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26 luglio 1992: in viale Amelia a Roma una ragazza di 17 anni si lanciò dal settimo piano di un palazzo. E’ così che Rita Atria decise di togliersi la vita. Ventinove anni dopo ricordiamo ancora la sua storia: una vita fatta di dolore, solitudine e sacrifici ma allo stesso tempo un esempio di forza, onore e coraggio.
Rita nacque a Partanna da una famiglia di stampo mafioso. Tutta la vita che conosceva era racchiusa in quel paesino in provincia di Trapani composto da circa 10mila abitanti. Era il 18 novembre 1985, quando il padre venne ucciso per un regolamento di conti, il primo doloroso evento che segnò la sua tragica storia. Rita aveva solo 10 anni, ma già da quel momento iniziò a capire che qualcosa non andava. Il fratello Nicola prese il posto e il ruolo del padre e perse la vita anche lui appena 6 anni dopo, precisamente il 24 giugno 1991. Il dolore per la perdita dell’amato Nicola divenne insostenibile per Rita e la ragazza decise di cercare giustizia e denunciare gli assassini alle autorità, seguendo l’esempio di sua cognata, Piera Aiello. Con i suoi pochissimi anni trovò il coraggio per diventare testimone di giustizia e tutto questo grazie all’incontro con Paolo Borsellino, all’epoca Procuratore di Marsala, che per lei diventò una figura paterna fondamentale: “La picciridda” la chiamava il magistrato. Da quel momento, grazie alle testimonianze della ragazza, vennero arrestati molti personaggi legati alle cosche di Partanna, Sciacca e Marsala. “Fimmina lingua lunga e amica degli sbirri” la chiamavano in città. Nonostante il sostegno della cognata, Rita, visse la sua scelta di esporsi e di opporsi al sistema mafioso in completa solitudine. “Rita non t’immischiare, non fare fesserie”, le diceva all’inizio la madre. Con il tempo la situazione divenne sempre più insostenibile, perché Rita venne ripudiata e minacciata di morte dalla sua stessa famiglia. Così la testimone di giustizia fu costretta a trasferirsi a Roma in località segreta, sotto un programma di protezione, e visse isolata dal resto del mondo. Solo quel magistrato che le sorrideva dolcemente era rimasto al suo fianco, era grazie a lui se aveva riacquistato la speranza che le cose potevano ancora cambiare. Il 19 luglio quando venne a sapere che un auto bomba era esplosa a Palermo e aveva attentato la vita di Paolo Borsellino, scrisse nel suo diario parole strazianti: “Borsellino sei morto per quello in cui credevi, ma io senza di te sono morta.” Una settimana dopo decise di togliersi la vita, perché niente al mondo sarebbe più riuscito a colmare il vuoto che la morte di Paolo gli aveva lasciato. È per questo che Rita Atria viene considerata la “Settima vittima” della strage di Via D’amelio.
Al suo funerale il prete si rifiutò di aprire le porte della chiesa e la madre poco dopo decise di spaccare la sua lapide con un martello, cercando di cancellare per sempre la sua storia. Ma il suo gesto rimarrà impresso nella memoria, un atto di ribellione a quel sistema mafioso che opprimeva come opprime ancora oggi centinaia di famiglie e soprattutto di giovani. Un atto di coraggio e speranza di una giovanissima donna che, dopo aver perso tutto e tutti, continuò imperterrita a lottare e a sognare un mondo più giusto. La sua vita sarà sempre un esempio di forza che ogni giorno ci insegna a non arrenderci mai. E anche quando tutto ci sembra perduto ci ricorda che in qualunque modo vadano le cose “nessuno può impedirci di sognare”.

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