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A fare ricorso sono il boss di Brancaccio Graviano e Rocco Santo Filippone, condannati all'ergastolo in primo grado

Inizierà il 6 luglio prossimo davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria il processo "'Ndrangheta stragista" che nel luglio scorso si era concluso, in primo grado, con la condanna all'ergastolo del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e di Rocco Santo Filippone, capomandamento di Melicucco, centro della Piana di Gioia Tauro, e accusato di essere diretta espressione della cosca Piromalli.
Un processo, nato dall'inchiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo con il coordinamento del procuratore Giovanni Bombardieri, che è sicuramente definibile come storico tenuto conto che per anni si è ritenuto che la 'Ndrangheta non avesse mai avuto a che fare con la stagione stragista.
Una storia da riscrivere.
Sia Graviano che Filippone sono stati ritenuti responsabili, in qualità di mandanti, di quegli attentati ed omicidi avvenuti tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994, in cui persero la vita anche gli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo (uccisi il 18 gennaio 1994 sull'autostrada Salerno-Reggio, ndr). Il boss di Melicucco è stato condannato anche a 18 anni proprio per il reato di associazione mafiosa (la procura ne aveva chiesti 24). Secondo quanto emerso nel processo il suo compito è stato determinante non solo per la realizzazione degli attentati, ma anche nascondere la firma della ‘Ndrangheta, scaricando la responsabilità sulle spalle di due giovanissimi picciotti (Consolato Villani e Giuseppe Calabrò), pronti a raccontare quegli omicidi mirati come frutto di una bravata. Invece, come emerso nel corso del processo, erano inseriti all'interno di una logica decisa dal sistema criminale di cui le mafie fanno parte.
Gli attentati ai carabinieri, dunque, per i giudici di primo grado vanno inseriti nel contesto della strategia stragista di attacco allo Stato e che rientravano in una "comune strategia eversivo-terrorista" dettata da ragioni economiche e politiche. "I tre attentati ai carabinieri (fortunatamente non tutti andati a buon fine) - scriveva la Presidente Ornella Pastore nelle motivazioni della sentenza - hanno costituito uno dei momenti più significativi di un cinico piano di controllo del potere politico (fortunatamente fallito) nel quale sono confluite tendenze eversive anche di segno diverso (servizi segreti deviati) per effetto anche della 'contaminazione' o 'evoluzione' originata dall'inserimento della mafia siciliana e calabrese all'interno della massoneria".


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"Il culmine di tale attacco allo Stato - aggiungevano i giudici - si sarebbe dovuto raggiungere il 23 gennaio 1994 con l'attentato allo Stadio Olimpico di Roma che, se portato a termine, avrebbe certamente determinato l'uccisione di decine e decine di carabinieri, piegando in maniera definitiva lo Stato, già colpito dalle stragi avvenute negli anni precedenti".
Certo è che il processo 'Ndrangheta stragista rappresenta un primo passo verso quella ricerca di verità sulle stragi che ancora oggi non è completa. Una ricerca che passa anche attraverso il disvelamento di quei mandanti esterni a volto coperto che a tutt'oggi restano impuniti.
E sul punto proprio i giudici della Corte d'assise avevano messo nero su bianco: "Non può affatto escludersi, anzi appare piuttosto assai probabile che dietro tali avvenimenti vi fossero dei mandanti politici che, attraverso la 'strategia della tensione', volevano evitare l'avvento al potere delle sinistre, temuto anche dalle organizzazioni criminali, che erano riuscite con i precedenti referenti politici a godere di benefici e agevolazioni. Si può, quindi, affermare che in tale circostanza si era venuta a creare una sorta di convergenza di interessi tra vari settori che hanno sostenuto ideologicamente la strategia stragista di Cosa Nostra".
E poi ancora: "Le conclusioni cui è pervenuta questa Corte in ordine alla responsabilità degli imputati costituiscono soltanto un primo approdo, dal momento che la complessa istruttoria dibattimentale, ivi comprese le dichiarazioni di Giuseppe Graviano, lascia intravedere il coinvolgimento di ulteriori soggetti che hanno concorso nella ideazione e deliberazione degli eventi in esame. Ciò che si ricava è che dietro tutto ciò non vi sono state soltanto le organizzazioni criminali, ma anche tutta una serie di soggetti provenienti da differenti contesti (politici, massonici, servizi segreti), che hanno agito al fine di destabilizzare lo Stato per ottenere anch'essi vantaggi di vario genere, approfittando anche di un momento di crisi dei partiti tradizionali".
Contro questa sentenza, depositata lo scorso gennaio, hanno fatto appello le difese Graviano e Filippone assistiti dagli avvocati Giuseppe Aloisio, Guido Contestabile e Paolo Becatti. Il processo d'appello si celebrerà davanti alla Prima sezione della Corte d'Assise di Reggio Calabria presieduta dal giudice Bruno Muscolo.

In foto: l'ultimo giorno della requisitoria del pm Giuseppe Lombardo nel processo "'Ndrangheta stragista" del 10 luglio 2020 © Emanuele Di Stefano

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