda la questione dell’improcedibilità, punto critico della riforma, Morra ha affermato: “L’improcedibilità, nel progetto di riforma, non si applicherà solo ai reati puniti con l’ergastolo. Escludendo fattispecie puramente teoriche (come chi porti le armi contro lo Stato italiano o l’attentato al Presidente della Repubblica) è punito con l’ergastolo solo l’omicidio aggravato o altri reati che comunque si incentrano sulla morte di una o più persone. Ma questi, fortunatamente, sono un numero sparuto. Per tutti gli altri reati, sulla scorta del testo attuale, l’improcedibilità sarà una eventualità estremamente concreta, anche per reati estremamente gravi legati alla criminalità organizzata, e la cosa più illogica e che si prescinderà totalmente sia da ciò che è avvenuto in primo grado - una condanna a 30 anni o un’assoluzione saranno sullo stesso piano -, sia dal tempo trascorso dal momento di commissione del reato, che in ipotesi potrebbe essere stato commesso pochissimo tempo prima della sentenza di primo grado”improcedibilità. Il giudice ha riportato che esiste un altro modo per contenere i tempi del processo che si rifà al modello di alcuni Paesi Europei. “In nessuno Stato europeo possono essere impugnate tutte le sentenze di primo grado e per di più senza alcuna conseguenza pregiudizievole per chi impugna. In Germania, ad esempio, le sentenze emesse da giudici collegiali non sono impugnabili; in Francia, il giudice di appello può modificare la pena in senso peggiorativo per l’imputato, il quale dunque valuterà attentamente se proporre o meno un appello pretestuoso”. Ecco quindi la proposta del giudice del Tribunale di Milano sul tema: “Personalmente sarei stato favorevole alla non appellabilità delle sentenze di assoluzione (che però sono un numero minimo tra quelle che vengono appellate). Un’altra possibilità, a costo zero e dotata di una sua razionalità, era quella prevista nel progetto di riforma del precedente ministro Bonafede, che prevedeva la possibilità, per i reati meno gravi, che i processi in appello venissero decisi da un solo giudice anziché impegnarne tre sullo stesso affare come accade oggi”.
Infine Mario Morra si è detto d’accordo con il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri in merito al fatto che circa il 50% dei processi sarà dichiarato improcedibile. “E’ un dato di fatto che attualmente molte corti di appello non riescono a concludere tutti i processi entro due anni. Io non credo che ciò dipenda dal fatto che i colleghi se la prendano comoda, anche perché già ora i ritardi ingiustificati sono sanzionati disciplinarmente. Per molti processi dunque si arriverà gioco forza all’improcedibilità; questo non danneggerà i magistrati, ma i cittadini. In Italia vengono mediamente commessi 5mila reati al giorno. Salvo alcune figure di reato che forse potrebbero essere depenalizzate, per la stragrande maggioranza dei casi si tratta di reati che ledono interessi meritevoli di protezione. Al di là dei reati di criminalità organizzata, che continuano a costituire un’emergenza per questo paese, pensi ai furti in abitazione, alle rapine, alle migliaia di truffe agli anziani, alle aggressioni, alle bancarotte fraudolente, ai reati legati agli infortuni sul lavoro, ecc., sono tutti reati che ledono una vittima e che, tra l’altro, vengono generalmente commessi in modo seriale. La ragionevole convinzione da parte del reo di non dover subire le conseguenze della propria condotta costituirà un ulteriore incentivo a delinquere. Il prezzo della riforma non sarà pagato dai magistrati, ma dalle vittime dei reati, dai comuni cittadini, alcuni dei quali ingenuamente pensano che l’obiettivo sia quello di limitare lo strapotere dei magistrati, senza però rendersi conto che, almeno le proposte principali, non hanno alcuna attinenza logica con questo scopo”.

Foto © Imagoeconomica

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