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Questa mattina, a Palermo, in via Francesco Paolo Di Blasi, è stato ricordato il capo della Squadra mobile Boris Giuliano, ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979. L'investigatore che tra i primi comprese l'importanza di seguire il denaro e gli affari per risalire agli interessi di Cosa nostra. Il poliziotto si rese autore di numerose indagini sul traffico di droga tra Sicilia e Usa. Anche in collaborazione con la polizia americana, Giuliano diresse importanti indagini su Cosa nostra e quindi sviluppò un metodo investigativo innovativo per quei tempi. “Valoroso funzionario di Pubblica Sicurezza, - è scritto nella motivazione della medaglia d’oro al valor civile - pur consapevole dei pericoli cui andava incontro operando in un ambiente caratterizzato da intensa criminalità, con alto senso del dovere e non comuni doti professionali si prodigava infaticabilmente nella costante e appassionante opera di polizia giudiziaria che portava all'individuazione e all'arresto di pericolosi delinquenti, spesso appartenenti ad organizzazioni mafiose anche a livello internazionale. Assassinato in un vile e proditorio agguato tesogli da un killer, pagava con la vita il suo coraggio e la dedizione ai più alti ideali di giustizia”. Da parte nostra grandissimo rispetto ed onore alla famiglia (nel 2005 ricevemmo l'onore che il fratello Emanuele premiò il direttore Bongiovanni con il premio Rocco Chinnici a piazza Armerina). Di seguito vi proponiamo un articolo in sua memoria.





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© Ernesto Battaglia


Boris Giuliano: un poliziotto ''innovativo'' nella Palermo di ieri

di Jamil El Sadi - 21 Luglio 2017

E’ il 21 luglio del 1979, Giorgio Boris Giuliano, uscito di casa in anticipo rispetto al solito, si sta recando al “Bar Lux” in via Di Blasi, in attesa dell’arrivo della macchina con il suo autista. Dentro al bar ordina un semplice caffè. Sta prendendo il portafogli per pagare, quando improvvisamente alcuni proiettili gli trafiggono il torace e, come se non bastasse, un ultimo proiettile lo colpisce alla nuca, quello che in gergo viene chiamato “colpo di grazia”. In un attimo la via si riempie di ambulanze e auto della polizia.
Sono le otto del mattino di 38 anni fa, quando in via Di Blasi viene ammazzato il capo della squadra mobile di Palermo, per mano del boss Leoluca Bagarella che a volto scoperto entra nel bar e strappa la vita ad un uomo onesto, senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.
Boris Giuliano, attratto da sempre dal mondo delle investigazioni, grande lettore di libri di storia e libri gialli, iniziò la sua carriera nelle forze dell'ordine nel 1962 con un concorso di polizia. La sua formazione continuò poi in Cina, dove svolse un lungo apprendistato nei quartieri di Soho e negli Stati Uniti collaborando con l'FBI e la DEA da cui deriva la sua riconosciuta abilità nei conflitti a fuoco.
A Palermo Boris era un poliziotto che a differenza di tanti altri, non si soffermava alle apparenze, bensì indagava fino in fondo. Era convinto che i fatti delittuosi apparentemente isolati erano invece collegati tra loro. In una città come il capoluogo siculo degli anni '70, ancora alle prime armi nella lotta al crimine organizzato e privo di mezzi idonei, Boris Giuliano diede un forte impulso di modernità con le sue intuizioni sul traffico di droga USA-Sicilia e introducendo un modo rivoluzionario, per l'epoca, di condurre le indagini: il lavoro di squadra.


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I funerali di Boris Giuliano © Letizia Battaglia


Un metodo di lavoro innovativo
Il suo gruppo d'èlite era formato da Tonino De Luca, Paolo Moscarelli e Vincenzo Boncoraglio tutti poliziotti volenterosi, ognuno con un compito preciso e ben delineato così da non intralciarsi o scontrarsi nel corso delle indagini o delle operazioni.
Ogni funzionario all'interno della squadra mobile era responsabile di un settore della criminalità organizzata controllati dall'occhio attento del “maresciallo”, (così veniva chiamato Boris ndr). Una sua intuizione che diede una importante svolta al metodo investigativo fu costruire una mappatura delle famiglie mafiose basandosi su omicidi nei vari quartieri e nelle periferie. 
Oltre alla creazione di un archivio, chiamato “fascicoli a seconda”, formato da piccoli fogli di carta dove veniva scritto tutto ciò che veniva scoperto sulla vita di un personaggio. 
Un ulteriore caratteristica del metodo investigativo di Boris era quella di allontanare dalla scena del crimine i cronisti, i poliziotti e chiunque non facesse parte della sua squadra, perché, come diceva sempre “bisogna sterilizzare la scena del crimine, così che qualsiasi indizio e qualsiasi impronta lasciata dagli assassini può essere utilizzata a pieno”.

Quelle intuizioni sul traffico di droga
Appena entrato in polizia si ritrovò ad investigare, sia come capo della squadra omicidi sia come capo della squadra mobile, sui casi dei giornalisti Mauro De Mauro e Mario Francese, e del segretario provinciale di Palermo della DC, Michele Reina.
Successivamente indagò anche sul caso del boss Giuseppe Di Cristina. Boris iniziò ad intuire le tratte di ingenti partite di droga tra la sicilia e gli Stati Uniti e, esattamente un mese prima di morire, il lavoro svolto tempo addietro con le agenzie federali statunitensi, FBI e DEA, diede risultati significativi. Infatti all'aeroporto Punta Raisi di Palermo vennero trovate, da alcuni agenti di polizia, due valige contenenti 500mila dollari, la parcella pagata da famiglie mafiose d'oltreoceano a quelle sicule per l'eroina. Pochi giorni dopo, all'aeroporto di New York furono rinvenute delle valige con una partita ingente di eroina proveniente da Punta Raisi per un valore stimato di 10 miliardi di dollari. Questo duplice rinvenimento fu una conferma inequivocabile del traffico di stupefacenti, che evidenziò il collegamento tra famiglie mafiose siciliane come i Bontade, gli Spatola, gli Izerillo e i Gambino e famiglie mafiose negli U.S.A.


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© Cristina Scuderi


L'eredità di Giuliano
Ad oggi siamo sicuri di una cosa, Boris Giuliano era un poliziotto rispettoso, onesto, che rivoluzionò il metodo investigativo puntando sull'unione della squadra. Si dice spesso che “l'unione fa la forza” e Boris questo concetto lo colse appieno, declinandolo nella sua professione. Un “modus operandi” poi ripreso nel tempo anche da Rocco Chinnici con il Pool antimafia.
Questa storia testimonia l'esistenza di molti poliziotti onesti che credono nel servizio che svolgono e si sentono vicini ai cittadini nonostante alcune persone ancora oggi continuino a vedere le forze dell'ordine come un qualcosa di esterno.

Foto di copertina © Letizia Battaglia

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