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“Imparate a sentire profondamente tutte le ingiustizie compiute contro chiunque, in qualunque posto al mondo. Questa è la qualità più importante di un rivoluzionario”. Questo è quanto recita un passo della lettera che Ernesto Che Guevara, protagonista della rivoluzione cubana, lasciò ai suoi figli.
Fra questi vi era Aleida Guevara March che, dalla morte del padre, ha portato il suo messaggio rivoluzionario in tantissimi paesi del mondo. E lunedì scorso 14 giugno, nel giorno del 93esimo anniversario dalla nascita di Che Guevara, ha presenziato ad un incontro organizzato dall’Associazione Nazionale di Amicizia Italia Cuba, a Palermo, presso i Cantieri Culturali alla Zisa.
Dopo una breve introduzione di Ninni Cirincione, coordinatore dell’Associazione Sicilia dell’Anaic (Associazione Nazionale Amicizia Italia-Cuba), sulla connessione di amicizia che lega lo Stato cubano a quello italiano, la parola è subito passata alla pediatra dell’Avana, che si è espressa su numerose tematiche.
Rivolgendosi all’Italia, Aleida ha parlato delle decine di barconi di migranti che arrivano, o che non arrivano, nelle coste del Mediterraneo, affermando come, purtroppo, ci sia poca memoria storica fra i vari popoli del cosiddetto “primo mondo”, la cui prosperità è frutto del connubio sfruttamento e genocidio perpetrato per secoli in tutti i paesi che ad oggi vengono definiti “in via di sviluppo”. “Se andate in Brasile, in Argentina, in Uruguay troverete moltissimi cognomi italiani, conseguenza dell’emigrazione di massa verificatasi intorno alla fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Gli italiani sono dovuti emigrare dalla propria terra per la fame. Poi sono dovuti scappare da due guerre mondiali. L’immigrazione attuale si verifica in paesi dove la gente non può vivere una vita degna, perché non c’è lavoro né cibo per la popolazione, dove ci sono guerre e dove la gente scappa dalla guerra. Quindi come possiamo frenare questa emigrazione? Con la violenza? O cercando di fare progetti di sviluppo economico sociale in maniera che non abbiano più bisogno di emigrare?”. Aleida, testimonianza vivente del pensiero rivoluzionario cubano, e di ciò che significò per l’intera isola l’applicazione di tale pensiero, ha raccontato la situazione che ad oggi, anche con l’aggravante della pandemia, si vive a Cuba con l’embargo. Quest’ultimo, conosciuto anche come “bloqueo”, è un blocco commerciale, economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro lo Stato cubano, all’indomani della rivoluzione castrista.
Prima del 1959, a Cuba gli statunitensi controllavano le industrie di petrolio, le centrali elettriche, le miniere, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna. Quell’anno gli Stati Uniti erano il primo partner commerciale cubano, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell’isola.
Guevara March, ha fatto intendere come questo in realtà sia un embargo che si estende al di là del rapporto economico fra USA e Cuba: “Il nostro Stato vuole tutelare i suoi pazienti con i migliori farmaci del mondo, ma se noi ci rivolgiamo direttamente per una contrattazione alla multinazionale che produce quel farmaco, l’FBI può infliggere a questa impresa una sanzione. Come lo fa? Se l’impresa ha capitali in America, è facile, le ritirano i capitali. Se invece non ne hanno allora la procedura è diversa, gli si dice semplicemente che qualora vi fossero dei rapporti economici con Cuba, la suddetta azienda non avrà più mercato negli Stati Uniti”.
Sempre a detta sua, l’unico modo per resistere ad un nemico così potente come gli USA, è l’unione del popolo cubano. “Siamo pochi e quindi dobbiamo lottare uniti, dimenticare l’io e lavorare con il noi. Potremmo avere molte differenze ma bisogna trovare obiettivi comuni”.
Sono passati 54 anni dall’assassinio del Comandante rivoluzionario Ernesto Che Guevara, avvenuto a La Higuera in Bolivia, nel corso di una missione (volta a replicare l’impresa fatta a Cuba) per rovesciare il governo boliviano del dittatore René Barrientos Ortuno. Oggi, sappiamo che nell’operazione che poi portò alla cattura e all’uccisione dell’argentino, oltre all’esercito boliviano, vi erano involucrati anche membri appartenenti ai servizi segreti statunitensi.
A 93 anni dalla nascita del Che, il suo personaggio resta un’icona intramontabile, e il suo sogno di libertà e unione è l’obiettivo per tutti quei giovani rivoluzionari che oggi si fanno portavoce dell’immensa eredità che ha lasciato. Il messaggio del comandante Guevara è universale, ma se dovessimo analizzarlo e riportarlo alla realtà latino-americana, altro non sarebbe che la lotta passata di secolo in secolo di tutti quei leader che hanno solcato le terre della Patria Grande e che hanno sacrificato la loro vita in nome dell’unione del popolo sud-americano e in nome dell’autogoverno nei propri territori ancestrali, stuprati, sviliti e sporcati da oltre 500 anni dalla mano occidentale. Oggi, la linfa di quei popoli scorre più viva che mai, e presto dall’albero della rivoluzione nasceranno nuovi frutti. Lo abbiamo visto in Cile, in Uruguay, in Colombia, dove nell’ultimo anno centinaia di giovani si sono riversati nelle piazze delle proprie città, facendo rivivere di nuovo quelle parole pronunciate dal “Che”, che per decenni hanno fatto il giro di tutto il mondo: “Hasta la victoria comandante. Siempre, siempre, siempre!”.

Foto © Our Voice

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