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A seguire il commento del direttore Giorgio Bongiovanni

Sono passati quasi cinque anni da quando, alle tre di notte del 4 maggio 2016, due capitani dei carabinieri bussavano alla sede di telejato per notificare a Pino Maniaci un decreto di divieto di soggiorno nelle province di Palermo e Trapani. Costretto a seguire i carabinieri, Maniaci venne condotto in caserma e fotografato assieme a quelli che egli aveva definito pdm (pezzi di merda), dei quali aveva denunciato i misfatti. Nella tarda mattinata, in una conferenza stampa, il procuratore di Palermo Lo Voi dava notizia di un'operazione denominata Kelevra, fatta dai carabinieri di Partinico, contro nove mafiosi di Borgetto e contro Maniaci. Lo strano nome era quello di un film uscito nel 2006 dal titolo ”Slevin Kelevra”, con il sottotitolo “La risposta del cane rabbioso”. Domanda: chi era il cane rabbioso? Certamente Pino Maniaci, che, quando si trova davanti microfono e telecamera non risparmia nessuno ed è come se abbaiasse su tutto e su tutti. Quindi un’operazione centrata su di lui, con il contorno di un gruppo di mafiosi. Cerchiamo di ricostruire alcuni passaggi di questo intricato caso.

Mafia a Borgetto
L’operazione era cominciata nel 2013. Maniaci aveva denunciato da tempo le parentele di un consigliere comunale di Borgetto con alcuni mafiosi e agitato l’ipotesi che dietro l’elezione del sindaco Gioacchino De Luca ci fosse la mafia. In particolare si era soffermato su una visita fatta dal sindaco, con alcuni esponenti del Consiglio Comunale, negli Stati Uniti, dove, ad accogliere la delegazione, sarebbero stati presenti noti esponenti mafiosi. A seguito di un suo redazionale incentrato sulla presidente del Consiglio Comunale, Elisabetta Liparoto, anche lei in visita in America, si era beccato da costei una denuncia per diffamazione, alla quale era seguita un’altra denuncia da parte del sindaco De Luca, secondo cui Maniaci avrebbe danneggiato l’immagine di Borgetto. Non si sa se le intercettazioni al sindaco De Luca siano nate dalle accuse di Maniaci o da altri elementi. Quindi Maniaci entrerebbe nell’indagine per via traversa, ma nasce una spontanea domanda: se si voleva incriminarlo, perché inserirlo dentro un’indagine che con lui non aveva nulla a che fare? Facile ipotizzare che tutta l’operazione Kelevra sia stata concepita, non solo e non tanto per inchiodare i mafiosi di Borgetto, ma per incastrare Maniaci in una “degna” cornice che avesse come primo obiettivo lo screditamento del personaggio. Infatti, se si va a dare un’occhiata alle intercettazioni che interessano i mafiosi, gli elementi d’accusa sono vaghi, a parte una generica intesa intervenuta tra i Giambrone e Salto, per avere mano libera nel controllo degli affari del territorio. Passati alcuni giorni quattro di essi sono tornati a casa.

Maniaci alla gogna
Pochi giorni prima, “La Repubblica”, imboccata dalla Procura, aveva preannunciato l’operazione, con un articolo di Francesco Viviano, nel quale si parlava di un’indagine per estorsione: Maniaci aveva risposto con un'intervista, ipotizzando dietro tutte le manovre la "longa manus" di Silvana Saguto, dei suoi colleghi e del suo "cerchio magico", che avrebbero cercato vendetta per la campagna di denunce nei loro confronti, fatte dalla sua emittente. Il 29 aprile aveva chiesto di essere ascoltato come persona informata dei fatti. I magistrati avevano cinque giorni per interrogarlo. Sabato e domenica non si lavora. Se lo avessero interrogato, forse sarebbe saltato quanto preparato da mesi. Quando il quattro maggio, allo scadere del terzo giorno, scatta l’operazione, Maniaci è obbligato a sloggiare dalla sua casa, onde evitare che possa usare la sua emittente per creare disturbi. Nello stesso tempo, intorno alle ore 12,48, viene spedita dal comando provinciale dei carabinieri di Palermo, ufficio stampa, al servizio nazionale della stampa, l’ordinanza con il provvedimento e con il pistolotto delle intercettazioni. Maniaci non è arrestato, non ci sono gli elementi, ma interdetto dalle province di Trapani e Palermo. Il filmato di otto minuti porta la firma dei Carabinieri di Partinico e si apre con le immagini del Sindaco De Luca che consegna, bene in vista, 366 euro a Maniaci. L’ipotesi della Procura è che Maniaci avrebbe chiesto dei soldi al sindaco di Borgetto, in cambio di un ammorbidimento degli attacchi contro di lui condotti dalla sua emittente. Da allora non un respiro, non una parola è sfuggita all’orecchio vigile degli inquisitori, che hanno accumulato oltre 4 mila pagine di intercettazioni per cercare prove ed elementi d’accusa. Il filmato prosegue con una serie di intercettazioni tra Maniaci e una donna definita la sua amante, per la quale Maniaci chiede al sindaco di Partinico una sistemazione in un qualsiasi posto che le garantisca un minimo d’entrata, cui segue, ogni tanto, la richiesta di 50 euro per comprare qualcosa alla figlia della ragazza, portatrice di un grave handicap. Maniaci chiede anche a un assessore, di procurare una sedia a rotelle per la bambina. Anche qua la Procura ipotizza l’estorsione, giustificata, come per Borgetto, da un ammorbidimento della linea di denuncia attraverso l’emittente. Seguono altri frammenti in cui Maniaci piglia per “stronzo” Renzi che gli aveva fatto una telefonata di solidarietà, dopo che gli erano stati uccisi due suoi cani, sbraita contro magistrati, poliziotti e politici, dicendo che sono tutti corrotti, si lascia andare a un delirio di potenza, datogli dall’uso della sua emittente, definisce “un premio del cazzo” un attestato di “eroe dell’anno” conferitogli da un’associazione di Rosolini, e, dulcis in fundo, ipotizza che ad uccidere i due cani sia stato lo scemo del paese, ma, in realtà allude al marito della ragazza, che, si dice sia un tossicodipendente alcolizzato , ben noto alle forze dell’ordine. Quindi non si sarebbe trattato di un’azione intimidatoria, nei cui confronti tutta l’Italia aveva espresso solidarietà, ma di una vendetta privata che egli avrebbe invece usato e propagandato come intimidazione mafiosa. Per quest’ultimo caso, viene abilmente occultata la denuncia, presentata da Maniaci, con l’indicazione della persona da lui sospettata, e non si fa alcun accenno all’ipotesi che, non essendo stata questa persona indagata, o ritenuta non responsabile, a compiere il barbaro gesto avrebbero potuto essere proprio i mafiosi borgettani. Ce n’è abbastanza per demolire l’immagine di giornalista antimafia, che Maniaci si è costruito in oltre dieci anni di lavoro e per presentarlo come un volgare ricattatore, immorale e indegno della fiducia che gli hanno dato i suoi collaboratori e la sua stessa famiglia. Il fango, privo di rilevanza penale ma ricco di risvolti personali, è così bene assemblato che tutta l’Italia ci cade e ci crede. Claudio Fava, scambiando premio, scrive che è stata offesa la memoria del giornalista Mario Francese, Lirio Abbate chiede a “Reporter sans frontières”, che ha elencato Maniaci tra i giornalisti più a rischio in Italia, di cancellarne il nome, Francesco Viviano scrive che Telejato è stata chiusa, altri noti mafiologi prendono lo spunto per aggiungere questo caso a tanti altri che dimostrerebbero il fallimento dell’antimafia. Cosa c’è dietro questo stravolgimento d’immagine? Che cosa può avere motivato la Procura a usare il polpettone pronto da tempo, in quei giorni?

- Il primo obiettivo è stato quello di nullificare certo tipo di giornalismo televisivo “di strada”, per ribadire che l’antimafia, le indagini, le denunce non appartengono all’operato di un giornalista che si è allargato troppo, ma solo agli investigatori, alle istituzioni o agli organismi riconosciuti come soggetti istituzionalmente interlocutori. Lo ha ammesso uno dei giudici Vittorio Teresi con la sua spavalda affermazione “Non abbiamo bisogno dell’antimafia di Pino Maniaci”. Mettere Maniaci assieme ai nove mafiosi di Borgetto è servito a fare di tutta l’erba un fascio e a far credere che tra le estorsioni dei mafiosi, e le richieste di denaro di Maniaci non c’era nessuna differenza. Il tutto in assenza di un minimo di prova o di una trasmissione che documentasse il “trattamento morbido” per sostenere il quale, ha detto uno dei giudici, “ci siamo fidati dei carabinieri”.

- Per dimostrare all’opinione pubblica che sotto c’era qualcosa di penalmente rilevante, si è pensato alla misura cautelare del divieto di dimora, ovvero al famigerato “confinio” previsto dal codice Rocco nel 1935 per isolare i dissidenti politici o i criminali pericolosi. Perché? Quale reato avrebbe potuto reiterare Maniaci, al punto da disporne l’allontanamento? Pare di capire che l’obiettivo, non tanto occultato, era quello di togliere alla televisione il suo principale protagonista per provocarne la chiusura. Il provvedimento del divieto di dimora è stato poi revocato dopo una ventina di giorni, con la strana motivazione di un errore di notifica, ma forse chi lo ha emesso si è reso conto della sua aberrazione e della sproporzione tra il provvedimento adottato e gli elementi di reato ipotizzati.

- Caduto momentaneamente l’elemento d’accusa, dal momento che i pochi euro “estorti” ai due sindaci riguardavano, da una parte il pagamento d’una pubblicità, più IVA, dall’altra una sorta di contributo di solidarietà, il GIP ha trovato un altro escamotage per tornare a riproporre l’allontanamento: c’è un passaggio, nelle intercettazioni, tra l’ex sindaco di Borgetto Davì e il già citato Polizzi in cui si parla della commissione, da parte di Maniaci, di un blocco di magliette che non sarebbero mai state pagate, così come non sarebbero stati pagati tre mesi d’affitto allo stesso, per ospitare alcuni ragazzi di Telejunior. Polizzi nega tutto, ma è ritenuto "inattendibile" per la negazione, mentre è attendibile per l’intercettazione. Davì, che aveva concesso a Maniaci, per i ragazzi di Telejunior, l’uso provvisorio di uno stabile affittato come sede della Protezione civile, non è stato mai sentito. Quindi, un elemento che in prima battuta non è stato ritenuto valido, e comunque insufficiente a determinare il provvedimento, viene ripreso e ritenuto valido dopo che non sono stati ritenuti più validi i precedenti due elementi d’accusa. Il ricorso finisce a Roma e la Cassazione non ritiene di sua competenza la vicenda, mentre viene disposto un nuovo allontanamento di Maniaci, dopo che egli è rientrato da parecchio tempo in sede e non ha reiterato alcun reato, ma dopo altri 15 giorni d'esilio, il Gup Aiello annulla la nuova richiesta e lo rimanda a casa. Sono vicende che sfiorano l’incredibile, ma che svelano quanta acredine, quanto accanimento ci sia dietro e quanta determinata voglia di “fottere” il personaggio e di mettere a tacere la sua emittente.

- Torniamo indietro: a partire dal 2013, Telejato ha aperto alcune inchieste sull’operato della sezione “misure di prevenzione” del tribunale di Palermo, e ha messo in onda una serie di interviste e di servizi di operatori economici e commerciali ai quali era stato sequestrato tutto, senza che penalmente ci fosse nessuna condanna definitiva e nessun capo d’imputazione. Una convocazione, di Maniaci, nel 2014, da parte del tribunale di Caltanissetta, giudice Gozzo, si era conclusa con un’audizione di tre ore e con l’impegno di una nuova convocazione, cui non era seguito più nulla. Il controllo dei telefoni di Telejato consentiva di ricostruire la rete di informazioni e le persone che venivano a raccontare le loro storie: i carabinieri sapevano delle visite dei Niceta, dei Giacalone, dei Virga, degli Impastato, degli operai della 6Digi di Grigoli, dei lavoratori dell’Hotel Ponte, di quelli dell’ex immobiliare Strasburgo, di Rizzacasa, di Di Giovanni, di Ienna. Ma anche la presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, Silvana Saguto, della quale Telejato aveva denunciato alcune malefatte, sapeva benissimo che Telejato era sotto controllo e che in qualsiasi momento la Procura avrebbe potuto intervenire per bloccarne le iniziative. “Quello lì è questione di ore...” “Se quelli lì si spicciassero...”. Diceva la Saguto alla sua amica prefetto di Palermo Cannizzo. L'apertura dell’indagine sulla Saguto, con i provvedimenti di sospensione o di trasferimento del prefetto, dei giudici a lei legati e col rinnovo dei giudici della sezione misure di prevenzione avevano per il momento sospeso qualsiasi provvedimento contro Maniaci, che avrebbe rischiato di sembrare una ritorsione, così l’indagine era stata raffreddata e la miccia era stata accesa sette mesi dopo.

- Francesco Lo Voi si insedia a Palermo, a capo della Procura, il 3 dicembre 2014 dopo la supplenza del Procuratore Leonardo Agueci, indicato da Maniaci e da qualche altro giornalista locale come cugino della titolare della distilleria di Antonina Bertolino, sita a Partinico, uno dei principali bersagli di Telejato. Poco tempo dopo scatta l’autorizzazione a intercettare Maniaci. Egli ha affermato subito che l’indagine sulla Saguto è partita su segnalazione del tribunale di Palermo. Maniaci non c’entrava. Da Caltanissetta si sono affrettati a dire la stessa cosa. Lo Voi affida il caso “Maniaci”, più nove, a cinque magistrati, Teresi, Del Bene, Picozzi, Tartaglia e Luise, che si occupano di vicende di mafia in provincia di Palermo, in sintonia con alcuni giornalisti con il compito di amplificatori di una strategia che ha qualche tinta diffamatoria. La difesa di Maniaci, condotta da Antonio Ingroia e da Bartolomeo Parrino ha inoltrato una denuncia per diffamazione nei confronti dei carabinieri della Caserma di Partinico, che si sono interessati dell’indagine. Più volte Maniaci ha chiamato il “Nucleo operativo” dei carabinieri “Nucleo aperitivo”, denunciandone la scarsa efficienza, soprattutto dopo che a dirigere la caserma di Partinico è stato inviato un tenente di prima nomina “mentre ci vorrebbe uno con le palle”. Stranamente la caserma garantisce ancora oggi a Maniaci la “tutela” assegnatagli, ma non ha fornito più, per un certo periodo, all’emittente, notizie e veline sul proprio lavoro nel territorio.

- Altro espediente della Procura, per trovare un qualsiasi motivo utile a una condanna, almeno in primo grado, onde giustificare la validità dell’indagine, è stato quello di mettere nello stesso calderone altre denunce per diffamazione, fatte nei riguardi di altri giornalisti e personaggi locali, Michele Giuliano, Nunzio Quatrosi e Gaetano Porcasi. Pare che all'indomani dell'impiccagione dei cani di Maniaci, Giuliano avesse scritto un articolo, postandolo su facebook in cui si lasciava spazio all'ipotesi che ad uccidere i due cani fosse stato lo stesso Maniaci per farsi pubblicità. Quatrosi e Porcasi avrebbero condiviso l'articolo, causando la violenta reazione di Maniaci. Infine c'è anche la denuncia di Elisabetta Liparoto e quella del sindaco di Borgetto su quanto Maniaci ha detto in relazione alla loro visita negli Stati Uniti. Insomma, qualcosa sarebbe venuta a galla per punire il criminale.

Oggi, dopo un centinaio di udienze, di rinvii, di testi che non si sono presentati, di altri testi che hanno ritrattato o non hanno confermato le accuse della procura, dopo che radio radicale e un’emittente inglese hanno ripreso tutte le fasi del processo, per documentare il modo di amministrare la giustizia in Italia, dopo l’incredibile richiesta, degna di un tribunale d’una dittatura, fatta dal PM Amalia Luise, di 11 anni e mezzo di detenzione, il giudice Mauro Terranova è pervenuto alla decisione di assolvere con formula piena Maniaci dalle accuse di estorsione, ma di condannarlo a un anno e cinque mesi di carcere, più alcune pene pecuniarie, per i vari reati di diffamazione nei quali è incappato nel corso del suo lavoro di giornalista. Grande soddisfazione dei difensori Antonio Ingroia e Bartolomeo Parrino, i quali hanno smontato, pezzo dopo pezzo le accuse del pm relative alle presunte estorsioni, e si riservano di fare appello alla condanna, sino al proscioglimento da ogni accusa del loro assistito. Soddisfatto anche Maniaci il quale ha dichiarato: “Le diffamazioni fanno parte del mestiere di giornalista e sarebbe tempo che il parlamento si occupi di rivedere questa legge che penalizza fortemente la libertà di stampa e le piccole testate che non possono permettersi un difensore. L’assoluzione perché il fatto non costituisce reato e la caduta di un impianto accusatorio basato su un castello di accuse pretestuose, ha una chiara relazione con la recente condanna dei componenti della banda Saguto, dal momento che riconosce anche alla mia emittente e ai miei collaboratori la bontà delle inchieste fatte.



Riceviamo e pubblichiamo un'analisi di Salvo Vitale sull'esito del processo contro il giornalista Pino Maniaci. Certamente non si può censurare il pensiero libero di un amico come Salvo Vitale, compagno fraterno di mille battaglie di Peppino Impastato. Allo stesso tempo, con amicizia, esprimo un parere diverso non condividendo in toto alcune considerazioni. Perché al di là dell'assoluzione piena, resa evidente dai fatti nel corso del processo, per il reato di estorsione, resta comunque la condanna per diffamazione (siamo ancora al primo grado ovviamente). Le sentenze si rispettano ed è ovvio che leggeremo le motivazioni della sentenza anche per comprendere quelle che saranno le valutazioni dei giudici sul video, secondo la difesa di Maniaci "montato ad arte".
Tuttavia c'è un altro aspetto che a mio parere mostra sul piano etico, un comportamento che non può essere accettato nell'ambito della lotta alla mafia.
Parliamo delle intercettazioni in cui accusa il marito dell'amante di avergli ucciso i due cani (spacciando poi il vile atto per una minaccia mafiosa). Solo una “boutade”, per Pino, buttata là per un “tornaconto personale” perché voleva “vantarsi” con la donna.
Nessuno cancella gli anni di lavoro e di sacrificio della sua famiglia, dei tantissimi volontari che hanno sostenuto Telejato, né tanto meno le minacce di morte (vere) della mafia.
Ma il comportamento tenuto in questo caso (anche la nostra redazione ricevette la telefonata in cui si indicava che la morte dei cani era da attribuire alla mafia), a mio avviso, è inaccettabile ed antitetico.
Ugualmente non condivido la posizione assolutista con cui si esprime un giudizio contro l'operato dell'intera Procura, senza distinguo, nel ruolo tenuto dai magistrati. Perché nella lotta alla mafia ed ai Sistemi criminali abbiamo visto il coraggio dei vari Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia ed inserirli nel calderone tra quelli che hanno difeso la signora Saguto non è a nostro parere possibile. Se c'è stata una copertura per l'ex Presidente della sezione misure di prevenzione, come riteniamo, non veniva certamente da questi magistrati in maniera diretta.

(Giorgio Bongiovanni)


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