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Al processo Stato-mafia l’arringa dell’avvocato Romito

Critiche contro una sentenza che “pecca di genericità ed astrattezza”. Critiche contro la stampa, rea di aver dato vita ad una “gogna mediatica” contro il proprio assistito. Critiche contro l'accusa dei pm che hanno portato ad un “processo ingiusto contro valorosi ufficiali del Ros dei carabinieri”. Sono queste le considerazioni dell'avvocato Francesco Romito, legale dell'ufficiale del Ros Giuseppe De Donno (in foto), nella sua arringa difensiva al processo d'appello sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia.
Il colonnello De Donno è stato condannato in primo grado ad 8 anni ed oggi, nell'aula bunker del Pagliarelli, Romito ha chiesto l'assoluzione perché “il fatto non sussiste” partendo dal principio che il fine di quel dialogo, avviato immediatamente dopo la strage di Capaci, fosse più alto. “Era giusto trattare? La sentenza appellata dice di no. Ma non si tiene conto della storia del nostro Paese che mette davanti il principio più alto: quello di salvare le vite umane di fronte ad una situazione di emergenza e di pericolo. Anche attraverso trattative? Sì - ha detto Romito in aula rivolgendosi alla Corte presieduta da Angelo Pellino (a latere Vittorio Anania) - Io capisco che faccia schifo il solo pensiero di potere avvicinare chi ha trucidato Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, gli agenti delle scorte. Ma se devi salvare vite umane ti turi il naso e lo fai. Le forze dell'ordine devono fare questo, salvare vite prima di tutto. Il vice brigadiere Salvo D'Acquisto, fece questo: a Palidoro trattò con chi era autore delle più atroci bestialità concepite dall'essere umano, offrì la sua vita in cambio di civili innocenti. E il Paese si fonda anche su questi fatti. Su questi sacrifici. Per questo vi chiedo di togliere questo crisma di infamia".

Un Paese fondato sulla trattativa
Peccato che sull'altare di quel dialogo avviato tra le stragi di Capaci e via d'Amelio moriranno altre persone.
Un dato che spesso viene dimenticato è che dopo la morte di Borsellino vi furono anche altri attentati. In maggio quelli di via Fauro a Roma e via dei Georgofili a Firenze, quindi in luglio via Palestro a Milano e le basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. E solo un puro caso non ha permesso l'esecuzione della strage progettata e poi annullata allo stadio Olimpico di Roma nel gennaio 1994. Morirono 15 persone, tra cui due bambine, una di 50 giorni e l'altra di nove anni, Caterina e Nadia. Vi furono decine di feriti a cui si aggiungono i danni al patrimonio artistico e alla sicurezza nazionale. I politici iscritti alla lista di morte di Cosa nostra, invece, ebbero salva la vita.
Non solo. Quel dialogo avviato “per fermare le stragi” (come dissero gli stessi carabinieri) in realtà, come dicono altre sentenze definitive, rafforzò il convincimento di Cosa nostra che le stragi pagassero.


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L'ex generale dei carabinieri, Mario Mori © Imagoeconomica


“L’iniziativa del Ros - si legge nella sentenza di Firenze - (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, un vicecomandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una 'trattativa'; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione (trattativa Ciancimino, nda)”.
Eppure c'è chi valuta in maniera “eroica” quel dialogo tra i carabinieri e l'ex sindaco mafioso di Palermo. “Nel 1992 - ha detto Romito - c'era una situazione di emergenza, c'era il panico, si saltava in aria con le bombe, i poliziotti delle scorte. Lo ha raccontato Vullo, unico sopravvissuto della strage di via D'Amelio, avevano paura. Tolto il crisma della trattativa perché anche la stessa sentenza di primo grado afferma che non è un reato (infatti il reato contestato è attentato a corpo politico dello Stato e non di trattativa, ndr), i fatti attestano che comunque i nostri non hanno trattato”.

Le parole di Mori e De Donno
Dunque, secondo il legale, il contatto con Vito Ciancimino rientrava in una brillante azione investigativa finalizzata all'arresto dei latitanti. Parole che ricalcano quella versione che i due ufficiali, Mori e De Donno, hanno sempre sostenuto sin dai tempi della loro testimonianza davanti al Tribunale di Firenze. Un processo che Romito ha voluto sminuire “perché mancano prove, come la stessa deposizione dei due Ciancimino che non fu ammessa”. 
Ma nelle motivazioni di quella sentenza si parla a più riprese dell’operato del Ros, riportando proprio le dichiarazioni degli stessi. 
Il racconto di Mori sul suo dialogo con Vito Ciancimino, riportato nella sentenza, si commenta da solo. “Ma signor Ciancimino, ma cos'è questa storia qua? Ormai c'è muro, contro muro. Da una parte c'è Cosa Nostra, dall'altra parte c'è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente? La buttai lì convinto che lui dicesse: 'Cosa vuole da me colonnello?' Invece dice: 'Ma, sì, si potrebbe, io sono in condizione di farlo'. E allora restammo... dissi: 'Allora provi'. E finì così il secondo incontro, per sintesi ovviamente”. (…) “Lui capì a modo suo, fece finta di capire e comunque andò avanti. E restammo d'accordo che volevamo sviluppare questa trattativa”. (…) “Si rividero, sempre a casa di Ciancimino, il 18-12-92. In questa occasione Ciancimino gli disse: ‘Guardi, quelli accettano la trattativa, le precondizioni sono che l'intermediario sono io - Ciancimino - e che la trattativa si svolga all'estero. Voi che offrite in cambio?’”. Nella motivazione della sentenza i giudici fiorentini erano stati chiarissimi: “Allo stato, infatti, non v’è nulla che faccia supporre come non veritiere le dichiarazioni dei due testi qualificati sopra menzionati (Mori e De Donno, ndr), salvo alcune contraddizioni logiche ravvisabili nel loro racconto (non si comprende, infatti, come sia potuto accadere che lo Stato, ‘in ginocchio’ nel 1992 - secondo le parole del gen. Mori - si sia potuto presentare a ‘Cosa nostra’ per chiederne la resa; non si comprende come Ciancimino, controparte in una trattativa fino al 18-10-92, si sia trasformato, dopo pochi giorni, in confidente dei Carabinieri; non si comprende come il gen. Mori e il cap. De Donno siano rimasti sorpresi per una richiesta di ‘Show down’, giunta, a quanto appare logico ritenere, addirittura in ritardo)”. (…) “Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di ‘trattativa’, ‘dialogo’, ha espressamente parlato il cap. De Donno (il gen. Mori, più attento alle parole, ha quasi sempre evitato questi due termini), ma soprattutto perché non merita nessuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulata (prendere tempo; costringere il Ciancimino a scoprirsi o per altro) di contattare i vertici di ‘Cosa nostra’ per capire cosa volessero (in cambio della cessazione delle stragi)”. 
Considerazioni logiche, a cui si preferisce non guardare. 
Al processo Mori-Obinu, De Donno fu sentito come teste e disse: “Verosimilmente ci siamo inseriti in un quadro di trattativa che altri stavano conducendo” salvo poi precisare che si trattava di “deduzioni di fonti giornalistiche”.
E se quelle considerazioni dei giudici fiorentini vengono sminuite perché “non vi erano i documenti di Ciancimino in cui quel dialogo viene spiegato per ciò che era” non si ricorda il riferimento al documento riconducibile alla grafia di don Vito in cui lo stesso commenta le dichiarazioni rese da Mori e De Donno al processo di Firenze per le stragi. Un testo in cui l’ex sindaco mafioso, di suo pugno, annota testualmente: “Hanno reso falsa testimonianza”.


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L'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino © Letizia Battaglia


Le “brillanti” azione investigative
Nel corso del suo intervento Romito ha ribattuto alle affermazioni della Procura generale sul “metodo ros” affermando che “su Mario Mori non è stato trovato nulla, solo un passato di brillanti azioni investigative. Mori è stato un discepolo del grande generale Carlo Alberto dalla Chiesa. E fa male che De Donno, anche lui discepolo di Mori e Dalla Chiesa, sia stato condannato ingiustamente a 8 anni rispetto al collaboratore Giovanni Brusca. Ancora di più: provoca profonda rabbia che chi ha innescato la 'bomba' di questo processo, Massimo Ciancimino, è stato riconosciuto un calunniatore e anche un dinamitardo, in un altro procedimento, ne sia uscito indenne (il figlio di don Vito è stato prescritto)".
Peccato non venga mai ricordato che la stessa Corte d'assise di primo grado ha ribadito che la testimonianza di Ciancimino jr ha assunto un valore "neutro" per giungere alle condanne degli altri imputati.
Ma tutto viene “usato” nel tentativo di smontare la sentenza di primo grado, ma anche per attaccare i giudici che hanno condotto il processo.
E così vengono censurate scritte in sentenza dove si evidenzia il “danno” e il “pericolo” che la trattativa ha comportato alle Istituzioni “sia per le materiali conseguenze che ne sono derivate (non solo le stragi, ma anche gli innumerevoli attentati omicidiari che hanno caratterizzato il biennio 1992-1994 tutti collegati, a vario titolo, alla strategia mafiosa che, parallelamente alla minaccia, mirava ad ottenere il cedimento dello Stato), sia per la compromissione del funzionamento delle più alte Istituzioni preposte alla vita democratica del Paese fortemente influenzate dall'incombente minaccia mafiosa”.
La difesa dell'operato dei carabinieri viene giustificata al punto che la risposta di Vito Ciancimino sulla “disponibilità” della mafia a dialogare viene considerata “spiazzante”. “Loro pensavano che quel contatto con Vito Ciancimino sarebbe stato più lungo - ha affermato Romito - che avrebbero avuto il tempo di sviluppare azioni di pedinamento, e quindi era chiaro che non avrebbero avuto niente da offrire”. Peccato che di quegli incontri con il sindaco mafioso di Palermo nel mese di giugno non vi sarà alcuna traccia negli archivi. E la Procura sarà informata solo diverso tempo dopo, quando Vito Ciancimino viene arrestato.
Ovviamente tra i temi affrontati non poteva mancare l'arresto di Salvatore Riina, il 15 gennaio 1993 e la questione della mancata perquisizione del covo.
Anche in questo caso è stata citata la sentenza che ha assolto Mori ed il “Capitano Ultimo” (alias del Colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio). Una sentenza che assolse alla fine Sergio De Caprio e Mario Mori dall'accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia, perché “il fatto non costituisce reato” , ma al contempo mise in luce le pecche operative dei due ufficiali.
Nel corso dell'arringa nuovamente si è tornati sulla questione dell'inchiesta mafia-appalti ed è stata persino citata la sentenza 'Ndrangheta stragista, che ha portato alla condanna all'ergastolo del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, perché si offrirebbe una motivazione differente per quelle stragi. Queste si inserirebbero in un'ottica diversa di attacco allo Stato rientrante in una "comune strategia eversivo-terrorista" dettata da ragioni economiche e politiche. 
Un contesto che, in realtà, non esclude affatto le ricostruzioni dei fatti affrontati nel processo di Palermo, semplicemente perché le vicende processuali di riferimento erano diverse. Del resto fino a ieri si riteneva che la 'Ndrangheta non avesse avuto alcun ruolo nelle stragi ed invece, così come hanno riferito diversi collaboratori di giustizia, un ruolo lo ha avuto, inserito in un quadro più ampio. Per meglio comprendere basta leggere le motivazioni della sentenza della Corte d'assise di Reggio Calabria.
Il processo è stato infine rinviato al prossimo 12 luglio quando avrà luogo la discussione dei legali dell'ex senatore Marcello Dell'Utri.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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