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Rischia di non poter mantenere le sue romantiche promesse Giorgino De Stefano. Alla compagna starlette Silvia Provvedi dal carcere ha più volte assicurato “la fine dell’incubo” iniziato con l’arresto il 24 giugno scorso, ma per lui giovane rampollo dell’omonimo casato di ‘Ndrangheta divenuto re dei salotti milanesi, la procura antimafia di Reggio Calabria vuole il processo. E l’accusa è associazione mafiosa.

La parola spetta al giudice dell’udienza preliminare, che dal 31 maggio prossimo sarà chiamato a decidere se mandare a giudizio le 75 persone coinvolte nel maxi-procedimento “Epicentro”, in cui sono confluite le inchieste Malefix, Metameria e Nuovo Corso. Alla sbarra, tre generazioni criminali, dai protagonisti della seconda guerra di ‘Ndrangheta dell’85-'91, servita per cementare le nuove strategie di dominio economico, politico e sociale di Reggio Calabria e non solo al prezzo di 800 morti ammazzati, ai giovani rampolli che quell’eredità criminale sono stati chiamati a portare avanti.

L’ultimo erede conosciuto di don Paolino
Soggetti come Giorgino, figlio illegittimo di don Paolino De Stefano e fin da adolescente determinato a farsi riconoscere come un pezzo della storia di quel casato criminale, a vestirne anche ufficialmente il cognome. A 37 anni è stato accontentato, ha cambiato documenti e codice fiscale. E da De Stefano, mentre brillava fra i locali del jet set milanese, collezionava starlette come compagne e si presentava come “facoltoso imprenditore del settore ristorazione”, con tutta la violenza e il peso del suo casato, è stato chiamato a rimettere a posto chi a Reggio sgomitava per spazi ulteriori.

Del resto, per lui la legittimazione criminale - dicono le inchieste e le strade di Reggio, le conversazioni intercettate e la memoria storica degli investigatori - è arrivata anche prima di poter indossare ufficialmente il cognome dei De Stefano. Ed è stata necessaria. Perché arresti e processi hanno decimato i ranghi degli eredi di don Paolino e dei fratelli Giorgio e Giovanni e per garantire gli equilibri a Reggio città sulla strada - hanno insegnato due guerre - ci deve essere un De Stefano.

Lo ha spiegato chiaramente il pentito Roberto Moio ai magistrati. “Reggio Calabria - ha messo a verbale in uno dei suoi tanti interrogatori - vive attorno a un cosiddetto podio. Sul gradino più basso ci sono i Tegano, poi ci sono i Condello, i numeri uno sono sempre i De Stefano per una ragione molto chiara, perché senza di loro, non sarebbe esistito niente”. E con i fratelli maggiori Carmine e Peppe fin dall’inizio degli anni Duemila al centro delle attenzioni investigative e Orazio - l’ultimo in vita dei fratelli di don Paolino - forse troppo schiacciato sul clan Tegano con cui si è imparentato per essere pienamente affidabile, il via libera alle ambizioni di Giorgino è stato inevitabile.

Ma d’altra parte lui, la “fedeltà alla causa” l’ha dimostrata fin da adolescente, quando ha lasciato Milano dove viveva con la madre ed i fratelli per tornare a Reggio città. Dove sì, si faceva troppo notare. E glielo rimproveravano anche spesso i cugini e gli anziani del clan, come Vincenzino Zappia, per anni proconsole su strada del capocrimine, Giuseppe De Stefano. Come? "Frequentava con ragazzini, tipo, di 25-26 anni che facevano bordello, insomma, che non erano, insomma, delle persone tranquille, che conducevano una vita riservata, erano troppo appariscenti; ma del resto, lui era troppo appariscente", spiega il pentito Enrico De Rosa, che all’epoca con lui divideva spesso tavoli e serate. “Aveva tipo mazzetti da 500 euro - racconta ancora De Rosa - non finiva mai gli ho detto: ‘Giorgio ma dove li prendi? Le stampi forse?’ Ne aveva una marea”. Errore blu per un figlio di boss che non deve farsi notare.

La scuola dei De Stefano
Ma la stoffa c’era, assicurava intercettato Peppe Pelle “Gambazza”, che all’inizio degli anni Duemila lo chiamava “u latriceddu” ma gli riconosceva la capacità di mettere su “una bella squadra di ragazzi” e seguiva interessato i passi. Perché i De Stefano sono sempre i De Stefano e sono tanti i clan che a loro si rivolgono - assicura intercettato il boss Giovanni Ficara - “anche per un mal di testa”. Non certo per caso. Fin dalla nascita della componente invisibile della ‘Ndrangheta - che comanda senza farsi vedere l’organizzazione tutta, che tesse i legami strutturali con politica, economia e finanza, che siede al tavolo con i governi - fra i sette c’è stato un De Stefano o qualcuno che degli arcoti era espressione.

È questa l’eredità che Giorgino ha voluto e rivendicato. Anche troppo spudoratamente. Per questo, spiega De Rosa, lo hanno mandato a Milano. “Lo hanno spedito fuori - spiega - non è soltanto svolgere, tipo, un'azione di presenza nella famiglia De Stefano negli interessi milanesi è anche perché a Reggio stava facendo danni della madonna”. Quando è stato lambito ma non travolto dall’inchiesta sul favoreggiamento della latitanza del fratellastro Peppe De Stefano ha capito che doveva cambiare aria e registro. A Milano è stato affidato - dicono fonti investigative - alle buone cure di Paolo Martino, fra i cugini prediletti di don Paolino e da sempre ambasciatore degli arcoti a Milano e in Lombardia. Ma il contatto con Reggio non è stato reciso mai. Poi negli anni Giorgino è cresciuto, ha imparato a non farsi notare, a saldare sempre i conti nei locali dove qualche anno prima lasciava da pagare magnum di vodka o bollicine, o dove faceva di tutto per farsi vedere.

“Ha imparato - ha commentato un investigatore che da sempre segue le tracce della famiglia - ad essere un De Stefano”. Come tale si è presentato all’aula bunker di Reggio Calabria dando il braccio alla moglie del fratello Peppe il giorno della sentenza d’appello “Meta”, con la folla di familiari di imputati che si è aperta per farli passare. E come il potenziale “prossimo della lista” ha fatto in fretta a far perdere le sue tracce quando in manette è finito il fratello Dimitri. Lo racconta lui stesso - intercettato - al boss ergastolano Alfonso Molinetti. “Me ne sono andato io. Sono stato fuori, venivo sempre con la macchina, scendevo da fuori... stavo una settimana e poi ripartivo di nuovo... e stavo in Spagna no?... pure... in estate stavo a Ibiza”.

Uomo del jet set a Milano, mafioso di rango a Reggio
Chiacchierate ascoltate quando troppi arresti hanno sguarnito i ranghi di famiglia ed è toccato a lui raccogliere il testimone. È lì che è inciampato, facendosi ascoltare mentre “convinceva” l’ergastolano Molinetti a ricondurre il fratello, Gino “La Belva”, a più miti consigli e ad abbandonare ambizioni e pretese. Esperto di galateo mafioso, falsamente deferente nei fronti del vecchio boss, mentre gli investigatori ascoltavano, Giorgino parlava da mafioso di rango vero, capace di alternare bastone e carota, di mischiare parole di miele e velate minacce.

Quello che a Milano i paparazzi braccavano alla ricerca di uno scatto con l’ultima fiamma, a Napoli, dove l’anziano Molinetti lavora da cuoco in casa lavoro dopo decenni di detenzione, a lui si rivolge per rimproverargli lo sgarbo del fratello - un raid in un locale di un “suo” imprenditore - e le possibili conseguenze. “Non è mai successo nella storia di Reggio Calabria una cosa del genere e adesso stiamo... sto vedendo un attimo di capire com'è questo discorso... perché... ha detto Carmine vedi un attimo, se riusciamo a venirne a capo - dice Giorgino - Perché, non è una cosa bella va e io in cuor mio spero e prego che non sia una cosa del genere. Loro non sono della mia opinione... ieri parlavamo, che c'era pure Antonio... la leggono in maniera diversa”.

Letture diverse che significano guerre vere, morti veri, e quindi attenzioni investigative, arresti, processi. Invece ci sono soldi da fare e occasioni da sfruttare. “Ci sono tante opportunità, perché dobbiamo litigare?” dice il giovane reggente ad Alfonso Molinetti, che alla sua corte non vede l’ora di piazzare il figlio mentre critica i nipoti, più interessati a mostrare la faccia cattiva in riva allo Stretto che a far soldi fuori. “Io gliel'ho detto mille volte a Peppe... ed Alfonso pure... gli ho detto... venitevene lì sopra, mi date pure una mano - concordava De Stefano - Io uno sono però abbiamo un sacco di cose da fare. Uno si cura un paese all'estero, uno si cura i rapporti con altri cristiani.. cioè possiamo, potevamo fare un sacco di cose”.

Il processo Epicentro
Cose che vorrebbero sapere inquirenti e investigatori, ma con loro Giorgino ha sempre fatto scena muta, rifiutandosi persino di comunicare le password di telefoni e device. Ma sulle tracce degli affari degli arcoti a Milano e all’estero si lavora da tempo, mentre a Reggio insieme all’ultimo erede conosciuto di don Paolino alla sbarra tornano ex giovani reggenti come Paolo Rosario o vecchi leoni come Orazio e Carmine De Stefano, facce e nomi noti delle indagini sulla famiglia fin dai tempi dei processi sulla seconda guerra di ‘ndrangheta. L’architrave - sostiene la Dda - di quel mandamento Centro che ha visto le principali famiglie, in modo più o meno convinto, incolonnarsi all’ombra dei De Stefano.

Ecco perché la Dda ha chiesto il processo anche per altri esponenti storici dei clan, da decenni più o meno gravitanti attorno ai De Stefano, come per gli eredi che nello stesso culto sono cresciuti. Di fronte al gup, il 31 maggio si dovranno presentare i fratelli Alfonso e Gino Molinetti, con figli al seguito, Demetrio Canzonieri, Filippo Barreca, Totuccio Serio, Antonino Latella, il capolocale di Catona Giovanni Rugolino, rimasto tale nonostante gli anni di detenzione, e poi ancore gli “eredi” su strada del boss Pasquale Condello, Demetrio e Giandomenico Condello, Antonio Libri ed Edoardo Mangiola. Tutti sono considerati i capi delle rispettive famiglie, tutti o quasi hanno scritto pezzi della storia di quella ‘Ndrangheta che ancora soffoca la Calabria. E non solo.

In foto: l'aula bunker di Reggio Calabria © Emanuele Di Stefano

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