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Una nota di sconforto e delusione per le parole pronunciate dal giornalista sulla decisione della Consulta sull’ergastolo ostativo

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui la Consulta, chiamata a sentenziare circa la legittimità o meno dell'ergastolo ostativo ai mafiosi, si è espressa sul regime detentivo dichiarando la disciplina "incostituzionale perché in contrasto con gli artt. 3, 27 della Costituzione e con l'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo". È bene ricordare che l'ergastolo ostativo, espresso nell'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario, è un regime detentivo in cui si vieta la concessione dei benefici ai condannati per taluni delitti (come reati di terrorismo - anche internazionale - e mafia), senza la collaborazione con la giustizia.

Ma a lasciare l'amaro in bocca non è solo la decisione della Corte costituzionale - che tra l'altro ha passato la "patata bollente" in mano al Parlamento, il quale dovrà modificare la norma entro maggio 2022 -, quanto alcune dichiarazioni provenienti da un certo mondo dell'informazione. La stessa Informazione che dovrebbe rispondere ad un codice deontologico.

Giovedì 15 aprile, come di consueto, giunta la notizia circa la decretazione di "incostituzionalità" dell'ergastolo ostativo le agenzie e quasi tutti i giornali del Paese hanno rilanciato la notizia. Chi più chi meno.  E tra i vari telegiornali andati in onda quella sera, ve né stato uno in cui il conduttore si è espresso sulla vicenda dicendo letteralmente: "Noi crediamo che uno Stato forte non ha bisogno di mostrare i muscoli bensì leggi giuste. L'ergastolo ostativo in tempi non eccezionali, e questi non lo sono nella lotta contro la criminalità organizzata e contro un avversario che ci ha mosso guerra (a meno che non si parli del virus)... non sono, dicevo tempi eccezionali. E uno Stato che sa essere forte sa essere anche adeguatamente garantista. E se deve essere ergastolo è ergastolo senza ulteriori elementi di divisione e di chiusura". Sono le parole di Enrico Mentana, conduttore di TG La7, il quale, domandandosi in merito alla capacità dei partiti di esprimersi sulla vicenda, ha anche definito la decisione della Consulta un "insegnamento".

Poco dopo, ci è giunta in redazione una nota scritta da Graziella Accetta, madre del piccolo Claudio Domino ucciso da Cosa nostra il 7 ottobre 1986, a commento delle parole usate dal giornalista. Trattasi di un atto d’indignazione, riportato anche nei commenti di un post pubblicato sul profilo Facebook di Mentana, che riportiamo fedelmente.


Egregio direttore Enrico Mentana,
mi chiamo Accetta Graziella e sono la mamma di Claudio Domino: un piccolo innocente di 11 anni ucciso dai mafiosi come il peggiore dei killer. Le scrivo perché ho trovato dolorose e deludenti le sue parole quando lo scorso giovedì 15 aprile, durante l’edizione serale del TGLa7, ha fatto riferimento alla decisione della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo) e della Consulta in merito all’ergastolo ostativo.

Il suo ragionamento potrebbe essere giusto se ancora oggi non ci fossero magistrati e suoi colleghi giornalisti scortati perché minacciati di morte dai mafiosi anche da dentro le galere. Persone che con correttezza deontologica scrivono e cercano quella verità che fa paura a questi assassini. Potrei essere d'accordo con lei non tenendo conto che, per anni, la criminalità organizzata ha dichiarato guerra a quella parte di Stato che non è scesa a patti con la stessa, uccidendo così innocenti: sparando in faccia e alle spalle; usando il tritolo (impedendo ai familiari di ricomporre i corpi o rivedere i loro cari); sciolti nell'acido; dati in pasto ai maiali (per fare scomparire i loro corpi). Donne e uomini dello Stato uccisi per mano di mafiosi che ancora oggi continuano a minacciare da dentro le carceri. Tutto perché difendevano i cittadini, le leggi e la Costituzione. Potrei essere d'accordo con lei, inoltre, se la mafia non avesse mietuto senza pietà 109 bambini da 0 mesi fino a 17 anni di età, tra cui anche mio figlio, recidendo la loro innocente vita e le speranze dei genitori nel vederli crescere dando e ricevendo amore come dovrebbe essere. Il dolore che prova un genitore nel seppellire i propri figli è atroce. Le sembra costituzionale questo?

Come lei dice dott. Mentana, assieme alla CEDU e alla Consulta, il carcere a vita dentro non da speranza agli ‘uomini d'onore’ che di onore non hanno nulla. Ma secondo lei, che speranza hanno dato questi assassini ai nostri figli, ai nostri fratelli, ai nostri padri, alle nostre madri o sorelle? Nessuna.

Direttore provi a pensare ad un bambino sano e pieno di vita. Un piccolo innocente di 11 anni che mentre si dirige verso casa viene chiamato da quello che poi si rivela essere il suo assassino e poi giustiziato dallo stesso. Ora provi a immaginare quel giovane dentro una bara bianca che si trova sottoterra. Si immedesimi nel dolore dei familiari che non hanno potuto ricomporre i propri cari dentro quei quattro pezzi di legno, come è stato per i ragazzi e i magistrati uccisi nella strage di Capaci, di Via d'Amelio e di tante altre stragi. Pensi ad un ragazzo di 23 anni, Giammatteo Sole, vittima innocente di mafia che prima è stato torturato, strangolato, ucciso e poi bruciato dentro una macchina. Una vittima innocente il cui riconoscimento è stato possibile solo grazie ad un bottone, ad una fibbietta d’orologio e all’arcata dentale. Ucciso barbaramente perché i Bagarella e i Riina decisero che doveva morire. E di queste storie, egregio Direttore, ne potrei raccontarne più di mille: tante quanto sono le vittime innocenti di mafia.


accetta graziella emanuele di stefano

Graziella Accetta © Emanuele Di Stefano


Se ancora oggi ci sono magistrati e giornalisti minacciati e scortati è perché il fenomeno mafioso non è mai stato sconfitto; tutt’ora i vecchi boss reclusi nelle carceri continuano a fare patti con la parte deviata dello Stato italiano. Le ricordo, inoltre, che in prima udienza dopo tanti anni, grazie al lavoro di magistrati onesti, è stata acclarata la trattativa tra lo Stato e la mafia.

Le stragi del ’92, come tante altre, e molti delitti eccellenti e non - come quello di mio figlio - ancora non hanno avuto giustizia e verità. La mia amata terra, la Sicilia, negli ultimi 70 anni ha pagato un enorme contributo di sangue innocente e non vorrei che, dando dei premi a questi assassini, si ritornasse agli anni in cui la mia terra era ogni giorno nelle cronache d’Italia a causa dei morti ammazzati. Una volta il giornale l'Ora paragonò Palermo a Beirut (capitale del Libano, ndr). Ma la Sicilia è ben altro. È terra di cultura, di arte, d’amore, di paesaggi, di mare e di sole.

Dott. Mentana, uno Stato che non fa rispettare le leggi non è uno Stato che avrà mai rispetto dal mondo; uno Stato che mette a rischio i suoi fedeli servitori è uno Stato assassino; uno stato che, dopo 29 lunghissimi anni, ancora non riesce a catturare il superboss latitante Matteo Messina Denaro, erede di Totò Riina, mi fa pensare che forse non lo vuole prendere. E uno Stato così che sicurezza le dà?  Una madre difende i propri figli fino alla morte. Lo Stato-madre dovrebbe fare lo stesso.

Tengo a precisare che nessuno nega i diritti umani ai mafiosi: noi non chiediamo vendetta ma giustizia. I mafiosi, però, devono scontare tutta la pena fino alla fine. Ognuno nella vita fa delle scelte. I mafiosi per la loro hanno scelto di fare gli assassini sapendo che, commettendo certi reati, rischiavano il carcere a vita. La stessa vita che hanno negato ai nostri cari. Ebbene, ci tengo a precisare anche che questi assassini una volta al mese hanno la possibilità di vedere i loro familiari, mentre io e mio marito non abbracciamo il nostro piccolino da 34 anni e l'ultimo bacio glielo abbiamo dato dentro una bara bianca prima di sotterrarlo. Siamo noi che patiamo il 41bis e il 4 bis. Il fine pena mai è quello dei familiari delle vittime innocenti di mafia.

La forza dell'uomo onesto è fare rispettare le leggi, mentre quella del mafioso è la violenza fisica e morale. I mafiosi non temono il regime carcerario ordinario, bensì l’ergastolo. I mafiosi sanno che, venendo meno quest’ultimo, possono ancora trattare con quella parte di istituzioni deviate e ottenere, quindi, quegli sconti di pena che Totò Riina chiese per iscritto nel famoso papello. Oggi i mafiosi vogliono che gli uomini con cui trattarono paghino quella cambiale.

Le sembra costituzionale tutto questo dott. Mentana? Non facciamo rinascere di nuovo Riina. I siciliani non sono più disposti a sopportare angherie mafiose. Hanno alzato la testa e onestamente vogliono continuare a lottare per avere quella giustizia e quelle verità negate. Noi familiari di vittime innocenti di mafia continueremo a lottare, andando anche nelle scuole a parlare di legalità perché la cultura apre la mente. E questo ai mafiosi fa più paura delle istituzioni. Questa è Costituzione e dovrebbe essere materia scolastica”.


Parole forti quelle della Sig.ra Accetta, rivolte al giornalista che il 19 luglio 1992 aprì l'edizione straordinaria del TG5 dicendo: "[..] Ancora notizie drammatiche e tragiche ci giungono da Palermo. [...] Obiettivo di un nuovo attentato è stato il giudice Paolo Borsellino". Lo stesso Enrico Mentana che pochi istanti dopo rimane affranto alle parole del suo inviato da Palermo Stefano Sottile: "La conferma è avvenuta: il cadavere che c'è davanti alla portineria (di Via d'Amelio, ndr) è proprio quello di Paolo Borsellino". Eppure, il giornalista, a distanza di 29 anni da quella tragica notizia, ha definito i tempi attuali non emergenziali per il contrasto alla criminalità organizzata. È lecito, a questo punto, domandarsi se Mentana sia al corrente circa la possibilità che boss di primo piano come i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, i Biondino, i Madonia, gli 'ndranghetisti, i camorristi e così via, con la decisione di incostituzionalità tornino in libertà. E verrebbe anche da domandarsi se il Direttore Mentana non consideri questa circostanza un fatto emergenziale. In attesa di una risposta, continuiamo a denunciare forti preoccupazioni in merito alla decisione della Consulta la quale, volente o nolente, rischia di minare le fondamenta giuridiche (e non solo) del contrasto alla criminalità organizzata.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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