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Un testo del figlio dell’avvocato assassinato 42 anni fa

Ieri sera, a Milano, l’Associazione Libera e il Comune hanno celebrato il quarantaduesimo anniversario dell’omicidio di mio padre, Giorgio Ambrosoli, con una fiaccolata: nel luogo esatto dove è stata interrotta, la vita di papà è stata ricordata in una maniera intima e pubblica al contempo.
Lì, ove 42 anni fa, come primo gesto di tributo, qualcuno pose tra le macchie di sangue sul marciapiede un piccolo vaso con un mazzetto di fiori, è stato possibile una volta di più riflettere su quanto l’esempio di vita interpretato da papà appartenga non tanto alla Storia, quanto piuttosto al presente di tantissimi.
Chi conosce quegli anni sa che il 1979 è stato complicato e drammatico. Trentacinque le vittime del terrorismo (solo nel mese di gennaio sono stati assassinati: una guardia giurata a Torino, Guido Rossa a Genova, Emilio Alessandrini a Milano), numerosi gli ulteriori fatti di violenza politica (come l’irruzione armata a Roma da parte di esponenti di un gruppetto politico alla sede di Radio Città Futura: cinque conduttrici ferite da colpi di rivoltella, poi incendio dei locali), poi l’omicidio di Mino Pecorelli a Roma, quello del capo della squadra mobile, Boris Giuliano e, a distanza di poco, del giudice Cesare Terranova a Palermo. E tanto altro.
Tuttavia chi, determinandosi all’omicidio di papà, aveva confidato nel fatto che quella morte violenta si sarebbe confusa fra le tante numerose di quei tempi è stato smentito.
È possibile attribuirne il merito all’impegno di tanti che (chi da subito, chi nel tempo) hanno messo a fuoco con nitore le ragioni di quell’assassinio e le dinamiche del sistema di potere che lo ha generato, nonché ha contribuito affinché si affermassero verità e giustizia. Da Marco Vitale, autore del fondo voluto da Indro Montanelli per Il Giornale del 13 luglio 1979, a Giampalo Pansa e Fabrizio Ravelli su Repubblica negli anni che hanno preceduto la sentenza con cui la corte d’Assise di Milano ha condannato, a metà degli anni ’80, il mandante dell’omicidio e il suo complice. Da Corrado Staiano, autore nel 1992 di "Un eroe borghese", testo che ha fatto definitivamente uscire quella vicenda dalla cronaca giudiziaria facendone strumento per la maturazione delle coscienze, a chi di quel libro ha fatto un film di impegno civile, premiato da un pubblico curioso e capace di appassionarsi, spesso ancor oggi composto da studenti sapientemente preparati dai loro docenti. A chi ha voluto, e ancora periodicamente vuole, sperimentare la trasposizione di quella vicenda in altre forme di narrazione. Impegni istituzionali (come quelli dei magistrati che hanno affermato la verità, ma anche di tanti rappresentanti delle istituzioni che hanno voluto dare tributo all’esempio di Giorgio Ambrosoli, a partire da quattro degli ultimi sei Presidenti della Repubblica) e civili (economisti, giornalisti, scrittori, professori di scuola e universitari, grafici, sceneggiatori, documentaristi, cittadini, ecc…) che hanno, in un certo senso, idealmente mantenuto quel vaso di fiori: per ricordare.
Cioè per tenere vivo nel proprio cuore un esempio di vita che sa essere di ispirazione, che sa stimolare consapevolezza, generare impegno, aiutare a decidere "da che parte stare" innanzi alle tante insidie per la coscienza. Che sa ancora far indignare e sperare al contempo: perché l’esempio di vita offerto da Giorgio Ambrosoli dimostra che è possibile resistere non solo al male, ma anche al sacrosanto desiderio di aver salva la vita, se il prezzo è tradirne il senso. È possibile e bello vivere la propria responsabilità, quale che essa sia: senza alibi e con protagonismo.

Tratto da: La Repubblica

Foto © Imagoeconomica

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