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I pg: “Comportamenti opachi o delittuosi da esponenti dello Stato”

 

“Dai fatti riportati dalla sentenza di primo grado e da ciò che è emerso nel corso del lungo dibattimento possiamo ricavare una certezza: che negli anni in cui si sono verificati i fatti nella risposta al crimine organizzato da parte degli organi preposti qualcosa non ha funzionato per come avrebbe dovuto funzionare. Ci si riferisce, è bene essere espliciti, a comportamenti opachi e anche delittuosi, è bene dirlo, da parte di appartenenti agli organi dello Stato. Ci si riferisce a ben individuati soggetti e ad altri rimasti nell'ombra”.
E' con queste parole che il sostituto procuratore generale Giuseppe Fici, che in aula rappresenta l'accusa assieme a Sergio Barbiera, ha iniziato la propria requisitoria nel processo d'appello sulla trattativa Stato-mafia, in corso davanti alla corte d'Assise d'Appello presieduta da Angelo Pellino, (a latere Vittorio Anania).
Ad ascoltare l'introduzione era presente persino l'imputato Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 12 anni per “attentato e minaccia a corpo politico dello Stato”.
Una mossa a sorpresa quella dell'ex senatore di Forza Italia che durante il primo grado, mentre stava scontando la condanna definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa non aveva mai voluto presenziare alle udienze.
Una scelta che testimonia la grande attesa che c'è attorno a questo processo che, a prescindere dall'esito, ha segnato un pezzo di storia e contribuito a svelare una serie di fatti che per lungo tempo erano stati taciuti.
E durante la requisitoria l'accusa ha messo in fila diversi elementi che si sono aggiunti a quelli già emersi tanto in primo grado, quanto in altri processi.
“C’è qualcuno in quest’aula che, dopo avere letto e sentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, gli atti su via D’Amelio, dubiti dell’esistenza di soggetti che hanno agito nell’ombra? - si è domandato Fici - Nessuno, riteniamo noi, dubita dell’esistenza di menti raffinatissime, di pupari che hanno agito nell’ombra con evidenti gravi condotte che appaiono non comprensibili e certamente non giustificabili”.
A rendere difficile la ricostruzione dei fatti non solo il trascorrere del tempo, ma anche l'operato di chi, secondo Fici, ha “agito al di fuori degli schemi ritardando e distruggendo le prove, falsificando le prove, favorendo e depistando. Sono decine gli inviti a tentare di fare chiarezza, basta ricordare l’intervista fatta ieri (in occasione delle commemorazioni per la strage di Capaci, ndr) dal vicequestore aggiunto Manfredi Borsellino, figlio del giudice Paolo Borsellino”. “Ma a distanza di decenni - ha evidenziato - chi sa continua a tacere e a testimoniare il falso, perché? Se tutto è stato fatto a fin di bene perché tacere, perché negare l’evidenza dei fatti? Il dubbio, che però è diventato certezza, è che si continua a tacere e a non spiegare, perché si tratta di verità inconfessabili, si preferisce tacere rischiando di essere incriminati per falsa testimonianza, piuttosto che raccontare i fatti nella loro crudezza”.

Le scelte di politica criminale
“Possiamo dire - ha affermato Fici - che vicende di questo processo ci hanno fatto capire che furono fatte alcune scelte di politica criminale e alcune attività, ovvero incomprensibili omissioni, sono state guidate da logiche rimaste estranee al corretto circuito istituzionale”.
E a rafforzare il clima che nei primi anni Novanta si era percepito in maniera chiara, sono state ricordate in aula le espressioni dell'ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, all'epoca Presidente del Consiglio, che la notte delle stragi di Milano e Roma nel luglio 1993, “pensava a un colpo di Stato”. O anche l'attenzione che l’ex Capo della Polizia Parisi diede ad una “segnalazione del Sisde sicuramente falsa”. E così è stato messo in evidenza il timore che Nicolò Amato, direttore del Dap, fosse ucciso, o che il capomafia calabrese Papalia fosse accusato di un omicidio mai commesso, “commesso invece - ha detto il Pg - appare evidente, da ignoti appartenenti ai servizi deviati. E poi ancora la vicenda del più grande depistaggio della storia, la vicenda del covo di Totò Riina abbandonato a chi doveva ripulirlo; la vicenda di Mezzojuso, quella di Terme Vigliatore, quella dei telefoni cellulari e rilevatori di microspie restituiti alla moglie del mafioso Giovanni Napoli, ovvero l’incredibile gestione del confidente Pietro Riggio”.


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L'ex Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi © Imagoeconomica


Quindi ha concluso: “È un persistente mistero che non può confortare, evocando una tale espressione, così perché non confortano neppure i persistenti misteri su tante altre vicende, non soltanto per un’esigenza di verità e giustizia, ma anche perché dietro a questi persistenti misteri si intravedono le sagome sinistre di grumi di un potere eversivo ancora attivo, che tutela ricchezze illecite e private, che assicura indegne latitanze, che persegue impunità, che agisce per indirizzare le sorti del Paese, al di fuori di ogni logica istituzionale e democratica, che ha agito ed agisce con la forza del ricatto, ricorrendo al tritolo e alle stragi in casi di estrema necessità. Perché questo è avvenuto? Chi ha agito nell’ombra seguendo logiche nascoste? Chi è che decideva? Per conto di chi si agiva?”. E poi ancora: “Chi ha agito fuori dalla legge, ovvero chi ha omesso di agire violando la legge lo ha fatto, più che per la salvezza del Paese e per l’incolumità dei cittadini, per la salvezza di un determinato assetto di potere e per tutelare chi si è arricchito e fatto carriera nella politica facendo favori ai mafiosi, anche a costo di calunniare innocenti, distruggendo famiglie e seminando dolore. E quel che è altrettanto grave è che lo ha fatto al di fuori delle dinamiche istituzionali e quindi al di fuori del corretto circuito democratico, senza spiegare alla pubblica opinione né in passato e neppure adesso il perché. Noi invece vogliamo capire. Lo dobbiamo a tutti i familiari delle vittime”.

La vicenda Napoli
Quindi Fici è entrato nel merito dell'analisi delle nuove prove acquisite nel corso del processo. E lo ha fatto “partendo dalla fine” ovvero dalla vicenda, affrontata nelle ultime udienze, del sequestro di tre telefonini e di un rilevatore di microspie, nel 1998, a Giovanni Napoli, ritenuto fedelissimo dello storico padrino di Corleone Bernardo Provenzano. Materiali che furono clamorosamente restituiti alla moglie appena pochi giorni dopo il sequestro informale.
L'approfondimento su questo specifico punto aveva avuto luogo partendo dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Ciro Vara il quale, nel processo di primo grado, raccontò che Napoli gli aveva parlato di aver subito una perquisizione ("a casa sua avevano trovato dei dischetti, dopo qualche giorno il comandante dei Carabinieri di Mezzojuso (Pa) glieli aveva restituiti... Lo stesso Napoli mi diceva che doveva esserci qualcosa di interessante in quei dischetti. Lui li aveva fatti registrare per Provenzano...").
Effettivamente è stato accertato il sequestro dei dischetti, ma i militari del Ros non sarebbero riusciti ad esaminarli.
Fici ha evidenziato come “i dischetti furono sequestrati ritualmente ed esaminati dal personale del Ros. E parrebbe che siano stati formattati dal personale del Ros. E sono stati oggetto di una relazione di servizio, falsa nel contenuto e nella sottoscrizione. Lo scrivente, non identificato, ha aperto i dischetti, che non sarebbe riuscito ad esaminare, e suggerisce che gli stessi potessero essere consegnati ad un consulente scelto dalla Procura di Palermo. La firma è di Pasquale Gigliotti, ma non fu lui a compiere l'atto”.
Sul punto sono stati sentiti in dibattimento i marescialli Pasquale Gigliotti e Sebastiano Serra.
Alla Procura generale Gigliotti aveva riferito che al tempo era nel Reparto operativo speciale da pochi mesi e, pur riconoscendo la firma su alcuni documenti, ha detto di non aver svolto alcun controllo sui supporti informatici che furono sequestrati al Napoli.


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Il generale dei carabinieri, Mario Mori © Imagoeconomica


Il metodo Ros
Un episodio che, secondo l'accusa, rientrerebbe nel cosiddetto “metodo Ros, nel decennio successivo alle stragi del 1992”. “Con questa espressione - ha detto Fici - si intende riferire la circostanza che gli atti di polizia giudiziaria sono molto spesso firmati da ufficiali e sottufficiali che riconoscono le proprie firme, ma poi negano di aver partecipato all'atto che si descrive nel verbale. Ed è avvenuto lo stesso, come emerso nel processo Mori-Obinu, nel contesto della mancata cattura di Nitto Santapaola nella vicenda di Terme Vigliatore”. Un fatto che sarebbe avvenuto anche rispetto ad altri verbali su accertamenti che furono compiuti sui fratelli Graviano, nel 1994, nel carcere di San Vittore. “Vi era la necessità di riprese filmate in movimento dei fratelli Graviano in compagnia di altre persone - ha ricostruito Fici - Queste immagini dovevano essere visionate da una fonte oculare che avrebbe assistito all'attentato di via Fauro”. Come ha detto Fici furono gli stessi Graviano a denunciare di essere stati portati in una saletta, singolarmente, e di essere stati posti davanti ad uno specchio. Ebbene di quegli atti, ha evidenziato il Pg, nessuna delle persone interrogate ha detto di ricordare di aver partecipato a quegli atti o ha saputo spiegare quanto sarebbe avvenuto. “Nessuno dei protagonisti dell'incontro ravvicinato tra Ros e fratelli Graviano ha confermato la circostanza - ha detto Fici - E nessuno degli ulteriori verbalizzanti che avrebbero operato a Roma e che risultano firmatari di una nota di servizio dove si dice di aver assemblato le immagini in movimento dei fratelli Graviano, autonomamente ripresi, con immagini in movimento di altri detenuti del carcere San Vittore. In sostanza non fu fatto ciò che era stato detto. E nessuno ricorda questa attività e coloro che hanno firmato gli atti non sono quelli che hanno partecipato all'attività”.
Fici, proseguendo nella ricostruzione della vicenda Napoli, ha quindi evidenziato come nessuno abbia saputo spiegare il perché furono restituiti i cellulari ed il rilevatore delle microspie alla moglie del Napoli.
“Vengono compiuti atti penalmente rilevanti - ha affermato Fici - la restituzione di telefoni cellulari senza averli esaminati e senza l'autorizzazione di un magistrato; la restituzione di un rilevatore di microspie a un conclamato favoreggiatore di Provenzano e si verbalizza ogni cosa. Noi riteniamo che debba essere andata così. Qualcuno della scala gerarchica: il capitano Sini, il capitano Ierfone, maggiore Obinu, colonnello Ganzer, generale Mori, ha gestito in modo irrituale la cattura del Giovanni Napoli. Tutto ciò fa seguito alla circostanza che la stessa scala gerarchica del Ros ha ritardato per anni l'identificazione di Giovanni Napoli e la rappresentazione all'autorità giudiziaria degli elementi acquisiti a carico dello stesso dopo la brutta storia di Mezzojuso. Il Ros è sempre quello e Giovanni Napoli è favoreggiatore di Provenzano”.
Quindi è stato evidenziato come, per gestire irritualmente la cattura, siano stati scelti “gli ultimi arrivati, il maresciallo in prova Gigliotti e il maresciallo in tirocinio Serra”. Ma, secondo il Pg, non è chiaro “chi ha dato ordini di procedere ad una strana perquisizione e ad un bizzarro sequestro delle cose di interesse? Chi ha dato ordini?”. Gigliotti, al tempo, era il più alto in grado nell'operazione. “Non ha sequestrato i tre cellulari ed il rilevatore di microspie per un suo capriccio - si è chiesto Fici - Non crediamo sia possibile e se così fosse i suoi superiori lo avrebbero dovuto cacciare dall'arma. Qualcuno ha dato uno specifico ordine. E ciò non è possibile senza un ordine specifico del generale Mori. Può anche essere che in quella notte si fece un verbale di sequestro e che poi il verbale fu riscritto e fatto firmare ai primi che passarono. Certo è che quei materiali non furono sequestrati e restituiti”.
“La restituzione ad un indiziato mafioso - ha affermato in maniera categoria il Pg - senza l'estrazione completa dei dati conservati in memoria ed anche un rilevatore di microspie è quantomeno un palese atto di favoreggiamento personale per di più aggravato dalla finalità di agevolazione di Cosa nostra in favore oltre che del Napoli anche di Provenzano che al tempo era al vertice di Cosa nostra. Questi fatti devono essere letti assieme a tutto ciò che è avvenuto dalla vicenda di Mezzojuso in poi”. Ugualmente è stato posto un accento sulla nota “subdola e velenosa” che fu trasmessa al magistrato Principato in cui si dà atto del sequestro e della restituzione dei materiali.


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Al centro, l'ex Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, ai funerali del giudice Paolo Borsellino © Imagoeconomica


La nota Sisde ed il cellulare di Riina

Altro argomento affrontato nella requisitoria è quello dell'informativa del Sisde per cui Riina, nei giorni di agosto 1993, sarebbe stato in possesso di un telefonino cellulare, durante la sua detenzione presso il carcere di Rebibbia e anche le discussioni interne al Dap sul trasferimento dello stesso Capo dei capi dal carcere di Roma a quello di Firenze Sollicciano così come riferito nella deposizione dell'ex funzionario del Dap Andrea Calabria. "Era giunta una segnalazione riservata del ministro dell'Interno con una nota del Capo della Polizia in cui si ipotizzava che Riina, con l'ausilio di alcuni agenti penitenziari, avesse a disposizione un telefonino per parlare con l'esterno - aveva dichiarato Calabria - Di Maggio non c'era e quella pratica era giunta in segreteria da qualche giorno. Io ed il consigliere Bucalo, che era il mio superiore nell'ufficio, decidemmo di trasferire Riina al Carcere di Firenze Sollicciano per procedere con gli accertamenti. Poi Di Maggio chiamò Bucalo (ex dirigente dell'ufficio, ndr) per revocare il provvedimento e Riina rimase a Rebibbia. Magari aveva ricevuto delle informazioni rassicuranti sul punto ma questo è quello che accadde".
Dopo aver ricostruito l'intera vicenda, evidenziando anche le rimostranze istituzionali di Violante e Mancino sul mancato trasferimento di Riina dal carcere di Roma, Fici ha così affermato: “In tutta questa vicenda si evince un ruolo molto più che ambiguo di Francesco Di Maggio all'interno del Dap subordinato più che al capo del dipartimento e al ministro della giustizia ad un potere esterno ed occulto; la disinvoltura con cui il capo della Polizia è ricorsa a false informazioni dei Servizi nella guerra occulta con altre realtà deviate e devianti; la diversità di linea, in quel contesto, tra Parisi e Di Maggio, non rispondendo quest'ultimo alla sollecitazione del primo, suo grande sponsor nella nomina a vice direttore del Dap. Evidentemente in quel frangente divergevano le linee seguite dai servizi interessati”.

Il contributo dei pentiti

Nel corso della requisitoria, quindi, il sostituto Sergio Barbiera ha passato in rassegna i contributi dei collaboratori di giustizia, partendo dai calabresi, Antonino Cuzzola, Antonino Fiume, Vittorio Foschini e Salvatore Pace, sulle vicende inerenti i rapporti tra la famiglia Papalia ed i Servizi segreti, le circostanze dell'omicidio dell'educatore carcerario Umberto Mormile, ed anche le rivendicazioni con la sigla Falange Armata. Tutte vicende che sono state approfondite anche nel corso del processo 'Ndrangheta stragista, la cui motivazione della sentenza è stata acquisita agli atti del processo.
Al contempo sono state passate in rassegna le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Armando Palmeri e Squillaci. Il primo che ha raccontato degli incontri avvenuti nel 1992 con esponenti dei Servizi segreti per parlare delle stragi. Il secondo, invece, sentito nel settembre 2019, ha raccontato di come "Dell'Utri fosse in contatto con i servizi e disse ai Graviano dove trovare il pentito Contorno" il dato che "dal carcere il boss Mangano scriveva telegrammi a Berlusconi".
Nella prossima udienza - in programma il 31 maggio - l'accusa si occuperà della sentenza ormai definitiva nei confronti di Calogero Mannino (che per gli stessi reati è stato assolto per non aver commesso il fatto nel procedimento abbreviato) e poi discuterà delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia nisseno, Pietro Riggio.

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