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Il tema della prescrizione, l'irragionevole 'tagliola' temporale per i processi, e il ruolo del "gioco grande" sull'inefficienza del processo penale. Sono stati questi gli argomenti toccati dall'ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato in un articolo pubblicato oggi dal Fatto Quotidiano.
"Alcune modifiche alla legge Bonafede sulla prescrizione, previste nel testo emendato dal governo e approvato dal Consiglio dei ministri, presentano profili di irragionevolezza tali da lasciare stupiti" ha scritto Scarpinato entrando nello specifico per quanto riguarda "l’estinzione del processo per improcedibilità dell’azione penale qualora il grado di appello non sia definito entro due anni e quello di Cassazione in un anno, e ciò a prescindere dai termini di prescrizione del reato e dalla durata del primo grado".
L'ex procuratore osserva che tale disciplina andrà a riverberare anche "per reati per i quali il codice penale prevede un termine di prescrizione molto lungo in considerazione della loro gravità e che sono stati definiti in primo grado in pochi mesi per direttissima o con giudizio immediato". Così facendo si crea un paradosso poiché il reato rientra nella categoria degli improcedibili nonostante i tempi previsti dalla legge Pinto per la definizione dei processi e anche per quelli concernenti alla prescrizione, che in molti casi sono assai lunghi. Come ad esempio il reato di rapina ha un termine di prescrizione pari a 12 anni e 5 mesi, lo stesso per altri reati come l’estorsione, che pure si prescrive in 12 anni e 5 mesi; il depistaggio con la distruzione di prove essenziali per l’individuazione di autori di omicidi e stragi, che si prescrive in 15 anni; il disastro ambientale, che si prescrive in 30.
Quindi come si spiega che lo stesso Stato ha sancito nel codice di procedura penale un termine di prescrizione se l'interesse pubblico che l'accompagna viene meno dopo appena due anni, sei mesi e un giorno?
Scarpinato è entrato nel merito di questa contraddizione con un esempio: "Poniamo che Tizio, con giudizio direttissimo, sia stato condannato dal Tribunale per rapina con sentenza emanata a distanza di sei mesi dalla data di consumazione del reato. Se in appello la durata del procedimento sfora i due anni, anche di un solo giorno, il processo si estingue con tutte le conseguenze del caso. Non si comprende la logica di tale soluzione. Per il reato di rapina il termine di prescrizione è di 12 anni e 5 mesi, il che significa che lo Stato ha stabilito nel codice penale che occorre il decorso di tale lungo periodo prima che possa considerarsi venuto meno l’interesse pubblico alla individuazione dei colpevoli e alla loro punizione".
La nuova riforma è stata emanata sulla base dell'ormai onnipresente mantra dei 'processi infiniti' e quindi giustificata per l’irragionevole durata dei provvedimenti giudiziari, ma come ha scritto l'ex magistrato, "la 'legge Pinto', che ha introdotto il risarcimento dei danni per quella ragione, prevede che in ogni caso, il termine ragionevole è rispettato se il giudizio viene definito in modo irrevocabile non oltre i 6 anni. A tutto ciò occorre aggiungere che è concreta ed elevata la possibilità che in tali casi e in molti altri il giudizio di appello non possa essere definito in 2 anni".
Infatti, come riportato anche da numerosi addetti ai lavori, le Corti di Appello sono letteralmente ingolfate dalla mole dei processi arretrati e questo le ha costrette a mettere in coda i processi più recenti oppure occuparsi dei più vecchi lasciano nel limbo quelli nuovi.
Se con la nuova riforma i processi più arretrati vengono 'falciati' si rischia, ha scritto Scarpinato "di innescare una spirale perversa disincentivando il ricorso ai riti alternativi in primo grado (patteggiamento allargato e giudizio abbreviato) e puntando tutto sull’improcedibilità in appello, con rischi molto ridotti per i condannati: sino all’ultimo, se proprio si mette male, si può sempre patteggiare in appello tramite il c.d. concordato".
Ma a fronte di tutto questo, qual'è lo scoglio che non permette al legislatore di trovare una soluzione nell'ambito penale che faccia concordare i giusti giudizi con l'efficienza?
Secondo l'ex magistrato le difficoltà "non sono tecniche, ma macropolitiche". Infatti esiste una quota consistente della società civile, dotata di grande influenza, anche sulla politica, che per vari motivi non ha alcun interesse a dare vita a un sistema penale che coniughi efficienza e garanzie. "Lo dimostra il fatto - ha scritto l'ex procuratore - che il tema della prescrizione è ormai da decenni al centro di uno scontro politico di tale intensità da avere determinato anche il pericolo di crisi di governo, caso unico al mondo".
Una prima fetta di questa 'società' è rappresentata dalla "crescente area della 'illegalità di sussistenza': masse popolari condannate all’indigenza che sopravvivono grazie a svariati reati, da quelli contravvenzionali sino a quelli tipici della bassa manovalanza al servizio della criminalità organizzata" un sottoprodotto, come ha scritto Scarpinato, "di un sistema che non essendo disposto a pagare gli ingenti costi economici di politiche riformiste e di inclusione sociale, offre, in cambio del mantenimento dello status quo, l’alternativa di una sostanziale tolleranza e convivenza con tale tipo di illegalità, che si realizza in tanti modi".
Ad esempio con "la sterilizzazione della sanzione penale grazie alla prescrizione di una moltitudine di reati, o con condanne a pene pecuniarie inesigibili per lo stato di indigenza dei condannati e non commutabili in lavoro sociale per mancanza di lavoro, o ancora con misure alternative che consistono nel rispedire i condannati negli stessi inferni sociali che li hanno indotti al crimine". Queste misure riverberano anche nell'amplissima area sociale dell’illegalità di massa - abusivismo edilizio ed evasione fiscale - la quale rappresenta "un enorme bacino elettorale conteso da tutte le forze politiche" ha scritto Scarpinato ribadendo che da qui parte "un diritto penale di pura esibizione muscolare, ma in realtà di programmata inefficienza. E ancora, c’è l’illegalità di ampi settori della classe dirigente: la strumentalizzazione dei poteri pubblici a interessi privati e lobbistici e la predazione sistemica di risorse collettive perpetuano a monte le condizioni che sono a valle alla base dell’illegalità di sussistenza e popolare". E poi ancora: "Da qui l’instancabile sabotaggio dell’efficienza del sistema penale condotto da tali settori negli ultimi 30 anni per garantire l’impunità ai colletti bianchi".
Un obbiettivo pienamente realizzato come dimostrato delle statistiche sulla composizione sociale della popolazione carceraria la quale indica una percentuale di colletti bianchi estremamente ridotta rispetto agli altri detenuti.
"Dopo l’approvazione della 'Bonafede', il giocattolo si era rotto e il coefficiente di rischio e di costi penali per reati elitari si era pericolosamente alzato" ha scritto l'ex magistrato palermitano ribadendo che "si sarebbe dovuto abbattere il numero dei reati espungendo dal diritto penale la miriade di reati contravvenzionali in larga misura destinati alla prescrizione dalla brevità dei termini quadriennali; introdurre seri strumenti per incentivare i riti alternativi disincentivando le tecniche dilatorie per lucrare la prescrizione; abbattere i tempi nei limiti della 'Pinto' eliminando tempi morti e inutili lungaggini; aumentare le piante organiche della magistratura per assicurare la proporzionalità tra il numero dei magistrati e quello dei procedimenti. Invece si è preferito introdurre alcuni palliativi e tornare al punto di partenza con la facile scorciatoia di abbattere i processi per sopravvenuta improcedibilità".
Infine Scarpinato ha scritto che "se vogliamo essere realisti, sino a quando il 'gioco grande' dietro le quinte resterà quello descritto, il sistema penale è destinato a restare nella sostanza quello che è. L’ordinamento penale vivente del resto è l’ordinamento della realtà risultante dai mutevoli rapporti di forza tra le varie componenti della società e dalle loro reciproche transazioni e compensazioni".

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Foto © Imagoeconomica

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