Il video pubblicato da L’Espresso del cazzotto del boss stragista. Un'aggressione sinonimo di un risentimento?

Si fa fatica a credere ai propri occhi nel guardare le riprese delle telecamere del carcere di Sassari pubblicate in esclusiva da L’Espresso. Il filmato riprende il boss stragista di Cosa nostra Leoluca Bagarella, quasi ottantenne, mentre, scortato da una guardia carceraria, alza la voce e poi le mani contro un secondino. Un destro violentissimo dritto in faccia all’agente della penitenziaria che si mette subito le mani in viso per il dolore. Immediato l’intervento del collega venuto in soccorso che ha tentato di bloccare, non senza difficoltà, un Bagarella agguerritissimo che gli ha fatto resistenza nonostante l’evidente differenza di stazza. L’episodio risale a qualche mese fa ma il filmato è stato pubblicato solo ieri e non è il primo caso di aggressione avvenuta in carcere da parte del boss. Mesi fa, infatti, il detenuto al 41bis aveva morso un agente del GOM (Gruppo operativo mobile) della polizia penitenziaria mentre lo stava accompagnando nella saletta da dove avrebbe dovuto partecipare in videoconferenza ad uno dei vari processi in cui è imputato. Poco tempo prima aveva inoltre lanciato olio caldo in faccia a un altro agente. Insomma Bagarella, nonostante i suoi 79 anni, è ancora in grado di alzare le mani, aggredire, mordere, resistere come un toro all’arresto. Sembra che il tempo per lui non sia quasi passato e che il carcere duro, in cui si trova recluso dal 1995 dopo una lunga latitanza, non lo abbia affatto schernito. E’ stata una “reazione non razionale a qualcosa che gli sta succedendo o che gli è successo”, ha affermato l’avvocato del boss, sentito da LaPresse, in merito alla gravissima aggressione avvenuta nel carcere di Bancali. Secondo la legale Bagarella non sarebbe “lucido” e “in sé”. Eppure il boss non sembrava avere problemi di lucidità quando nei primi anni del duemila fece un proclama, annunciando persino uno sciopero della fame, in tema carcerario degno del miglior sindacalista, ergendosi a portavoce di tutti i detenuti ristretti all’Aquila sottoposti all’articolo 41 bis “stanchi - disse Bagarella - di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche”. Se per qualcuno quell’episodio è da non considerare perché avvenuto in un momento in cui Bagarella poteva godere ancora di buona salute mentale, ecco che c’è un altro episodio, molto più recente, in cui “don Luchino”, responsabile di oltre un centinaio di omicidi tra i quali donne e bambini, ha dimostrato di essere ben lucido e cosciente. Si tratta di un episodio che risale al 2018, tre anni fa dunque, e riguarda una lettera autografa in cui Leoluca Bagarella illustra in maniera dettagliata, ai giudici della corte d’Assise di Palermo nel processo Trattativa Stato-mafia, le ragioni per cui merita di essere assolto dall’accusa di minaccia e violenza a corpo politico dello Stato. E ancora. Qualche anno prima, nel 2007 il boss nel processo per l'omicidio di Giuseppe Caravà fece dichiarazioni spontanee, una sorta di proclama, l’ennesimo, per smentire la notizia, appresa non si sa come dall’ANSA, che fosse avvenuto uno scambio di anelli tra lui e Nitto Santapaola a suggello di un patto mafioso nelle carceri. E’ evidente che la narrativa che vuole un Bagarella impazzito uscito dai gangheri che aggredisce, urla e si dimena improvvisamente per una non meglio precisata ragione non sta in piedi. Ma perché, allora, Bagarella viene così spesso alle mani? C’è qualcosa che lo molesta? Potrebbero queste aggressioni essere sinonimo di un risentimento su qualcosa che lo infastidisce, che lo turba? Naturalmente non è dato sapere con certezza. Ma se volessimo lanciare delle ipotesi non possiamo ignorare il fatto che il braccio destro di Riina ha da anni una storica ostilità nei confronti di ex compagni d’armi che oltretutto, oggi, a distanza di anni, stanno lanciando segnali alla magistratura raccontando quelle che sono alcune delle loro verità.


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L'arresto di Leoluca Bagarella © Letizia Battaglia


Tra questi ricordiamo Giuseppe Graviano, anche lui boss stragista che contribuì con Bagarella a sostenere e organizzare gli attentati a Roma, Firenze e Milano, il quale, per esempio, al processo ‘Ndrangheta stragista aveva suggerito al pm Giuseppe Lombardo di indagare sul suo arresto per scoprire i veri mandanti delle stragi e di aver incontrato più volte Berlusconi a Milano 3 nel ’93, nonché di aver appreso che nella città c’era un imprenditore che non voleva che le stragi cessassero. Su questo punto in passato Bagarella si era lamentato che Graviano aveva contatti di un certo tipo a Milano e non faceva sapere nulla a lui. E’ un azzardo collegare lo “straparlare" (naturalmente volto a mischiare verità a menzogne) di Graviano, che di recente ha persino scritto una lettera al ministro della giustizia Marta Cartabia, all’irascibilità di Bagarella? Probabilmente no. Di certo c’è che il contenzioso tra i due ha origini storiche. E riguarda la lite tra entrambi avvenuta nei primi anni ’90 con anche Filippo Graviano. Un “dissidio” che, a detta di Giovanni Brusca, provocò la fine della strategia stragista e quindi delle bombe che “altrimenti sarebbero continuate”. “Bagarella si schierò con Tullio Cannella e i Graviano si allontanarono - raccontò Brusca al processo Mori-Obinu - hanno preferito chiudere tutti i contatti e i rapporti con Bagarella”. Ad ogni modo, al di là delle ragioni per le quali ci si può interrogare sulla veemenza del boss stragista, il dato ben più preoccupante riguarda l’aggressione in sé. Soprattutto alla luce della possibilità, non più così remota, dopo la recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che anch’egli possa accedere a benefici di carattere detentivo, come permessi premio, dissociandosi semplicemente dall’organizzazione. Cosa potrebbe fare un assassino spietato, un animale, come Bagarella fuori dalle carceri? Se non teme di malmenare agenti della penitenziaria, ovvero uomini di Stato in divisa, quanto gli costerebbe vendicarsi di chi lo ha messo per oltre un ventennio dietro le sbarre, siano essi magistrati, siano essi giornalisti, siano essi parenti delle sue vittime o persino ex compari d’armi, oggi pentiti, come Pasquale Di Filippo. Lo stesso Pasquale Di Filippo che, tormentato, un anno fa, proprio nel periodo in cui la Consulta aveva dato via libera ai permessi premio per i boss irriducibili, aveva detto chiaramente “se Bagarella esce mi viene a carcere”. Aggiungendo, per di più, che se “sa che deve uscire in permesso, si organizza prima e prepara non uno ma sei omicidi”. I pentiti conoscono bene il modo di ragionare dei loro vecchi compagni, ne sanno interpretare i linguaggi, sanno fin dove possono spingersi e perfino a cosa pensano. “Bagarella si è fatto 24 anni di carcere al 41-bis e non c’è stata una notte che non ha pensato a me”, aveva detto ancora il collaboratore di giustizia che lo fece arrestare nel ’95. In questo senso l’aggressione del boss corleonese non va affatto sottovalutata ma va inserita in un contesto di allarme generale che i magistrati antimafia da oltre un anno stanno lanciando continuamente a governi, istituzioni e società civile.
La pericolosità del condannato per mafia cessa solo nel momento in cui questi collabora con i magistrati e rompe il legame con l’organizzazione, aveva ribadito l’avvocato Antonio Ingroia a "Non è l’Arena". Ecco perché chi non collabora con la giustizia deve scontare il carcere fino all’ultimo giorno di pena. Non è questione di giustizialismo o garantismo, come vorrebbe spacciarla certa stampa, ma di pubblica sicurezza. Un mafioso - e ancor di più - un mafioso stragista, fuori dalle patrie galere è un serio pericolo per la comunità tutta. E' ora che i signori e le signore di Palazzo lo capiscano.

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