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L'ex pm racconta i suoi ultimi giorni con Falcone e Borsellino

"Quando arrivò la notizia dell'attentato a Giovanni Falcone io mi precipitai prima sul luogo della strage, da cui ero passato poco più di mezzora prima perché stavo rientrando da Roma ed ero passato proprio da quel tratto di autostrada, poi arrivò la comunicazione che l'elicottero stava portando la scorta e i giudici al pronto soccorso e io mi precipitai lì a sirene spiegate. Quando arrivai, trovai Paolo Borsellino con le spalle appoggiate al muro e con un filo di voce mi disse 'Giovanni è morto. E' morto fra le mie braccia' e non disse nient'altro e si chiuse in se stesso".
Sono state queste le parole con cui l'avvocato Antonio Ingroia, in un video caricato sulla sua pagine Facebook, ha raccontato quel terribile giorno in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta - Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro - nella strage di capaci il 23 maggio 1992.
"Io c'ero e ricordo quella giornata terribile, ne sono stato testimone - ha aggiunto Ingroia - la settimana prima del 23 maggio ero stato al compleanno di Giovanni Falcone, che festeggiava il suo 53esimo anno di età, assieme ai colleghi della procura e a Paolo Borsellino, il quale disse quasi scherzando 'Giovanni auguri! Sei sempre un passo davanti a me. Sei riuscito a varcare il traguardo del 53° compleanno. Chissà se io ci arriverò che anche mio padre e mio nonno sono morti a 52 anni. Frase terribilmente profetica".
"Borsellino quel giorno, era arrivato all'ospedale senza scorta - ha continuato l'ex pm - perché quando ebbe la notizia dell'attentato era uscito come faceva lui ogni tanto per andare dal barbiere e da lì era arrivato sul posto senza la scorta e sulla notte lo riaccompagnai a casa io. Era un uomo distrutto, svuotato dentro. Ma da quel giorno, per i prossimi 57 giorni prima della sua morte, si impegnò per trovare la verità sulla strage di Capaci".
E poi ancora "non tutti i colpevoli della strage di Capaci e di Via D'Amelio sono stati individuati e puniti", tanti "depistaggi sono stati messi in atto e a distanza di quasi trent'anni noi non abbiamo ancora una verità completa".
L'avvocato ha ricordato anche il suo periodo di tirocinio come magistrato uditore, "ho avuto la fortuna e il privilegio di iniziare il mio tirocinio professionale assieme a Falcone, avendolo come mio maestro, non avevo nemmeno trent'anni. Ho assistito ad alcuni dei suoi interrogatori e ho cercato di apprendere i rudimenti della materia e poi quando avevo finito, non lo scorderò mai, Falcone mi disse 'Quando prenderai le funzioni ed eserciterai il mestiere di magistrato, ti piacerebbe occuparti di indagini di mafia come me ne sono occupato io per diverso tempo?'
Io preso alla sprovvista dissi ovviamente di sì e ho sempre pensato che quella fosse una sorta di investitura. Cosa che poi effettivamente accadde".
In conclusione Ingroia ha ribadito che occorre un impegno da parte di tutti per cercare la verità sulla strage di Capaci e di Via D'Amelio, "ci sono ancora dei magistrati (che non hanno voltato le spalle a quei modelli che erano Falcone e Borsellino) che sono impegnati fino allo spasimo per la ricerca della verità. Bisogna appoggiarli e sostenerli in ogni settore per far sì che il 23 maggio non sia soltanto un giorno di commemorazione".

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