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La mafia è dentro lo Stato, nel cuore dello Stato, per quanto riguarda la realizzazione delle grandi opere pubbliche, per quanto riguarda il sistema degli appalti e i rapporti con la politica, e non è facile smentire una cosa del genere”. Sono state queste le parole di denuncia utilizzate da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, davanti a Casa Memoria, la scorsa domenica 9 maggio: giorno in cui, ormai 43 anni fa nel 1978, venne massacrato e fatto esplodere il corpo del giovane attivista. A causa delle restrizioni dovute alla pandemia non si sono potuti organizzare grandi eventi pubblici, ma solo dei piccoli raduni nei vari presidi e luoghi di ricordo delle vittime di mafia in Sicilia e in diverse parti del territorio italiano. “Siamo arrivati al 43esimo anniversario dell’assassinio mafioso di Peppino e per la prima volta negli ultimi due anni siamo stati costretti a rinunciare a tantissime cose. Non possiamo fare un corteo, però vedete, ci siamo, perché l’importante è che non dobbiamo disperderci. Noi dobbiamo stare uniti”, sono state le parole di Giovanni. E nonostante tutti gli impedimenti, i cittadini e le cittadine, tra cui molti giovani e bambini, c’erano. Davanti al casolare di Cinisi, dove Peppino venne ucciso, sono intervenuti anche Graziella Accetta e Vincenzo Agostino che, ormai da più di 30 anni chiedono verità e giustizia per l’assassinio dei propri cari. La madre del piccolo Claudio Domino (ucciso ad 11 anni il 7 ottobre del 1986), nella giornata della Festa della Mamma, che quest’anno coincideva con la commemorazione di Peppino, ha cercato di raccontare il dolore e la sofferenza profonda ed indescrivibile provata da una madre di fronte alla perdita del proprio figlio. Riferendosi poi alle ultime vicende riguardanti la questione dell’ergastolo ostativo e la possibilità di concedere a capi mafia detenuti al 41 bis la libertà condizionale senza aver prima collaborato con la giustizia, ha precisato con forza che “Il 41 bis e il 4 bis lo abbiamo avuto noi, loro i propri figli anche una volta al mese li vedono”.


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Sonia Bongiovanni, fondatrice del Movimento Our Voice


Vincenzo Agostino invece, padre dell’agente Antonino (ucciso con la moglie Ida Castelluccio incinta il 5 agosto del 1989), ha affermato che suo figlio era un “poliziotto che aveva giurato fedeltà alla costituzione” e che è stato tradito anche da parti deviate del nostro stesso Stato. Facendo poi un appello a tutta la popolazione civile presente, Vincenzo ha parlato della responsabilità che, in mancanza delle istituzioni, grava su tutti i cittadini e cittadine e soprattutto sulle giovani generazioni che non possono dimenticare la propria storia e devono mantenere la memoria attiva, perché “la memoria è importante, noi familiari andiamo nelle scuole a dire legalità, ma quando usciamo da quei posti diciamo: ma lo Stato dov’è? Questi ragazzi domani cosa faranno?”. Un vuoto che pesa sempre di più, un segno grave e preoccupante di una società che si sta muovendo verso il fallimento. In effetti le zone d’ombra dietro la stagione di omicidi, di attentati e di stragi iniziata con Portella della Ginestra nel 1947, sono ancora molte. In effetti, dopo l’assassinio di Peppino, venne messa in atto una sporca operazione di depistaggio, di omissioni e di anomalie investigative, che coinvolse anche esponenti delle istituzioni (nel 2018 il GIP di Palermo ha riconosciuto il depistaggio operato nella sparizione dell'archivio di Impastato durante la perquisizione dei carabinieri dal generale Antonio Subranni, dichiarando però il reato di favoreggiamento prescritto). Il caso di Peppino è stato chiuso, ma molti fatti comunque rimangono e così anche punti interrogativi e responsabilità di vario tipo. Anche per la condanna dei mandanti abbiamo dovuto aspettare più di 30 anni: il boss Tano Badalamenti venne condannato come mandante l’11 aprile del 2002.


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Domenica, davanti al casolare, come davanti a Radio Aut e a Casa Memoria nel pomeriggio, hanno presidiato anche i giovani del Movimento culturale e internazionale Our Voice. L’attivista Jamil El Sadi, seguendo l’esempio di lotta di Peppino, ha evidenziato l’importanza e la necessità della militanza in ogni ingiustizia sociale: “Serve essere militanti, noi dobbiamo tenere alta la militanza antimafia, antirazzista, ambientalista, in tutte le lotte sociali che difendeva Peppino a costo della vita, e dobbiamo farlo al fianco alle istituzioni, ai magistrati, agli uomini dell’arma, sacerdoti onesti e con la schiena dritta, che seguono i passi e le orme di Peppino”. Dopo di lui è intervenuta anche la fondatrice Sonia Bongiovanni che, in lacrime, ha raccontato i primi momenti di vita del movimento, la cui nascita è stata proprio ispirata dal coraggio, dalle idee e dagli ideali del giovane Impastato: “Oggi bisogna lottare, e la memoria è la lotta. Noi giovani abbiamo il dovere morale di combattere, di esigere dalle nostre istituzioni e dalle persone che lavorano al suo interno, verità e giustizia, perché io mi sono stancata di venire qui e vedere solo voi familiari parlare di questo. L’Italia è ancora assente, non sa e non conosce queste storie”.
L’ultimo appello è stato lanciato da Giovanni Impastato, il cui progetto per il prossimo anno è organizzare una manifestazione sicuramente più grande, per fare memoria attiva e continuare con forza e tenacia la lotta sociale di Peppino, “per portare avanti il nostro impegno, il nostro lavoro sulla memoria, perché qualcuno diceva che ‘un paese senza memoria non può mai avere un futuro’, e noi dobbiamo costruire il nostro futuro sulla memoria, perché noi ci siamo battuti giornalmente per mantenerla viva”. A Palermo, invece, al mattino c'è stato il presidio di 'Scorta Civica', sempre per ricordare Impastato davanti ad uno dei luoghi che ha visto la mafia mietere vittime. Il luogo scelto è stato quello della strage di via Isidoro Carini in cui morirono il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. "Oggi in questo giorno nel quale si ricorda l'uccisione da parte della mafia di Peppino Impastato - si legge in un documento di 'Scorta Civica', l'associazione nata nel 2014 per sostenere moralmente l'impegno dei magistrati minacciati dalla mafia e in particolare Nino Di Matteo, al tempo sostituto procuratore della Repubblica a Palermo condannato a morte da Totò Riina - siamo qui per rispondere all'appello lanciato da 'Casa Memoria' a lui intestata che, nell'impossibilita' di effettuare anche quest'anno la tradizionale marcia di commemorazione da Terrasini a Cinisi, ha invitato un insieme di associazioni e scuole a presidiare un luogo della memoria a loro scelta nel nome di Peppino. Lo abbiamo fatto - aggiungono i rappresentanti di 'Scorta Civica' - per ravvivare il ricordo di un uomo che dato tanto alla nostra terra in termini di lotta alla mafia". Un pensiero lo hanno dedicato anche alla madre di Peppino Impastato. "Oggi nel giorno della festa della mamma - aggiungono - non possiamo non ricordare anche la figura di Felicia Impastato, che ha dedicato l'intera vita alla riabilitazione della esaltazione della figura del figlio e all'affermazione dei suoi ideali". "Due uomini diversissimi il generale Dalla Chiesa e Peppino Impastato - sottolineano nel documento - ma uniti, pur nella loro diversità, da un unico ideale, cercare il modo per sconfiggere la mafia".



terrasini impastato striscioni

   

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