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La deposizione fiume del principale collaboratore di giustizia del processo Rinascita-Scott

E’ un fiume in piena Andrea Mantella, tra i principali collaboratori di giustizia chiamati a testimoniare al maxi processo Rinascita-Scott. Ieri l’ex boss di Vibo ha sviscerato davanti ai pm della Dda di Catanzaro nomi, rapporti, affari e segreti intestini al potentato del capo mafia Luigi Mancuso, “il mito”, come lo ha definito in aula a Lamezia Terme dove si sta celebrando il maxi processo. Nelle lunghe ore di esame Mantella ha parlato di svariati temi. Tra questi il collaboratore di giustizia si è soffermato a lungo sull’avvocato Giancarlo Pittelli, ex parlamentare prima in Forza Italia e poi in Fratelli d’Italia, e i suoi rapporti con Luigi Mancuso. Secondo Mantella i due “erano legati da un rapporto di fratellanza per come mi riferiva sia Razionale (Saverio, boss di San Gregorio D’Ippona, ndr) che il mio ex capo Carmelo 'Piccinni’. Era un amico fedele di Luigi Mancuso, non un avvocato”.
Andrea Mantella è poi passato a descrivere il sistema di corruzione che avrebbe permesso a diversi esponenti dei clan di farla franca con la giustizia. “Francesco Patania di Vibo, detto 'Ciccio Bello' - ha ricordato Mantella - se la cavò dal processo Nuova Alba con l’assoluzione pagando 50mila euro all’avvocato Giancarlo Pittelli. La somma doveva servire per ammorbidire un magistrato di cui non conosco il nome”. Il collaboratore di giustizia ha quindi identificato il legale come “massone deviato di una loggia clandestina paramafiosa” specificando che tale circostanza gli è stata confermata, nel 2012, “nel carcere di Cosenza da un tale Micuccio Macrì, lo zio dei fratelli Lubiana, dopo che l'ho difeso da una aggressione del boss di Cosenza, Francesco Patitucci”. Racconta Mantella, che il suo compagno di carcere e l'avvocato avevano una corrispondenza epistolare nella quale “si chiamavano ‘fratelli’, e a me, che ero rimasto affascinato da queste cose, Macrì promise che mi avrebbe inserito in una loggia segreta a Città di Castello: ‘Ma io sono mafioso, come faccio?’ Era stata la mia domanda, alla quale lui rispose: ‘Non ti preoccupare, non sai quanti mafiosi ci sono nelle logge segrete? Non sai chi c'è sotto il cappuccio, potenzialmente può capitarti di baciare un magistrato che t'ha fatto arrestare’. E aggiunse che uno di questi maestri era Giancarlo Pittelli e che ai vertici c'erano anche i Mancuso: Luigi, Antonio e Giovanni”.
Erano tutti massoni - ha continuato Mantella - come i fratelli Daffinà, e il procuratore di Vibo, Laudonio, come Purita, quello ucciso e bruciato sotto il ponte di ferro a San Gregorio, Santo Lico, Ugo Bellantoni ed altri”. Dichiarazioni sconcertanti, quelle del teste, che squarciano il velo di segreti che ricopriva quegli ambienti grigi in cui “coppole” e “grembiuli” camminavano a braccetto.
Sempre restando sull'avvocato Pittelli, l’ex boss di Vibo ha riferito la circostanza legata all'arresto di Biagio Vinci e Gregorio Gasparro (“che poi uccise il primo in una cabina telefonica a Vibo”) e di averla appresa da Razionale: raccontò che Pittelli andò a parlare con il giudice Pasquin e che all'uscita dal palazzo di giustizia disse a Razionale stesso che uno dei due sarebbe dovuto rimanere in carcere e, dunque, di scegliere chi far uscire. Ovviamente quest'ultimo optò per il nipote Gasparro. Insomma, l'aggiustamento dei processi era pratica ben radicata a giudizio di Mantella che poi si è lasciato sfuggire: “Tra qualche mese tutto questo verrà fuori”, venendo ripreso dal pm Antonio De Bernardo.

Struttura della ‘Ndrangheta e “il ministro” Luigi Mancuso
Il collaboratore di giustizia ha quindi parlato in aula di come sono strutturate le ‘ndrine e il ruolo apicale che ricopriva Luigi Mancuso all’interno della realtà mafiosa di Vibo Valentia.
La ‘Ndrangheta è un’organizzazione a livello internazionale. Lo scettro del comando negli anni ’80 all’interno del clan Mancuso passò da Antonio Mancuso a Luigi Mancuso. Negli anni ’80 Antonio Mancuso si recava spesso nel chiosco che aveva al mercato coperto di Vibo Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni. Luigi Mancuso era come una sorta di ministro della ‘ndrangheta a livello internazionale. Ho conosciuto personalmente Luigi Mancuso e per me già quando ero ragazzino era un mito, arrivava a Vibo guidando una Lancia Delta Martini ed io - ha dichiarato Mantella - lo guardavo con ammirazione. È stato proprio Luigi Mancuso, quando era detenuto, a dirmi che dovevo affiliare in carcere il nipote Giuseppe Rizzo, detto Mezzodente, figlio di Romana Mancuso, sorella di Luigi Mancuso. In cella con me c’era mio cognato Giampà di Lamezia e Luigi Mancuso ci disse di inserire nella copiata mafiosa di Giuseppe Rizzo il nome di Agostino Papaianni”. Anche un personaggio dello spessore di Damiano Vallelunga di Serra San Bruno - poi ucciso a Riace dinanzi al Santuario di Cosma e Damiano - avrebbe spiegato a Mantella il ruolo che rivestiva Luigi Mancuso nella ‘Ndrangheta, al pari dei racconti ricevuti da personaggi di San Luca come i Mammoliti, i Pizzata e Antonio Pelle, detto Gambazza.

I rapporti con Cosa Nostra
Sempre parlando di Mancuso, Mantella ha dichiarato anche di aver appreso della sua abilità di rapportarsi con le logge massoniche. “So per certo - ha dichiarato il collaboratore - che Luigi Mancuso è stato contattato dalla commissione di Cosa Nostra per cercare di capire se la ‘Ndrangheta avesse avuto intenzione di partecipare alla stagione delle stragi e fare vittime innocenti anche in Calabria. So che Luigi Mancuso ha declinato l’invito dei siciliani della fazione di Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e Nitto Santapaola, ma ha avuto l’intelligenza di convocare altri boss calabresi per chiedere il da farsi e convincere tutti che non era il caso di aderire alle richieste dei siciliani. In tal modo fece fare bella figura a tutta la ‘Ndrangheta non facendola apparire come un’organizzazione di vigliacchi agli occhi dei siciliani. Di tale convocazione - ha riferito Mantella - mi raccontarono Carmelo Lo Bianco, Piccinni, Saverio Razionale e Francesco Giampà di Lamezia”.

Foto © Imagoeconomica

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