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L'Italia può vantare la legislazione antimafia più avanzata al mondo, varata grazie al sacrificio di molti, magistrati, giornalisti, uomini e donne delle forze dell'ordine, membri della società civile o semplici cittadini.
Ma questa regolamentazione, come ha scritto il procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli in un articolo pubblicato sul Il Fatto Quotidiano, sta venendo "progressivamente erosa" dalle "dichiarazioni di incostituzionalità della previsione della collaborazione come unica strada per avere accesso alla libertà condizionale e ai permessi premio all’affievolimento del regime detentivo del 41-bis segno evidente di un cambio nella cultura del contrasto al crimine mafioso".
Il regime del 'carcere duro' sta venendo svuotato del suo contenuto originario, tanto che il legislatore sta valutando rimuovere anche "il divieto assoluto di scambio di oggetti tra i detenuti appartenenti allo stesso gruppo di socialità e l’introduzione del diritto ai colloqui via video" ha spiegato il magistrato.
Cosa Nostra sin dai primi processi, ha cercato di sperimentare tutte le metodologie per assicurarsi l'impunità come le "pressioni ai falsi testimoni per fornire alibi ad arte" le varie "minacce e intimidazioni nei confronti perfino degli avvocati di parte civile" l'avvicinamento dei "giudici togati e popolari, dall’attacco verbale personale nei confronti di chi aveva istruito il processo". E se tutte queste strade non erano sufficienti si poteva sempre ricorrere all’omicidio.
Uno dei casi emblematici in cui venne messa in pratica la cosiddetta 'giustizia aggiustata' di Cosa Nostra è stato il processo per l'omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ucciso sotto gli occhi della moglie Silvana Musanti il 4 maggio 1980 a Monreale. "Da poco aveva disceso le scale del municipio e stringeva tra le braccia la figlia Barbara di 4 anni, quando tre sicari di mafia gli spararono alle spalle. Quattro colpi di pistola, l’ultimo, il colpo di grazia, alla nuca", ha narrato Tescaroli, "i killer si dileguarono a bordo di un’auto A 112 e i cinque testimoni non fornirono alcuna indicazione per l’individuazione dei responsabili".
Dopo pochissimo tempo scattò la caccia all'uomo che portò nel giro di poche ore all'arresto dei tre assassini (uno di loro riconosciuto dal carabiniere Ponfino Buttazzo e da sua moglie Carla).
Ad occuparsi del caso fu il "giudice istruttore Paolo Borsellino", ha scritto il procuratore aggiunto, il quale "rinviò a giudizio tre mafiosi di rango: Vincenzo Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia, sospettati di essere gli esecutori materiali, dando l’abbrivio al primo grande processo di mafia degli anni 80, che divenne il simbolo della Giustizia 'aggiustata'".
Infatti il 31 marzo del 1983 i killer furono assolti e mandati al confino in Sardegna, ma fuggirono poco dopo.
Inoltre Cosa Nostra decise l'assassinio del giudice giudicante Antonino Saetta (anche il figlio Stefano venne ucciso) avvenuto pochi mesi dopo il deposito della motivazione della sentenza relativa al processo sull'omicidio del capitano Basile, attorno alla mezzanotte del 25 settembre 1988.
"Furono necessari 12 anni, la celebrazione di ben 8 processi e le stragi di Capaci e di via Mariano d’Amelio perché gli imputati venissero riconosciuti colpevoli in maniera definitiva del delitto di quell’ufficiale dei carabinieri. Fu la Quinta sezione della Corte di Cassazione che il 14 novembre 1992 condannò all’ergastolo, quali mandanti, Salvatore Riina e Francesco Madonia e il killer Giuseppe Madonia. Vincenzo Puccio fu ucciso in carcere nel 1989. Armando Bonanno venne condannato dal tribunale di Cosa Nostra, che lo fece ritrovare cadavere in un ospedale palermitano nel 2003. Servirono altri dieci anni perché divenisse definitivo il verdetto di condanna nei confronti dell’altro mandante, Michele Greco. Giovanni Brusca si autoaccusò di aver fatto parte del gruppo di fuoco che organizzò l’agguato".
A fronte di tutto il sangue e la fatica di quegli uomini che tutti i giorni rischiano la vita per assicurare che i diritti dei cittadini vengano rispettati e i criminali giudicati davanti alla legge e di tutti caduti per mano della violenza mafiosa, anche bambini, è lecito domandarsi: vogliamo veramente far finta che tutto ciò che è successo non sia mai avvenuto e tornare all'anno '0', quando la mafia non esisteva e i boss trasformavano le loro celle in lussuose stanze d'albergo?

Foto © Imagoeconomica

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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