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Il consigliere togato del Csm: "Indignazione retorica da chi salutava con favore la sentenza Ue per benefici per i mafiosi"

La scarcerazione di Giovanni Brusca, la legge sui pentiti, il 41 bis, la lotta alla mafia e non solo. E' un'intervista a tutto tondo quella che il consigliere togato del Csm, Sebastiano Ardita, ha rilasciato quest'oggi a La Sicilia. Rispondendo alle domande di Mario Barresi ha messo in evidenza diversi punti critici partendo proprio dalla liberazione del collaboratore di giustizia, che ha sollevato l'indignazione di tanti parenti vittime di mafia, ma anche di una certa politica che meschinamente, fino ad oggi, non si è mai spesa nel contrasto alle mafie ed al crimine organizzato.
"Ho temuto che la gente non avrebbe capito e che avrebbe avuto un’inevitabile forma di ripugnanza, che è quella che provo anch’io da cittadino - ha detto Ardita parlando di Brusca - Ma, anche se non si tratta di una situazione semplice da spiegare, lo Stato ha pagato un debito per avere ottenuto qualcosa in cambio, ed era un impegno assunto sulla base di una legge". In particolare Ardita, che ha sottoscritto le dichiarazioni a caldo di Maria Falcone, ha evidenziato come da parte di una certa politica e certe istituzioni vi sia stata retorica nell'espressione dell'indignazione.
"Io credo davvero che si tratti una massima parte di retorica, anche se nessun ergastolo potrebbe mai ripagare la tortura e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ed è retorica perché questa indignazione arriva anche da chi aveva salutato con favore la sentenza europea che apre la strada alla concessione degli stessi benefici per i mafiosi che non collaborano con la giustizia. Allora così capisci che in questo caso specifico per costoro il problema non è la concessione dei benefici in sé, ma il fatto che siano dati a chi ha collaborato con la giustizia".

Il valore dei pentiti
Il magistrato ha espresso un pensiero semplice sui pentiti: "Se si fosse potuto fare a meno dei collaboratori di giustizia per venire fuori dal dominio che la mafia aveva sui nostri territori, sarei stato il primo a dire che non bisognava togliere neppure un giorno di carcere a chi aveva sparso morte e terrore. Ma purtroppo senza i collaboratori la mafia avrebbe continuato a spadroneggiare nelle nostre città in modo arrogante, diverso da quello più discreto e meno visibile con cui ancora comunque si manifesta".
Se l'idea di un cambiamento delle normative antimafia, tra cui quella sui pentiti, non viene visto in maniera totalmente negativa da Ardita ("Sono normative nate da condizioni molto particolari, per le quali un adeguamento ai tempi che cambiano in sé non guasterebbe"), tuttavia vi è un altro problema, perché le proposte che certe parti politiche portano avanti sembrano "finalizzate a ridurre gli strumenti e a limitare le indagini. Essere garantisti è giusto, lo è di meno mettere la testa sotto la sabbia e rinunciare a scoprire la verità".
Un discorso che esula, di fatto, dal piano umano, perché, come ha sottolineato Ardita, possono esserci "uomini cambiati dal carcere e desiderosi di rifarsi un’esistenza, e altri che hanno brigato per potere tornare a delinquere e a seminare terrore".
Certo è che rispetto al passato riguardo il contributo dei collaboratori di giustizia vi sono stati dei cambiamenti. "Sono finiti i pentiti - ha commentato - Il fenomeno non è più d’interesse, la normativa li scoraggia, l’esecutivo non li coltiva. Cosa nostra segmenta le comunicazioni, evita gli omicidi e i reati che potrebbero condurre a pene elevate. Quando dirigevo l’ufficio detenuti mi preoccupavo che il trattamento penitenziario potesse produrre, tra le conseguenze previste dalla legge, anche un numero adeguato e qualificato di collaboratori".
Rispondendo ad un'ultima domanda sul "41 bis" Ardita ha ricordato come questo sia "uno strumento importante nei confronti dei capi di cosa nostra". "Più in generale -ha concluso - il carcere riesce a conseguire i suoi scopi solo se si mantiene un equilibrio tra sicurezza e condizioni di vita dei reclusi. Ed è per questo che ho sempre ritenuto che i peggiori collaboratori sono quelli che avevano come loro unico scopo l’uscita dal carcere. La collaborazione dovrebbe essere la punta avanzata del trattamento di chi ha commesso reati gravi, una scelta di vita, anche se fatta per interesse, ma che sia definitiva e che serva anche allo Stato per sradicare e sconfiggere fenomeni criminali devastanti. E invece oggi non è più nulla di tutto ciò: non vedo né progetti né una formazione come ve ne era un tempo”.

Foto © Imagoeconomica

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