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Maria Falcone: "Avola ritrova la memoria dopo decenni. Utile sentire magistrati"

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia catanese Maurizio Avola rilasciate nell'intervista a Michele Santoro, trasmessa ieri su La7 nello speciale dedicato alla mafia, hanno sollevato diverse polemiche. Dopo Salvatore Borsellino oggi anche Maria Falcone (in foto), sorella del giudice ucciso il 23 maggio 1992 a Capaci, è intervenuta in maniera netta, partendo proprio dal comunicato stampa rilasciato stamattina dalla Procura di Caltanissetta. "Alla luce delle precisazioni fatte dalla procura di Caltanissetta, fermo restando l'assoluto rispetto per il diritto di cronaca - ha detto la Falcone - sarebbe stato utile ascoltare i magistrati che per anni hanno indagato sulle stragi del '92 consentendo di smascherare il clamoroso depistaggio delle indagini sull'attentato di via D'Amelio. Sentire la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe consentito di avere un quadro dei fatti basato su accertamenti e riscontri e non solo su dichiarazioni di personaggi che ritrovano la memoria dopo decenni. Sulle stragi mafiose continuano a essere troppi i lati oscuri e, dopo anni di falsi pentiti ritenuti credibili e tentativi di 'inquinamenti', i cittadini hanno diritto a informazioni complete". "Rivedendo e rivivendo con dolore gli attacchi rivolti a mio fratello da Leoluca Orlando e Alfredo Galasso - ha aggiunto - voglio solo ricordare che la storia ha stabilito dove stava la ragione e dove il torto. A chi accusava Falcone di eccessiva vicinanza ai palazzi del potere, ricordo solo che la legislazione antimafia, ancora attuale e fonte d'ispirazione per tanti Paesi, nasce proprio dal lavoro che mio fratello fece al Ministero della giustizia nell'ultimo periodo della sua vita. Alludo alla creazione della procura antimafia, alla legge sui pentiti e alla nascita della Dia. Lavoro per cui fu criticato, isolato e di cui quasi dovette giustificarsi".

Claudio Fava: "Da Avola falsità. Chi lo manda?"
Su Facebook anche Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo Fava, ucciso dalla mafia, ha voluto esprimere una considerazione: "Maurizio AVOLA, un signore con ottanta omicidi sulla coscienza, ha tirato in causa i morti e i vivi per raccontare le sue ridicole verità. E qualcuno gli ha perfino creduto. Avola afferma di aver ammazzato Giuseppe Fava. Dice di aver caricato di esplosivo l'autobomba di via d'Amelio. Sostiene di essere l'ultimo ad aver visto vivo il giudice Borsellino e di aver dato lui il segnale per far saltare in aria l'auto. Dice di sé, e degli altri compari, un mucchio di strampalate e supponenti falsità che hanno avuto l'onore della cronaca televisiva ieri sera su La7 e la consacrazione letteraria sul libro che gli ha dedicato un giornalista esperto, ma stavolta assai superficiale, come Michele Santoro". "Avola - prosegue il presidente della commissione Antimafia dell'Ars - dice che c'era sempre lui, ovunque si dipanasse la storia oscura e vigliacca di Cosa nostra. A Catania come a Palermo. Lo racconta con ventisette anni di ritardo dall'inizio della sua collaborazione con lo Stato. Lo fa mescolando suggestioni grossolane e presunte inoppugnabili verità. Una per tutte: dietro la morte di Paolo Borsellino c'è solo la mafia, nient'altro che la mafia. Complicità istituzionali? Nessuna! Servizi segreti? Paranoie! Depistaggi? Letteratura giornalistica. Avola mente. Grossolanamente. Un rapido e onesto lavoro di verifica giornalistica avrebbe permesso di rendersene conto prima di dedicargli un libro che già nel titolo, 'Nient'altro che la verità', appare come uno sputo in faccia ad ogni verità. È agli atti dei processi celebrati a Caltanissetta che Avola, nei giorni della strage di via D'Amelio, stava a Catania con un braccio ingessato - prosegue il presidente dell'Antimafia dell'Ars -. Verificarlo era semplice. È scritto nella sentenza del Borsellino Quater che le auto della scorta di Borsellino arrivarono in via D'Amelio a sirene spente mentre Avola racconta che lui era lì, come Achille fieramente in attesa del suo Ettore, e li sentì arrivare 'a sirene spiegate'. È nelle carte del processo 'Orsa Maggiore' la ricostruzione dell'omicidio di Giuseppe Fava, e poco o nulla del racconto di Avola corrisponde a verità (una per tutte: 'la redazione dei Siciliani stava al primo piano': falso, lavoravamo in uno scantinato sotto il livello della strada)". A questo punto Fava conclude il post cosi': "La domanda però è un'altra, chi manda Avola ad avvelenare i pozzi? Chi si vuole servire della sua sgangherata ricostruzione per fabbricare un altro depistaggio su via D'Amelio? Chi continua ad aver paura, trent'anni dopo, di chiunque s'avvicini alla verità su quegli anni e su quei fatti? E chi li difende questi nostri morti, così strapazzati da mani villane?".

 Attilio Bolzoni: "Avola inattendibile"
Anche il giornalista Attilio Bolzoni, ex cima di La Repubblica ed oggi a il Domani, ha detto la sua: "Ogni volta che ci si avvicina a frammenti di verità c'è sempre qualche elemento 'altro' che interviene nelle indagini sulle stragi". "Era abbastanza noto che Avola il 19 luglio del 1992, giorno della strage di via d'Amelio, non fosse a Palermo - ha detto Bolzoni all'Adnkronos - Non sapevo che il giorno prima fosse a Catania col braccio ingessato. Secondo me Avola è poco attendibile, poco credibile".
Subito dopo Bolzoni, a proposito delle parole di Fiammetta Borsellino (secondo la quale "nella sentenza 'trattativa' si dice una menzogna, una bugia, si dice che mio padre fosse addirittura disinteressato al dossier 'Mafia e appalti' o che non lo conoscesse ma non è vero, perché lo conosceva benissimo"), afferma: "Sul quel dossier ci sono sempre posizioni estreme. Quel dossier, che ha creato anni e anni di polemiche e dispute giudiziarie, quando fu presentato al giudice istruttore Giovanni Falcone ricordo che fosse un buon rapporto indiziario. Il problema è che poi non è stato sviluppato, è diventato materia di info-investigazioni, e spunta sempre immancabilmente nelle indagini sulle stragi, però è stato vagliato. Non credo che quel rapporto abbia molto a che fare con le stragi, dubito altamente che sia all'origine dell'accelerazione della strage di via d'Amelio. Che dovesse essere valutato meglio, è possibile, ma non credo sia all'origine della strage. Ci andrei un po' più cauto nel considerarlo movente dell'accelerazione delle stragi".
Anche perché, sottolinea Bolzoni, "bisogna inquadrare la vicenda in un discorso generale. Con la strage di via D'Amelio, infatti, comincia la fine della mafia stragista e di Cosa nostra corleonese. Di solito noi accomuniamo le due stragi, ma invece sono di segno opposto. La prima, che costò la vita a Falcone, è una strage di natura 'stabilizzante', la seconda, quella del 19 luglio '92, 'destabilizzante'. Con la seconda strage non c'è Stato siciliano capace di intendere e di volere che sia tornato a casa quel giorno senza pensare che quella era la fine di Riina e dei corleonesi. Era chiaro che con quella strage i corleonesi sarebbero finiti. Poi, infatti, in pochi mesi hanno preso tutti i latitanti. Tranne uno, Bernardo Provenzano, che è stato catturato nel 2006, tempo che ha permesso il traghettamento dalla Cosa nostra corleonese alla nuova vecchia cara Cosa nostra, quella di oggi, una Cosa nostra che si è riappropriata della sua natura, del suo Dna e non vuole sentire parlare di Corleone per i prossimi 300mila anni. A Palermo non è più scoppiato un mortaretto neanche per la festa di Santa Rosalia".
Quanto alla seconda affermazione di Fiammetta Borsellino ("i magistrati di allora dovevano indagare bene ma non lo hanno fatto", e "volutamente si è guardato altrove"), Bolzoni commenta: "Che molti magistrati abbiano indagato male sulla strage, è la realtà delle cose, tant'è che dopo più di 15 anni c'è stata la revisione del processo. Già la revisione di un processo in sé è un fatto clamoroso, ma per un processo così clamoroso è clamorosissimo. Hanno fatto le indagini sulle indagini, sbugiardando il falso pentito Scarantino. E su di lui posso dare una testimonianza diretta. Su di lui, l'ho detto anche davanti alla dottoressa Borsellino, abbiamo delle responsabilità anche noi giornalisti, tre o quattro di noi sapevano benissimo, avevano gli strumenti per capire che quello era un falso pentito, solo che spesso in quegli anni eravamo impegnati su tanti fronti, e non sempre poi si ha a disposizione il giornale per sviluppare quello che uno pensa. Ma era abbastanza evidente, fin dal primo interrogatorio, che Scarantino fosse tarocco. Il problema è che ci hanno creduto procuratori, giudici di Corte d'Assise, di Corte d'Assise d'Appello e di Cassazione. La dottoressa Borsellino su questo ha ragione". Infine, Bolzoni si sofferma su quanto affermato dall'ex pm Antonio Di Pietro ("Io son convinto che Paolo Borsellino è stato ucciso non solo e non tanto per quello che ha fatto ma per quello che aveva programmato di fare"). "L'osservazione di Di Pietro è centrata - afferma Bolzoni -, perché in quei giorni Borsellino stavo ascoltando due grossi collaboratori di giustizia, Gaspare Mutolo e Leonardo Messina, e aveva messo insieme un po' di pezzi che non erano ancora a posto. Poi ci fu l'uccisione di Falcone. Borsellino prima chiese di essere applicato a Caltanissetta, ma gli dissero che era troppo coinvolto emotivamente e non potevano farlo, poi chiese di essere ascoltato, ma non venne ascoltato. Lui, l'erede di Falcone, il suo migliore amico, non viene ascoltato. Una cosa pazzesca. E allora certo che Borsellino aveva in mente qualcosa". Per Bolzoni, dunque, "l'osservazione di Di Pietro spiega anche l'accelerazione della strage, è una possibile spiegazione. Detto questo, i magistrati di Caltanissetta negli ultimi anni hanno fatto un buon lavoro. Cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Hanno dovuto indagare su storie di trent'anni prima, che sono già complicatissime e dopo tutto questo tempo è molto difficile. Il lavoro investigativo è stato fatto male all'inizio. Su questo ha ragione la dottoressa Borsellino".

Stefania Limiti: "Avola? Parole pesanti, ma attenzione a facili entusiasmi"
Scrivendo sul blog del Fatto Quotidiano anche Stefania Limiti, giornalista che delle stragi si è occupata in più occasioni, ha così commentato: "Chissà dove era Maurizio Avola il 19 luglio 1992. Ora ci racconta che si trovava nel buco nero di via D’Amelio, lo fa nel libro con Michele Santoro edito da Marsilio: dobbiamo credergli? In altre occasioni ha detto che lui non c’entra nulla con quella strage". Come ricordato, sicuramente Avola è stato il "pentito più importante del clan catanese". E come ha ricordato la Limiti "Al processo ter per la strage di via D’Amelio gli chiesero se uomini della mafia catanese erano stati coinvolti nelle operazione: 'no, nessuno', disse senza dare spazio a dubbi". Oggi il nuovo dichiarato, "ci ripensa e dice ai magistrati di Caltanissetta che lui era lì, c’era anche Aldo Ercolano, boss di calibro dei Santapaola. E non solo: guarda caso è proprio li in quel garage dove viene allestita la macchina della morte, la 126 imbottita di tritolo che esploderà sotto casa della madre di Borsellino, in via D’Amelio. Proprio lì dove c’è Gaspare Spatuzza, il pentito che ha permesso di sbaragliare il depistaggio delle indagini sul 19 luglio. Eppure nel corso dei tanti anni di dialogo con gli inquirenti ha narrato parecchie cose, ma non che lui fosse lì. Parlò di una riunione della commissione interregionale di Cosa nostra che si sarebbe svolta tra Palermo e Catania all’incirca tra le due stragi. Nell’occasione Riina caldeggiò l’uccisione di Borsellino, mentre Santapaola si fece portavoce di una linea di minore contrapposizione allo Stato, prefigurando il rischio di una repressione ancora più forte".
Infine, ricorda la Limiti, "nel novembre del 1996 parlò anche del progetto della mafia di uccidere l’ex pm di Mani pulite Antonio Di Pietro, maturato subito dopo le stragi mafiose del 1992. Ma mai parlò di via D’Amelio. Ora le sue dichiarazioni sembrano esplosive ma stiamo attenti ai facili entusiasmi. Suonano come un colpo alla credibilità di Gaspare Spatuzza che è vero, non sa tutto, non ha visto tutto; ma prima di liquidarlo pensiamoci bene".

Foto © Imagoeconomica

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