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La maxi-intervista di Wordnews.it, divisa in tre parti, al consigliere togato del Csm

Dal processo Trattativa Stato-mafia, di cui è stato pm di punta, al terremoto delle toghe sporche che ancora scuote il Csm, fino alla sentenza CEDU e Consulta in merito all’ergastolo ostativo, Nino Di Matteo racconta e si racconta. E lo fa rispondendo alle varie e attente domande dei giornalisti Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini per il sito Wordnews.it su numerosissime tematiche in tema antimafia.
Un’intervista cartesiana in cui il consigliere togato del Csm parla delle vicende che lo hanno riguardato da vicino e spiega, con gli occhi di un magistrato che da trent’anni combatte instancabilmente la mafia, quale direzione dovrebbe prendere il Paese in merito al contrasto alle organizzazioni mafiose e ai loro ibridi connubi con le sfere di quello che definisce “il grande potere”.



Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO/Prima parte. Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste, terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade? Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta.

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini

Roma (CSM). In questo Paese la lotta alle mafie non è mai stata una priorità per nessun Governo. Tutti a parole sono bravi a commemorare i morti e a sfidare le organizzazioni criminali. Ma nei fatti poco è cambiato negli ultimi anni. Nei mesi scorsi, sfruttando l’alibi della pandemia, la situazione è peggiorata. Dalle rivolte carcerarie si è arrivati alle scarcerazioni dei mafiosi. Dall’ergastolo ostativo si è passati a mettere in discussione la legge Rognoni-La Torre. Un pessimo segnale nel Paese impregnato dalle schifose mafie. Una questione che ci portiamo da secoli sulle spalle.

Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade?

Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta. Nel Paese senza memoria le mafie non dimenticano. “Ti farei fare la fine del tonno” disse la bestia (Totò Riina) dal carcere di Opera. Il sanguinario boss, protagonista (insieme agli apparati dello Stato) della vergognosa Trattativa Stato-mafia, è morto insieme ai suoi segreti. Ma non è l’unico. Altri sono stati eliminati nel corso degli anni.


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Totò Riina entra nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone © Shobha


Con il magistrato Nino Di Matteo, oggi al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), abbiamo toccato diverse tematiche. Nella prima parte ci siamo occupati di un argomento attuale, spinoso. La magistratura e le sue correnti, riprendendo una sua affermazione: “Privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato, il criterio dell’appartenenza a una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. Serve una svolta etica”. Questo concetto, oggi, è superato? A che punto siamo con il cambiamento auspicato?
«L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono una prerogativa della cosiddetta casta dei magistrati ma sono garanzia di libertà e democrazia per tutti i cittadini. Soprattutto per i più deboli, soprattutto per coloro i quali devono poter contare sul concetto che la legge sia veramente uguale per tutti. I fenomeni innegabili di condizionamento dell’attività della magistratura e di compressione dell’autonomia e dell’indipendenza dei singoli magistrati sono dipesi e dipendono, talvolta, da fattori esterni. Cioè da attacchi che provengono da altre parti del potere. Potere politico, imprenditoriale, finanziario. Ma altre volte sono dipesi e dipendono da attacchi interni. Noi dobbiamo preservare l’autonomia e l’indipendenza di ogni magistrato anche da condizionamenti interni. Dobbiamo opporci con tutte le nostre forze all’ulteriore consolidamento di questa grave patologia. E il cambiamento deve partire da noi stessi, prima ancora che venga eventualmente realizzato, magari a forza di riforme che tendano a limitare il controllo di legittimità della magistratura, dalla politica. Il carrierismo, inteso come folle corsa agli incarichi direttivi, ha snaturato in troppi casi la funzione vera del magistrato. Dobbiamo recuperare la coscienza di essere al servizio del popolo.»

Lo scandalo Palamara porta alla luce un sistema malato. Per i cittadini più sensibili questo è motivo di sfiducia e preoccupazione. Come se ne esce?
«Considero un bene il fatto che determinate forme patologiche nel sistema di autogoverno della magistratura siano, finalmente, emerse pubblicamente. È un fatto doloroso ma l’emersione può e deve essere utile a un cambiamento. Ho ben chiaro, però, un pericolo inevitabile.»

Quale pericolo?
«Che a fronte di quanto emerso possano trovare terreno fertile i tentativi di coloro i quali vogliono, a priori, screditare il lavoro passato, presente e futuro dell’intera magistratura perché, in realtà, vorrebbero una magistratura asservita agli altri poteri. Un ordine giudiziario non più veramente indipendente e autonomo ma collaterale e servente rispetto al potere politico.»


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Il plenum del Csm © Imagoeconomica


I cittadini devono essere informati?
«Noi, come autogoverno della magistratura, abbiamo il dovere di garantire la trasparenza massima delle nostre decisioni e valutazioni. Non dobbiamo nascondere il problema, dobbiamo affrontarlo con decisione, con serenità. Distinguendo caso da caso, ma senza sconti a nessuno. Dobbiamo anche avere il coraggio di dire che la magistratura è stata in grado, soprattutto nella storia degli ultimi cinquant’anni, di costituire il baluardo più autentico per preservare la libertà e la democrazia nel nostro Paese. Non solo a fronte della offensiva terroristica e mafiosa ma anche a fronte della pretesa dei più potenti.

La magistratura italiana è stata quella che, anche con la sua capacità di giurisprudenza evolutiva, ha costituito il primo baluardo per la garanzia dei diritti dei lavoratori, delle minoranze, di tutti i cittadini che si trovano in condizione di minorità rispetto ad altri. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Così come non dobbiamo dimenticare che in questo nostro Paese la magistratura, soprattutto nella lotta ai grandi sistemi criminali, ha supplito suo malgrado anche alle carenze di volontà politica. Non è stata la magistratura a invadere il campo della politica ma, spesso, è stata lasciata sola e in prima linea a sopportare sulle sue spalle il peso della lotta a fenomeni criminali che non possono essere combattuti solo con la logica della repressione giudiziaria ma dovrebbero, prima di tutto, formare oggetto di una precisa volontà politica di contrasto. E spesso, nel nostro Paese, questa volontà non si è constatata.»

Dottor Di Matteo, la vicenda Palamara ha mostrato un vero e proprio verminaio all’interno della magistratura. Oggi, dopo lo “scandalo”, è crollato il sistema Palamara o è crollato solo Palamara insieme a quei magistrati?
«Non posso troppo scendere nello specifico anche perché sono componente di alcuni collegi disciplinari che stanno procedendo nei confronti di colleghi che sono sotto incolpazione. Noi dobbiamo sapere che questo deve essere il momento della svolta. Alcuni segnali positivi si colgono. Deve essere una svolta etica e di consapevolezza della necessità di garantire la trasparenza del nostro operato e di difendere con forza gli interessi dei tanti magistrati che non sono legati a nessuna parrocchia di tipo politico, correntizio e, peggio ancora, di tipo criminale o di tipo lobbistico. Noi dobbiamo stare vicini ai magistrati liberi e coraggiosi. E dobbiamo essere attenti a individuare le sacche, invece, di collateralismo al potere che la magistratura ancora presenta.»


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Luca Palamara © Imagoeconomica


Esiste una volontà, da parte anche della politica, di limitare l’azione della magistratura, facendola passare per una “casta” privilegiata e senza controllo?
«Sicuramente ci può essere una parte del potere, nel nostro Paese, che ha lo scopo proprio di prevenire o bloccare qualsiasi tipo di indagine che si rivolga seriamente al controllo di legittimità su come viene esercitato il potere. Credo che ci sia, purtroppo, un’altra parte, forse ancora più consistente, che coltiva l’idea di una magistratura che si limiti a controllare, a contrastare efficacemente i fenomeni criminali più visibili. Quelli che incidono più direttamente sulla sicurezza. E, quindi, i reati comuni, i reati di strada. Ma che invece guardi con diffidenza e con ostracismo a quella azione, altrettanto doverosa della magistratura, che miri a individuare e punire la criminalità, cosiddetta, dei colletti bianchi e le patologie nel sistema di potere politico, istituzionale e finanziario. Più volte ho anche personalmente constatato come l’azione della magistratura vada bene a tutti quando si limiti a quella attività di repressione dell’attività criminale comune. E invece l’atteggiamento cambia e diventa di diffidenza o, addirittura, di ostracismo manifesto quando la magistratura alza il tiro. Quando pretende di capire o pretende di controllare la legalità del gioco grande del potere, quello che passa attraverso gli affari delle grandi imprese, delle multinazionali. Quello che passa attraverso le collusioni di sistemi criminali anche mafiosi con settori dello Stato e delle Istituzioni. Quello che è sfociato anche in tanti processi che hanno caratterizzato, soprattutto dopo le stragi del ’92, l’attività di alcune Procure e di alcuni Tribunali.»

Di cosa abbiamo bisogno in questo Paese?
«Noi, come Paese, abbiamo bisogno di una magistratura forte, libera e coraggiosa. Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista.
Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia paura, laddove ne sussistano i presupposti probatori, di processare anche i potenti.
Abbiamo bisogno di una magistratura che abbia il coraggio ancora di capire quali sono eventuali e ulteriori profili di responsabilità oltre ai mandanti, agli organizzatori e agli esecutori mafiosi che sono stati individuati nelle stragi del biennio ‘92/’94.
Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia nessun timore di affrontare le inchieste scomode che riguardano la gestione del potere anche attuale o che riguardano le forme con le quali le grandi mafie stanno tentando di ripulire i loro denari, anche attraverso una finta legalizzazione delle loro attività.
Ben vengano le critiche, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà. Non dobbiamo avere paura nemmeno di uscire dalle nostre stanze per confrontarci con loro, soprattutto con i più giovani, con quelli che hanno bisogno di capire meglio determinati fenomeni del passato e di capire che nello Stato ci sono, per fortuna, ancora molti, non soltanto magistrati, che credono in quello che fanno e lo fanno con entusiasmo. Abbiamo bisogno di questo nel nostro Paese.»

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