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Il caso della fuga di notizie e dei verbali anonimi a Piazzapulita. La caduta di Piercamillo Davigo

Ieri sera a Piazza Pulita, il programma di approfondimento politico di La7 condotto da Corrado Formigli, si è tornati a parlare del caso Palamara. Presente in studio il vice direttore de il “Domani”, Emiliano Fittipaldi e proprio Luca Palamara. L’ex magistrato, radiato dal Csm per comportamenti gravissimi, nel suo ampio spazio di intervento ha ripetuto le solite affermazioni sulle vicende che lo hanno riguardato e che ha abbondantemente scritto nel libro con Alessandro Sallusti.
Inevitabilmente nella trasmissione si è parlato anche dello scandalo della fuga di notizie sui verbali del faccendiere Piero Amara, interrogato dalla Procura di Milano. Una vicenda, quest'ultima, che è venuta alla ribalta nei giorni scorsi, con alcuni giornali che hanno pubblicato degli stralci, e dopo la denuncia del magistrato Nino Di Matteo al plenum del Csm in cui ha affermato di aver ricevuto dei "dossier anonimi" con all'interno i verbali senza firma dell'avvocato siciliano. Verbali in cui si menzionava, in forma diffamatoria se non calunniosa circostanze relative al consigliere del Csm Sebastiano Ardita.
La solita macchina del fango, che viene riversata verso chi è impegnato in prima linea a difesa dei valori Costituzionali del Paese.
Amara, infatti, lo descriveva come inserito nella presunta loggia massonica "Ungheria" di cui farebbero parte altri magistrati, politici, industriali e vertici delle forze dell'ordine.


palamara amara formigli


Nella puntata di ieri Formigli ha intervistato Piercamillo Davigo, finito al centro della vicenda per aver ricevuto dal sostituto procuratore di Milano, Paolo Storari, proprio i verbali di Amara.
Va ricordato che oggi il pm Storari è indagato a Roma per rivelazione di segreto e Davigo, che li portò ai vertici del CSM, è al momento considerato un testimone.
Dunque Davigo, già sentito mercoledì scorso dal procuratore capo Michele Prestipino come testimone nella fuga di notizie che vede indagata per calunnia la sua ex segretaria Marcella Contrafatto (dagli inquirenti è ritenuta colei che ha consegnato parte di quei verbali ad alcuni giornalisti), ha esposto la propria verità in merito ai fatti. "Non erano verbali, erano copie Word di atti di supporto alla memoria. Io gli atti originali non li ho mai visti" - ha detto l'ex pm di Mani Pulite ed ex componente del Csm. A suo dire Storari gli "ha segnalato una situazione critica e mi ha dato materiale necessario per farne una opinione dopo essersi accertato che fosse lecito. Io ho spiegato che il segreto investigativo, per espressa circolare del Consiglio superiore, non è opponibile al Consiglio superiore". Certo è che, nonostante la gravità di quelle affermazioni, Davigo non firmò mai alcuna relazione al riguardo.
"Qualunque strada formale - ha affermato rispondendo a Formigli - avrebbe comportato il disvelamento di tutta la vicenda e quindi c'era la necessità di informare i componenti del comitato di presidenza, perché questo dicono le circolari, in maniera diretta e sicura. Non si possono fare atti di indagine se non si fa l'iscrizione. Quelle cose richiedevano indagini tempestive".


ardita formigli


Parole che non hanno assolutamente convinto l'ex procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, ospite in collegamento, che ha affermato: "La ricostruzione di Davigo non mi convince per niente. Non è vero che se Davigo avesse seguito le linee formali avrebbe disvelato il caso". Secondo Robledo, dunque, Davigo "avrebbe dovuto consigliare" al pm Paolo Storari "di non dargli i documenti ma di andare all'ufficio di presidenza del Csm". Ed infine ha espresso una considerazione sulle affermazioni di Amara definendo l'avvocato siciliano come "un avvelenatore di pozzi".
Rispetto alle affermazioni di Davigo è intervenuto con una telefonata in diretta anche il consigliere togato Sebastiano Ardita, tirato in ballo nella vicenda: "Al netto della bufala clamorosa, io sono basito da quanto sentito oggi. Ho sentito espressioni del tipo che non si possono seguire le linee formali. Noi stiamo parlando di un organo di autogoverno che dovrebbe regolare le modalità con le quali si accede al Consiglio Superiore e il Consiglio superiore svolge un ruolo fondamentale, perché la giustizia si misuri in maniera regolare, e devo sentir dire che non si possono seguire le vie formali? Che si può, sostanzialmente, accogliere da un pm, che si conosce, degli atti, convincendolo che non è opponibile il segreto d'ufficio al consigliere. Ma in quale norma?". E poi ancora ha ricostruito alcuni aspetti: "Il dottor Davigo riceve delle carte da un collega di Milano, che conosce, che svolge delle indagini. E in queste indagini c'è il nome di un altro consigliere con cui lui non si parla e c'è una grave inimicizia. Lui coltiva questo tipo di rapporto, addirittura porta queste carte informalmente all'organo di autogoverno; ne parla con i vertici che nulla possono fare in assenza di qualunque tipo di interlocuzione formale e in presenza di atti che comunque sia sono atti che provengono da un reato, cioè sostanzialmente una rivelazione di segreto, reato per cui oggi risulta indagato il dottor Storari. Non si può fare alcun utilizzo di questi atti, se ne fa un utilizzo informale, un utilizzo che riguarda una persona con cui ci sono gravi inimicizie (con un rapporto che, spiega Ardita nella telefonata, si rompe per questioni precedenti ai fatti qui raccontati, ndr), che siede nello stesso organo di governo. E' un fatto di una gravità inaudita".


palamara bufala form


Ardita ha poi respinto ogni accusa inserita nel verbale di Amara. "C'è una riga con quattro affermazioni incongruenti. C'è scritto che nel 2006 io sono pm a Catania, invece io ho finito di fare il pm a Catania nel 1999, e il dottor Davigo lo sa. C'è scritto che nel 2006 il dottor Tinebra presenterebbe me all'avvocato Amara come componente di questa pseudo loggia. Io non ero in condizioni tali di rapporti con il dottor Tinebra per essere presentato all'avvocato Amara". E alla domanda di Formigli se avesse mai incontrato Amara ha replicato: "L'avrò visto perché faceva l'avvocato a Catania, ma non mi sono mai seduto al tavolo con l'avvocato Amara, non ha mai avuto il mio numero di telefono, non ci ho mai parlato. Ci ho parlato solo una volta quando l'ho interrogato nel 2018. Che idea mi sono fatto? Non è questa la sede per dirlo".
Quindi è tornato a parlare delle affermazioni fatte da Davigo: "In questo verbale c'è scritto che questo (in riferimento alla presunta loggia Ungheria) sarebbe una conventicola di garantisti che combattono i giustizialisti. Io già nel 2006 ho fatto tanti e tali di quei processi che riguardavano soggetti di vertice con responsabilità penali importantissime, e tutto potrei essere considerato fuorché un garantista. Anche se di fatto lo sono da un punto di vista del rispetto dei diritti, ci mancherebbe altro. Il dottor Davigo aveva tutti gli elementi per capire che questa era una bufala. Di cosa doveva preoccuparsi? Questa è la cosa che mi lascia di stucco". Addirittura, in conclusione di telefonata, quando Formigli ha evidenziato che Davigo in quel momento era assente, Ardita ha replicato: "Possiamo vederci anche ad un confronto e io sarei molto disponibile a guardarlo negli occhi e dirgli moltissime cose visto che lui, da quei giorni, immotivatamente non mi parla più, ma evidentemente ci sono altre ragioni. Così ce le diciamo tutte le ragioni, tutte intere, e possiamo discuterne in maniera più ampia. La cosa inaccettabile è che si coltivi un rapporto con chi svolge un'indagine, e in quell'indagine c'è una persona con cui c'è un'inimicizia, e poi si dica che bisogna fare iscrizioni. E' una lezione che ai giovani che ci ascoltano non possiamo dare".
Mi permetto, assumendomene come sempre la responsabilità, di affermare che nella storia i "miti della giustizia" possono avere delle cadute clamorose. E' successo ieri sera al dottore Piercamillo Davigo soprattutto quando, alla domanda del giornalista se si poteva procedere in via formale, ha risposto in maniera inaudita che non si poteva procedere.
E' qui che, in modo inquietante, cade il mito dell'ottimo operatore della giustizia che in passato, nei suoi processi e nei suoi discorsi, aveva sempre messo al primo posto le vie formali delle istituzioni.


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