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All’esterno messaggi nostalgici per Scopelliti ed il “modello Reggio”

“Grazie Peppe, non Giuseppe”. Reggio Calabria, zona centro-nord della città, Lido comunale, a due passi scarsi dal nuovo waterfront. La firma è quella di un vecchio circolo di Alleanza Nazionale, sigla ormai sepolta dalla storia ma evidentemente ancora viva nella destra reggina. Quella che ancora ricorda con nostalgia revanscista gli anni da sindaco di Giuseppe Scopelliti e del modello Reggio. Lo stesso che è oggi al centro del processo Gotha. Zona centro sud, aula bunker, subito dopo quell’argine naturale del torrente Calopinace, che la Reggio bene ha sempre considerato come una frontiera naturale fra la città che conta e quella che insomma. Ma serve sempre in periodo elettorale. In quella scatola di lamiera addossata al carcere dove si celebrano i processi più delicati della città, la retorica del modello Reggio si sbriciola.

Reggio che non vede, non sente e straparla
Alla vigilia della conclusione della requisitoria della pubblica accusa, c’è una Reggio Calabria che si ostina ad ignorare quattro anni di intercettazioni, acquisizioni, note informative, dichiarazioni dei pentiti e persino ammissioni degli imputati che alla fine parlano con voce sola e unica e tutti dicono: per decenni la democrazia a Reggio Calabria non c’è stata, la ‘Ndrangheta se l’è presa, l’ha trasformata in strumento per raggiungere i propri fini, far mangiare i propri soldati, rafforzare le proprie schiere, crescere nuovi schiavi. E quel “modello Reggio” tanto osannato era specchietto per le allodole e strumento. In sé, una patacca. Per il pentito Seby Vecchio - ex poliziotto, ex politico, ex uomo del clan Serraino, ex massone regolare - modello di cartone”. Per i magistrati Giuseppe Lombardo, Sara Amerio, Walter Ignazzitto, Stefano Musolino e Giulia Pantano hanno raccontato come progetto criminale - per troppo tempo ben riuscito - della direzione strategica dei clan.

Il disegno eversivo con cui la ‘Ndrangheta si è presa le istituzioni
“La ‘Ndrangheta a Palazzo San Giorgio, all’interno della Provincia di Reggio, oggi città metropolitana, o all’interno dei palazzi della Regione Calabria, a Reggio e a Catanzaro - ha detto Lombardo negli ultimi giorni di requisitoria - non entra chiedendo permesso, ma da padrona dell’istituzione”. Constatazione amara e non valutazione politica, che arriva all’esito di un’indagine durata più di un decennio e continuata durante un dibattimento che ha quasi superato la soglia dei tre anni. E che l’eco sbrindellata di uno striscione che ci si ostina - e sarebbe interessante capire perché - ad ostentare, non riesce a cancellare. Alla vigilia della conclusione della requisitoria della pubblica accusa al processo Gotha, il quadro della città e della sua autoproclamata classe dirigente è devastante.

Una comunità schiava, un obiettivo unico: trasformare lo Stato in una macchina da riciclaggio
Ad emergere, è un’intera comunità piegata al progetto criminale - concepito da menti raffinatissime come gli avvocati Giorgio De Stefano, già condannato in primo grado e in appello per questo, e Paolo Romeo, imputato in ordinario - di trasformare lo Stato e le sue istituzioni in una gigantesca macchina di riciclaggio, necessaria per rimettere in circolo i capitali sporchi e dare da mangiare a quella base, quell’esercito visibile di picciotti e luogotenenti, tanto sacrificabili quanto necessari. Perché non c’è esercito senza fanteria. E i generali, anche se sul campo di battaglia in casi eccezionali si fanno vedere - quei dissidi sul bar Malavenda di Santa Caterina che hanno rischiato di accendere la scintilla di una nuova guerra che sono costati anni di invisibilità a Giorgio De Stefano, l’iperattivismo associativo di Paolo Romeo quando c’era da spingere sulla città metropolitana - non possono dimenticare i soldati.

La fame dei clan e gli strumenti per saziarla
Perché la violenza promessa o minacciata dalla ‘Ndrangheta - ha ricordato il procuratore Lombardo - è insieme alla straordinaria liquidità la sua grande forza e il jolly da giocare su tavoli altri. Quelli che contano. Da qui, il presidio ostinato del “decreto Reggio”, ufficialmente nato come strumento finanziario per consentire lo sviluppo della città calabrese dello Stretto - tanto straordinario da avere un suo pari solo a Roma capitale - e diventato inesauribile rubinetto di miliardi per l’élite della ‘Ndrangheta reggina. Da qui la balcanizzazione delle municipalizzate, spartite fra i grandi clan ancor prima di essere create, divenute strumento per appianare o superare vecchi dissidi, se non - meglio - cartina tornasole di quei nuovi equilibri che la direzione strategica impone e tutela. E soprattutto grande mangiatoia per coltivare clientele, annodare legami, testare i politici scelti o costruiti a tavolino, “interni al sistema, perché nessuno - ci tiene a sottolineare il procuratore aggiunto Lombardo - prende ordini per anni da soggetti esterni” ma soprattutto sfamare i soldati.

Il ruolo necessario di Paolo Romeo
Per Romeo avere un ruolo baricentrico non è una velleità, ma una necessità. “È lui il soggetto che compone le liste, individua candidati, fissa strategie, garantisce i programmi, giunge a imporre ogni singolo passaggio a uomini politici già parecchio strutturati. Non si tratta di progetti astratti o di pura politica nel momento in cui si fa riferimento alla pioggia di milioni di euro che arriveranno sulla città. Come avvenuto ai tempi del pacchetto Colombo, era necessario preparare il terreno per una gestione unitaria di un enorme flusso di denaro che doveva essere messo a sistema". È qui - sottolinea Lombardo - che va cercata “la vera unitarietà della 'Ndrangheta. Le somme virtuali di cui dispone la 'Ndrangheta non sono spendibili in questo territorio, se non passando dall'unica grande industria presente che è l'apparato statale attraverso le varie articolazioni di cui è composto".

Gli uomini giusti al posto giusto
Ecco la necessità di costruire il progetto criminale che ha cancellato la democrazia a Reggio Calabria e non solo. Ecco la necessità di trovare gli uomini giusti per portarlo avanti e gestirlo, come Alberto Sarra e Antonio Caridi oggi imputati come garante del sistema il primo, come “riservato” della direzione strategica il secondo o per presidiarlo dall’interno come Franco Chirico, anche lui a processo uomo di 'Ndrangheta sempre tenuto sottotraccia ma ben collocato nella pubblica amministrazione. Paolo Romeo - spiega Lombardo nel corso della requisitoria - comprende che Caridi è capace di fare politica, gestire l’elettorato e soprattutto sa stare al suo posto” per questo destinatario “di un sostegno molto ampio, dalle famiglie di vertice della Jonica alle famiglie di vertice della Tirrenica, dando per scontato le famiglie di vertice della 'ndrangheta di centro”, a testimonianza di un progetto criminale che non è reggino, ma di sistema. Sarra no, non sempre segue la linea. Fa le bizze, prova a uscire da seminato, invano invoca altri ruoli ma rimane “comunque indispensabile in una collocazione diversa”. Con Franco Chirico, genero del boss De Stefano e ombra nelle amministrazioni, a fare da collante fra i due. Ma i fili della ragnatela di quel progetto criminale vanno oltre e hanno bisogno anche di altri uomini. Per indossarlo come il “cane di mandria” Giuseppe Scopelliti messo alle strette con una crisi politica costruita a tavolino quando inizia “a fare il potestà”, per dirla con le parole di Romeo, e rimesso in piedi con una bomba che era “una buffonata”. Per addomesticarlo da lontano come l’ex senatore Giuseppe Valentino o l’ex europarlamentare Umberto Pirilli, tutti indagati per aver avuto a che fare con quel sistema e le sue strategie.

Programma eversivo di un regime che non si vede ma governa
Gli uomini servono al sistema che ha partorito quel progetto criminale, ma il sistema - all’occorrenza - li schiaccia e li riporta all’ordine. È il motore immobile di un regime che non si vede ma c’è. Ed ha bisogno della ‘Ndrangheta visibile per essere attuabile ed efficace. Per questo ha dovuto aspettare che il ruolo di capocrimine tornasse a un De Stefano perché la macchina si potesse efficacemente mettere in moto. “Romeo - dice Lombardo - sa perfettamente che i De Stefano non possono fare politica diretta, ma devono farla, seguendo le indicazioni che lui, accanto a Giorgio De Stefano, è in grado di dare. Perché il nome dei De Stefano va speso, ma non va speso. Ecco l’ulteriore ruolo della componente riservata della ‘Ndrangheta”. Ed ecco come “lo Stato ha perso il controllo totale di organi di rilevanza costituzionale. Questo è un disegno eversivo che a Reggio Calabria non è stato immaginato, è stato attuato per circa 15 anni".

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