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La maxi-intervista di Wordnews.it, divisa in tre parti, al consigliere togato del Csm

Dal processo Trattativa Stato-mafia, di cui è stato pm di punta, al terremoto delle toghe sporche che ancora scuote il Csm, fino alla sentenza CEDU e Consulta in merito all’ergastolo ostativo, Nino Di Matteo racconta e si racconta. E lo fa rispondendo alle varie e attente domande dei giornalisti Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini per il sito Wordnews.it su numerosissime tematiche in tema antimafia.
Un’intervista cartesiana in cui il consigliere togato del Csm parla delle vicende che lo hanno riguardato da vicino e spiega, con gli occhi di un magistrato che da trent’anni combatte instancabilmente la mafia, quale direzione dovrebbe prendere il Paese in merito al contrasto alle organizzazioni mafiose e ai loro ibridi connubi con le sfere di quello che definisce “il grande potere”.



Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO/Prima parte. Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste, terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade? Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta.

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini

Roma (CSM). In questo Paese la lotta alle mafie non è mai stata una priorità per nessun Governo. Tutti a parole sono bravi a commemorare i morti e a sfidare le organizzazioni criminali. Ma nei fatti poco è cambiato negli ultimi anni. Nei mesi scorsi, sfruttando l’alibi della pandemia, la situazione è peggiorata. Dalle rivolte carcerarie si è arrivati alle scarcerazioni dei mafiosi. Dall’ergastolo ostativo si è passati a mettere in discussione la legge Rognoni-La Torre. Un pessimo segnale nel Paese impregnato dalle schifose mafie. Una questione che ci portiamo da secoli sulle spalle.

Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade?

Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta. Nel Paese senza memoria le mafie non dimenticano. “Ti farei fare la fine del tonno” disse la bestia (Totò Riina) dal carcere di Opera. Il sanguinario boss, protagonista (insieme agli apparati dello Stato) della vergognosa Trattativa Stato-mafia, è morto insieme ai suoi segreti. Ma non è l’unico. Altri sono stati eliminati nel corso degli anni.


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Totò Riina entra nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone © Shobha


Con il magistrato Nino Di Matteo, oggi al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), abbiamo toccato diverse tematiche. Nella prima parte ci siamo occupati di un argomento attuale, spinoso. La magistratura e le sue correnti, riprendendo una sua affermazione: “Privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato, il criterio dell’appartenenza a una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. Serve una svolta etica”. Questo concetto, oggi, è superato? A che punto siamo con il cambiamento auspicato?
«L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono una prerogativa della cosiddetta casta dei magistrati ma sono garanzia di libertà e democrazia per tutti i cittadini. Soprattutto per i più deboli, soprattutto per coloro i quali devono poter contare sul concetto che la legge sia veramente uguale per tutti. I fenomeni innegabili di condizionamento dell’attività della magistratura e di compressione dell’autonomia e dell’indipendenza dei singoli magistrati sono dipesi e dipendono, talvolta, da fattori esterni. Cioè da attacchi che provengono da altre parti del potere. Potere politico, imprenditoriale, finanziario. Ma altre volte sono dipesi e dipendono da attacchi interni. Noi dobbiamo preservare l’autonomia e l’indipendenza di ogni magistrato anche da condizionamenti interni. Dobbiamo opporci con tutte le nostre forze all’ulteriore consolidamento di questa grave patologia. E il cambiamento deve partire da noi stessi, prima ancora che venga eventualmente realizzato, magari a forza di riforme che tendano a limitare il controllo di legittimità della magistratura, dalla politica. Il carrierismo, inteso come folle corsa agli incarichi direttivi, ha snaturato in troppi casi la funzione vera del magistrato. Dobbiamo recuperare la coscienza di essere al servizio del popolo.»

Lo scandalo Palamara porta alla luce un sistema malato. Per i cittadini più sensibili questo è motivo di sfiducia e preoccupazione. Come se ne esce?
«Considero un bene il fatto che determinate forme patologiche nel sistema di autogoverno della magistratura siano, finalmente, emerse pubblicamente. È un fatto doloroso ma l’emersione può e deve essere utile a un cambiamento. Ho ben chiaro, però, un pericolo inevitabile.»

Quale pericolo?
«Che a fronte di quanto emerso possano trovare terreno fertile i tentativi di coloro i quali vogliono, a priori, screditare il lavoro passato, presente e futuro dell’intera magistratura perché, in realtà, vorrebbero una magistratura asservita agli altri poteri. Un ordine giudiziario non più veramente indipendente e autonomo ma collaterale e servente rispetto al potere politico.»


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Il plenum del Csm © Imagoeconomica


I cittadini devono essere informati?
«Noi, come autogoverno della magistratura, abbiamo il dovere di garantire la trasparenza massima delle nostre decisioni e valutazioni. Non dobbiamo nascondere il problema, dobbiamo affrontarlo con decisione, con serenità. Distinguendo caso da caso, ma senza sconti a nessuno. Dobbiamo anche avere il coraggio di dire che la magistratura è stata in grado, soprattutto nella storia degli ultimi cinquant’anni, di costituire il baluardo più autentico per preservare la libertà e la democrazia nel nostro Paese. Non solo a fronte della offensiva terroristica e mafiosa ma anche a fronte della pretesa dei più potenti.

La magistratura italiana è stata quella che, anche con la sua capacità di giurisprudenza evolutiva, ha costituito il primo baluardo per la garanzia dei diritti dei lavoratori, delle minoranze, di tutti i cittadini che si trovano in condizione di minorità rispetto ad altri. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Così come non dobbiamo dimenticare che in questo nostro Paese la magistratura, soprattutto nella lotta ai grandi sistemi criminali, ha supplito suo malgrado anche alle carenze di volontà politica. Non è stata la magistratura a invadere il campo della politica ma, spesso, è stata lasciata sola e in prima linea a sopportare sulle sue spalle il peso della lotta a fenomeni criminali che non possono essere combattuti solo con la logica della repressione giudiziaria ma dovrebbero, prima di tutto, formare oggetto di una precisa volontà politica di contrasto. E spesso, nel nostro Paese, questa volontà non si è constatata.»

Dottor Di Matteo, la vicenda Palamara ha mostrato un vero e proprio verminaio all’interno della magistratura. Oggi, dopo lo “scandalo”, è crollato il sistema Palamara o è crollato solo Palamara insieme a quei magistrati?
«Non posso troppo scendere nello specifico anche perché sono componente di alcuni collegi disciplinari che stanno procedendo nei confronti di colleghi che sono sotto incolpazione. Noi dobbiamo sapere che questo deve essere il momento della svolta. Alcuni segnali positivi si colgono. Deve essere una svolta etica e di consapevolezza della necessità di garantire la trasparenza del nostro operato e di difendere con forza gli interessi dei tanti magistrati che non sono legati a nessuna parrocchia di tipo politico, correntizio e, peggio ancora, di tipo criminale o di tipo lobbistico. Noi dobbiamo stare vicini ai magistrati liberi e coraggiosi. E dobbiamo essere attenti a individuare le sacche, invece, di collateralismo al potere che la magistratura ancora presenta.»


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Luca Palamara © Imagoeconomica


Esiste una volontà, da parte anche della politica, di limitare l’azione della magistratura, facendola passare per una “casta” privilegiata e senza controllo?
«Sicuramente ci può essere una parte del potere, nel nostro Paese, che ha lo scopo proprio di prevenire o bloccare qualsiasi tipo di indagine che si rivolga seriamente al controllo di legittimità su come viene esercitato il potere. Credo che ci sia, purtroppo, un’altra parte, forse ancora più consistente, che coltiva l’idea di una magistratura che si limiti a controllare, a contrastare efficacemente i fenomeni criminali più visibili. Quelli che incidono più direttamente sulla sicurezza. E, quindi, i reati comuni, i reati di strada. Ma che invece guardi con diffidenza e con ostracismo a quella azione, altrettanto doverosa della magistratura, che miri a individuare e punire la criminalità, cosiddetta, dei colletti bianchi e le patologie nel sistema di potere politico, istituzionale e finanziario. Più volte ho anche personalmente constatato come l’azione della magistratura vada bene a tutti quando si limiti a quella attività di repressione dell’attività criminale comune. E invece l’atteggiamento cambia e diventa di diffidenza o, addirittura, di ostracismo manifesto quando la magistratura alza il tiro. Quando pretende di capire o pretende di controllare la legalità del gioco grande del potere, quello che passa attraverso gli affari delle grandi imprese, delle multinazionali. Quello che passa attraverso le collusioni di sistemi criminali anche mafiosi con settori dello Stato e delle Istituzioni. Quello che è sfociato anche in tanti processi che hanno caratterizzato, soprattutto dopo le stragi del ’92, l’attività di alcune Procure e di alcuni Tribunali.»

Di cosa abbiamo bisogno in questo Paese?
«Noi, come Paese, abbiamo bisogno di una magistratura forte, libera e coraggiosa. Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista.
Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia paura, laddove ne sussistano i presupposti probatori, di processare anche i potenti.
Abbiamo bisogno di una magistratura che abbia il coraggio ancora di capire quali sono eventuali e ulteriori profili di responsabilità oltre ai mandanti, agli organizzatori e agli esecutori mafiosi che sono stati individuati nelle stragi del biennio ‘92/’94.
Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia nessun timore di affrontare le inchieste scomode che riguardano la gestione del potere anche attuale o che riguardano le forme con le quali le grandi mafie stanno tentando di ripulire i loro denari, anche attraverso una finta legalizzazione delle loro attività.
Ben vengano le critiche, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà. Non dobbiamo avere paura nemmeno di uscire dalle nostre stanze per confrontarci con loro, soprattutto con i più giovani, con quelli che hanno bisogno di capire meglio determinati fenomeni del passato e di capire che nello Stato ci sono, per fortuna, ancora molti, non soltanto magistrati, che credono in quello che fanno e lo fanno con entusiasmo. Abbiamo bisogno di questo nel nostro Paese.»









«Con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO NINO DI MATTEO/Seconda parte. «La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini». Sulla Trattativa Stato-mafia: «Mentre c’era chi moriva, chi rischiava di morire, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati.»

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini

Roma (CSM). Continua il nostro ragionamento con il Consigliere Nino Di Matteo. Proprio oggi ricade il 39° anniversario della morte del segretario regionale del Partito Comunista Pio La Torre. Aveva sfidato la mafia apertamente e senza retorica. Il 30 aprile 1982 verrà colpito, insieme a Rosario Di Salvo, con una bestiale violenza. Decine di colpi per abbattere il padre della legge che ha introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai mafiosi. In questi ultimi tempi, anche la legge Rognoni-La Torre, è al centro di un dibattitto vergognoso. Gli attacchi diretti alle impalcature messe in piedi per contrastare le mafie non trovano una conclusione nel Paese impregnato di cultura mafiosa.

Nella prima parte («Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista») abbiamo affrontato le tematiche e le problematiche legate alla magistratura e agli scandali che stanno facendo emergere situazioni molto pericolose. «Ben vengano le critiche – ha affermato Di Matteo -, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà.»

In questa seconda parte toccheremo anche la Trattativa Stato-mafia (reale, non presunta). Un argomento che ha messo a nudo – con una sentenza di primo grado - i rapporti intensi, pericolosi e squallidi tra personaggi istituzionali e mafiosi. C’è ancora qualcuno (l’elenco è molto lungo) che vorrebbe lasciare questo pezzo di storia nel dimenticatoio.

Nel maggio del 2019 lei viene estromesso dal pool stragi della Procura nazionale antimafia. Palamara esultò dopo il suo allontanamento. Tutto nasce da una sua intervista dove affronta temi noti, come la strage di Capaci, il ritrovamento di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti e di un guanto con DNA femminile, della scomparsa del diario di Giovanni Falcone da un computer del ministero della Giustizia e dell’ipotesi che alcuni appartenenti a Gladio (organizzazione paramilitare) abbiano avuto un ruolo nella strage. A prescindere dal suo reintegro, arrivato nell’ottobre del 2020, perché certi temi ancora non si possono sfiorare in questo Paese, come diceva Pasolini, orribilmente sporco?
«Dopo quasi due anni da quella esclusione, nonostante le mie osservazioni che all’epoca presentai al CSM e proprio in funzione della revoca di quel provvedimento di esclusione, fatta recentemente dal Procuratore Cafiero de Raho, non ho ottenuto una risposta a quelle mie osservazioni nelle quali sostenevo che quel provvedimento fosse ingiusto nei suoi presupposti formali e sostanziali. Questo è un dato di fatto che mi lascia perplesso.»


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Il Procuratore Federico Cafiero de Raho © Imagoeconomica


Rifarebbe quella intervista?
«Per quanto riguarda la necessità di approfondire certi temi quella intervista la rifarei. Partendo dal dato che non rivelavo nulla che non fosse depositato in atti processuali ostensibili, nulla di segreto. Credo che l’opinione pubblica abbia non soltanto il diritto ma, oserei dire, il dovere di essere informata sui processi che sono stati celebrati e che non vengono raccontati dalla grande stampa. L’opinione pubblica deve essere informata e chi ha un ruolo all’interno dello Stato, della magistratura e delle forze di polizia, ha il dovere di non fermarsi.

Spesso determinate verità processuali su fatti molto gravi sono venute fuori anche a distanza di moltissimi anni. È di pochi anni fa una sentenza definitiva che ha condannato all’ergastolo alcuni organizzatori ed esecutori della strage della Loggia a Brescia del 1974. A questi risultati si è pervenuti di recente perché c’è stato qualcuno, e tra questi voglio citare un valentissimo e coraggioso ufficiale dei carabinieri che si chiama Massimo Giraudo, che ha continuato a indagare con la Procura di Brescia, anche nei rapporti tra esponenti dell’eversione nera e di gruppi della destra eversiva ed esponenti dei servizi di sicurezza. L’errore più grande sarebbe considerarle definitivamente chiuse ed archiviate quelle pagine delle stragi che hanno segnato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica e sulle quali c’è ancora tanto da scoprire.

E l’informazione deve fare la sua parte, raccontando quello che si può raccontare e che è già emerso. Il muro del silenzio giova ai criminali. L’oblio è il pericolo che grava sulla nostra democrazia.

Il pericolo più grande è che la memoria si trasformi in uno sterile esercizio retorico, magari in una emozione che ricordi la vittima o le vittime del reato. Non può essere sufficiente l’esercizio della pura importanza della sfera emozionale. Fare memoria degli accadimenti richiede qualcosa di più. Non può essere sterile commemorazione basata soltanto sull’emozione e sul ricordo delle vittime.»

Perché, secondo lei, questi temi non vengono raccontati dalla grande stampa? Gli organi di informazione sono legati a quel potere di cui parlava prima?
«Anche per questa risposta mi sentirei, in tutta coscienza, di fare un distinguo. Ci sono dei silenzi che sono complici, silenzi di coloro i quali hanno un interesse contrario alla possibile emersione di certi fatti e di certe collusioni. Ci sono, però, dei silenzi che pur non essendo complici sono comunque colpevoli e sono i silenzi di chi pensa che queste storie non interessino più l’opinione pubblica. Quando l’opinione pubblica viene informata bene, con dei contributi fondati sulla conoscenza e sul ragionamento, si dimostra molto interessata. Non credo che noi abbiamo una opinione pubblica pregiudizialmente indifferente rispetto a certi temi. Forse è comodo farlo credere.»


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Nino Di Matteo e, sullo sfondo, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri © Imagoeconomica


Si parla poco del processo sulla Trattativa Stato-mafia, una sentenza di primo grado ha inflitto condanne a mafiosi e ad appartenenti alle istituzioni. In quella sentenza Marcello Dell'Utri, fondatore del partito politico Forza Italia, è stato condannato - in primo grado - a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Il legame tra politica e mafia è così imprescindibile da non potersi rescindere?

«Nel DNA delle mafie, in particolare Cosa nostra, la ricerca del rapporto con la politica è stata sempre una caratteristica fondante. I mafiosi sanno che senza il contatto con il potere, in generale, la loro organizzazione sarebbe facilmente debellabile con una ordinaria attività di repressione.

Rispetto al periodo antecedente alle stragi non credo che sia venuta meno la volontà dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra di coltivare rapporti con i politici. Sono cambiate le strategie e sono cambiate, soprattutto in una funzione di cautela, rispetto alla maggiore incisività delle indagini dovute al fenomeno del pentitismo e all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Oggi, da questo punto di vista, anche i mafiosi hanno capito che, per preservare il rapporto con il politico colluso, devono evitarlo di esporlo.

Si avvalgono di mediatori insospettabili che possano, eventualmente, giustificare sia il contatto con il mafioso sia il contatto con il politico. Credo che anche la maggiore consapevolezza che determinate vicende processuali hanno diffuso sul fenomeno possa indurre la politica ad essere più attenta nei rapporti. Credo e spero ci sia una maggiore consapevolezza nella politica perché con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare.

Accettare il dialogo con questi ambienti rappresenta un rafforzamento forte e molto significativo dal punto di vista delle organizzazioni mafiose. Una volta creato il rapporto l’organizzazione mafiosa tenderà a preservarlo e a conservarlo all’infinito, pena anche una eventuale azione violenta nei confronti del politico.

La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini, come il diritto alla sicurezza, alla libertà di iniziativa economica, alla salute, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.»


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Il presidente della corte, Alfredo Montalto, legge la sentenza del processo Trattativa Stato-Mafia © ACFB


Il 20 aprile 2018 lo Stato, in primo grado, ha condannato Leoluca Bagarella (28 anni), Antonino Cinà, Marcello Dell’Utri (già condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno), Mario Mori, Antonio Subranni (12 anni), Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino (8 anni). In questa Repubblica fondata sulle trattative stato-mafie (Unità d’Italia, Portella della Ginestra, sequestro Cirillo, ecc.) un presidente del consiglio (tralasciando il prescritto Andreotti) del governo italiano – utilizzo le sue parole – “nello stesso momento in cui era presidente del consiglio (stiamo parlando di Silvio Berlusconi, nda) - continuava a pagare, come già aveva fatto dagli anni Settanta, cospicue somme di denaro a Cosa nostra”. In questo contesto in cui lo Stato si è inginocchiato davanti a Cosa nostra, dove si sono registrate omertà istituzionali e comportamenti disdicevoli da parte di diversi presidenti della Repubblica che hanno mentito, come si può immaginare una vera “lotta” alle mafie?
«Guardi, al di là delle responsabilità penali dei singoli imputati, è in corso l’appello, il grande merito di quel processo è quello di avere fatto emergere dei fatti che credo siano, ormai, consacrati nero su bianco. Mentre c’era chi moriva come Borsellino e gli agenti della scorta ma anche le cosiddette vittime innocenti delle stragi del ’93, mentre c’era chi rischiava di morire, come centinaia di carabinieri che si sono salvati il 23 gennaio del 1994 allo stadio Olimpico soltanto per un cattivo funzionamento del congegno esplosivo, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati. Quelle 5.552 pagine di sentenza, con la loro ricostruzione analitica, organica, omogenea, contestuale, capace di collegare fatti e situazioni apparentemente diversi, hanno segnato un caposaldo di tutela della libertà e della democrazia. Oggi tutti abbiamo il dovere di ricordare quanto la magistratura ha fatto per il nostro Paese e si è esposta per contrastare fenomeni che la restante parte delle Istituzioni ha ignorato o, in qualche caso, fatto finta di ignorare. O, in altri casi ancora più gravi, alimentato e protetto.»









Ergastolo ostativo: «Quella sentenza sancisce un principio che realizza uno dei principali obiettivi della mafia stragista»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO NINO DI MATTEO/Terza ed ultima parte. «Mi è stato detto dal ministro, nell’invitarmi ad accettare un altro incarico, che non ci sarebbero stati dinieghi o mancati gradimenti che potevano bloccare la nomina. Dovrebbe essere l’ex ministro Bonafede ad avere la sensibilità istituzionale di spiegare chi avesse opposto dinieghi o dichiarato i mancati gradimenti. Non credo che lo abbia mai fatto.»

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini

Roma (CSM). Con questa terza parte chiudiamo l’intervista con il magistrato siciliano Nino Di Matteo. Per motivi tecnici (legati ad una intensa attività di hackeraggio) siamo stati costretti a posticiparla di qualche giorno. Dopo aver affrontato il tema della magistratura italiana ed alcuni episodi legati alla Trattativa Stato-mafia, in questa ultima parte, abbiamo toccato il ruolo e l’impegno delle Istituzioni nel contrasto alle organizzazioni mafiose, senza dimenticare il passo indietro (ingiustificato e ingiustificabile) fatto dall’ex ministro Bonafede sulla questione della mancata nomina al DAP.

Dopo le rivolte carcerarie il Governo ha disposto alcune scarcerazioni anziché alzare il livello di sicurezza. Una resa da parte dello Stato?
«Il ritorno in libertà di molti mafiosi ha sicuramente non solo potuto provocare il rischio che questi mafiosi, in quel momento di libertà o agli arresti domiciliari, abbiano ricucito la tela dei loro rapporti di tipo criminale con l’esterno ma abbiano potuto recuperare, attraverso il ritorno in libertà anche per poco tempo, quel prestigio e quella autorevolezza mafiosa che si alimenta del mito della impunità. È stato, a mio avviso, un brutto segnale.

I detenuti, anche lo stragista più feroce, hanno diritto ad essere tutelati nell’integrità della loro salute. Uno Stato, però, dovrebbe avere la piena consapevolezza di doversi attrezzare per far sì che questo diritto alla salute del detenuto venga tutelato al massimo, nella maniera più efficace, all’interno di strutture penitenziarie. Questo non è avvenuto e credo che quella sia stata una pagina poco edificante che ha dimostrato anche una scarsa consapevolezza del fatto che il sistema mafioso si alimenta, anche inconsapevolmente, con segnali. Quelle scarcerazioni disposte proprio dopo le rivolte avevano e, a mio avviso, conservano ancora un molto preoccupante sapore di resa.»

Mancata nomina al Dap (l’ex ministro della giustizia Bonafede ancora non ha chiarito il suo comportamento relativo alle scelte fatte in quei mesi e alle pressioni ricevute), rivolte carcerarie, mafiosi rilasciati con la scusa dell’emergenza Covid, incostituzionalità del carcere ostativo, attacchi per indebolire la legge Rognoni-La Torre sulle misure di prevenzione. Tutto questo rientra in un quadro unitario o sono episodi gravissimi senza alcun legame tra di loro?
«Come ho ripetuto in più sedi anche istituzionali e, in particolare, quando sono stato udito dalla Commissione parlamentare antimafia, a me è stata fatta una proposta che nel giro di 24 ore, quando avevo accettato, è stata revocata. Mi è stato detto dal ministro, nell’invitarmi ad accettare un altro incarico, che non ci sarebbero stati dinieghi o mancati gradimenti che potevano bloccare la nomina.

Dovrebbe essere l’ex ministro Bonafede ad avere la sensibilità istituzionale di spiegare chi avesse opposto dinieghi o dichiarato i mancati gradimenti. Non credo che lo abbia mai fatto.»


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L'ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede © Imagoeconomica



Lei parlava di resa da parte dello Stato. Oggi esiste ancora una Trattativa Stato-mafia?
«Se avessi elementi in tal senso non potrei riferirli in una intervista. L’unica cosa che posso dire è che mi preoccupa il fatto che, rispetto alle richieste della Trattativa Stato-mafia dei primi anni Novanta, alcune oggettivamente sembrano essersi realizzate o sembrano in via di realizzazione.»

Tornando alla mancata nomina al Dap cosa le ha dato più fastidio: la ricostruzione della vicenda o l’occasione persa da parte del Governo di attuare un contrasto reale alla mafia?
«La cosa che mi ha lasciato l’amaro in bocca è quella di essere stato destinatario di una chiarissima proposta e poi, nel momento in cui ero andato per accettarla, di constatare come il ministro avesse fatto marcia indietro. Tutto questo mi ha dato fastidio perché non sono stato io a cercare il ministro, non sono stato io a propormi. Un magistrato non deve mai cercare la politica per ottenere degli incarichi. Non ho cercato nessuno in quella occasione ma sono stato cercato. Questo è il profilo di amarezza unito a quell’ulteriore profilo di alcuni giudizi che hanno voluto far passare quella vicenda e quella interlocuzione come un malinteso.»

Il magistrato Luca Tescaroli, qualche giorno fa, ha dichiarato: “Dopo quasi un quarantennio i sequestri e le confische di prevenzione sono divenute un presidio irrinunciabile, soprattutto oggi in una pandemia che ha generato un collasso dell’economia, terreno ideale per consentire l’ampliamento dell’infiltrazione mafiosa, l’appropriazione delle erogazioni pubbliche, il rischio dell’ingerenza nella gestione della salute. Tuttavia, in molti ne invocano l’incostituzionalità e si registra una deriva ipergarantista in seno alla magistratura, sempre più proiettata ad ancorare le manifestazioni di pericolosità sociale alle sentenze di condanna e alle contestazioni mosse nei procedimenti penali”. Lei condivide il pensiero del suo collega?
«Condivido in pieno il pensiero di Luca Tescaroli. Il suo è il giudizio di chi, dal 1992, conosce bene il fenomeno mafioso, la mentalità mafiosa, l’importanza dell’aggressione ai beni e al patrimonio dei mafiosi e conosce, purtroppo, l’antico vizio nel quale rischiamo di cadere sempre in Italia.

Quale?
«Cessata l’emergenza del sangue sulle strade degli attentati, della visibilità della violenza del fenomeno mafioso, si tende a tornare indietro rispetto agli enormi passi avanti che sono stati fatti anche sul sangue di tante persone. Non possiamo dimenticarci che quella normativa sulla confisca dei beni e sulle misure di prevenzione patrimoniali nasce sul sangue di Pio La Torre, sul sangue del generale Dalla Chiesa. Non possiamo dimenticare che la normativa che ha riguardato il sistema penitenziario, l’articolo 41 bis, l’articolo 4 bis e l’ergastolo ostativo, è frutto della visione di Giovanni Falcone. In gran parte venne perfezionata dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. È vero che non dobbiamo vivere sempre in una cultura repressiva emergenziale ma dimenticare quello che è accaduto e dimenticare quello che è il presupposto di alcune norme, come quelle sul sequestro e la confisca dei beni o come quella sull’ergastolo ostativo, rischia di non far comprendere il futuro. E di avviarci verso un futuro in cui le mafie possano nuovamente riespandere il loro potere.»


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Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro © Letizia Battaglia



Da quasi 30 anni lei vive sotto scorta. Durante un’intervista ha detto di non riuscire neanche a fare una passeggiata a Palermo. In questi anni è nata “Scorta civica”, un movimento spontaneo di cittadini che la seguono nei suoi spostamenti. Questo affetto, questa vicinanza civica, ripaga in parte dalla frustrazione per uno Stato che, troppo spesso, non si pone al fianco di chi fa il proprio lavoro?
«Sono convinto che il magistrato non debba cercare o, tantomeno, inseguire il consenso della gente. Però non posso nascondere che in certi momenti, anche i più difficili, le cose che mi hanno fatto più piacere sono state le manifestazioni, anche le più semplici, come una stretta di mano da parte di persone sconosciute. La cosa più gratificante non è il riconoscimento di un merito, ma la consapevolezza che, nonostante tutto, ci sono tanti semplici cittadini che continuano a vedere nella magistratura un punto di riferimento. Possiamo sbagliare, possiamo non calcolare bene la possibilità di giungere a determinati risultati processuali, ma non possiamo tradire le aspettative dei cittadini. In certi momenti la vicinanza delle persone è un momento per ricordare l'essenza del nostro ruolo.»

L’uccisione di Paolo Borsellino è legata alla Trattativa. Una strage di mafia con un peso decisivo da parte di alcuni rappresentati dello Stato. Pochi minuti dopo il massacro “qualcuno”, già presente nel luogo dell’eccidio, si preoccuperà di prelevare la borsa del magistrato dalla macchina in fiamme. L’Agenda Rossa è diventata “arma di ricatto” come sostiene Salvatore Borsellino?
«Ho ripetuto in più sedi istituzionali, anche e soprattutto in Commissione parlamentare antimafia, che il vero depistaggio parte un minuto dopo rispetto allo scoppio dell’esplosione di via D’Amelio e parte con la sottrazione dell’Agenda Rossa. Rimango convinto, sulla base di tutto quello che ho vissuto come investigatore e per quello che ho letto nelle sentenze successive, che l’Agenda Rossa sia stata trafugata dagli uomini delle Istituzioni. È da lì che bisognerebbe sempre ripartire e continuare a fare di tutto per capire chi abbia sottratto quella Agenda Rossa.»

Come si può spiegare quel furto?
«Si può spiegare soltanto con la paura che Paolo Borsellino avesse annotato qualcosa di cui era venuto a conoscenza e con la necessità di non far scoprire agli investigatori e ai magistrati che cosa avesse scoperto. Quale fattore, soprattutto nelle ultime settimane della sua vita, lo rendeva così preoccupato e così, per certi versi, angosciato.»

Il tritolo era pronto anche per lei. Diversi piani sono stati realizzati per la sua eliminazione fisica. Molti ancora ricordano le minacce dal carcere di Totò Riina nei suoi confronti. La mafia ha dimenticato o attende il momento opportuno? Si sente tutelato da questo Stato?
«Non mi piace parlare di me stesso e della mia sicurezza. Dal 2013 fino ad oggi, nonostante in questo momento sia collocato fuori ruolo presso il CSM, gli organismi competenti mi hanno garantito il massimo livello di protezione.»


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Giovanni Falcone scortato dentro il palazzo di giustizia di Palermo © Shobha



Pochissimi sono i detenuti nelle carceri condannati per corruzione: i colletti bianchi restano quasi sempre impuniti e questo determina un salvacondotto che favorisce le infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno delle istituzioni e della pubblica amministrazione. È necessario modificare le leggi che puniscono i comportamenti scorretti di amministratori e dirigenti infedeli o basterebbe applicare la normativa vigente?
«Ho sempre creduto e sostenuto che lotta alla mafia e alla corruzione debbano camminare su piani distinti ma, in qualche modo, non distanti. Siccome il potere mafioso si nutre, quando è necessario, anche di metodi corruttivi non si può efficacemente contrastare un fenomeno se non si contrasta anche l’altro. Ancora sono veramente pochi i casi di definitiva condanna per fatti corruttivi che comportino poi la reale esecuzione di una pena detentiva. Però, rispetto a qualche anno fa, sono state approvate alcune leggi, come la “spazzacorrotti”. Sono stati fatti dei significativi passi in avanti che ancora non sono sufficienti. È chiaro che la lotta alla corruzione non si gioca soltanto sul piano dell’indagine giudiziaria e poliziesca ma si gioca, soprattutto, sul piano della prevenzione, sul piano del cambiamento di cultura politica. Sul piano giudiziario si gioca anche una celebrazione effettivamente rapida dei processi.»

Le mafie sono state istituzionalizzate con l’Unità d’Italia. I primi segnali risalgono ancora prima dell’ingresso di Garibaldi in Sicilia e, poi, in Campania. La questione è secolare. È immaginabile una loro fine?
«Non solo è immaginabile ma è anche l’obiettivo che dobbiamo tenere presente se vogliamo veramente progredire. Però credo molto che l’affermazione che fece Giovanni Falcone (“la mafia è un fenomeno umano come tale ha avuto un inizio e avrà una fine”) sia condivisibile. Dobbiamo avere quella consapevolezza che ancora manca e cioè che la fine si potrà intravedere soltanto quando l’azione antimafia non sarà affidata esclusivamente alla magistratura e alle forze di polizia ma entrerà nel DNA dell’agire politico dei governi nazionali, delle Istituzioni europee e sovranazionali in generale. Le mafie hanno avuto una grandissima capacità di adattare la loro condotta alla evoluzione dei tempi e anche alla entità e tipologia del contrasto. Se l’entità e la tipologia del contrasto diventa massiccia in Italia le mafie tenderanno a spostare altrove alcuni centri di interesse economico. Se non ci sarà, quindi, un adeguamento delle normative e delle professionalità, anche a livello sovranazionale, noi rischiamo di non arrivare mai a quel momento auspicato da Giovanni Falcone.»

L’ergastolo ostativo è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta, se ne dovrà occupare il Parlamento da qui a un anno. Un ammorbidimento dell'ergastolo ostativo rischia di vanificare lo strumento dei pentiti e di indebolire la lotta alla mafia?
«Di fatto quella sentenza sancisce un principio che realizza uno dei principali obiettivi della mafia stragista. La fine dell’ergastolo inteso come fine pena mai e l’apertura di spiragli di libertà anche ai mafiosi, autori delle più efferate stragi, che non hanno collaborato con la giustizia. Credo, purtroppo, che molte delle teste pensanti delle organizzazioni mafiose, in questo momento, si sentano vicini alla realizzazione di un obiettivo importante. Sostanzialmente sta venendo meno quella differenza, quella forbice trattamentale, tra i mafiosi che collaborano e i cosiddetti irriducibili che, sicuramente, ha costituito da decenni una delle spinte fondamentali che ha indotto molti mafiosi a collaborare con la giustizia. Questa sentenza sull’ergastolo ostativo segna un passo indietro nella efficacia del sistema complessivo di contrasto alle organizzazioni mafiose.»

Tratto da: wordnews.it

Foto di copertina © Imagoeconomica

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