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Il sequestro dei beni e le confische di prevenzione sono diventate un presidio irrinunciabile nel contrasto alla criminalità mafiosa “tuttavia, in molti ne invocano l’incostituzionalità e si registra una deriva iper garantista in seno alla magistratura, sempre più proiettata ad ancorare le manifestazioni di pericolosità sociale alle sentenze di condanna e alle contestazioni mosse nei procedimenti penali.
Ha scritto così il Procuratore Aggiunto di Firenze Luca Tescaroli su un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano. Certamente quelle normative antimafia - fondamentali per il contrasto alla criminalità organizzata - sono nate dal sangue e dal sacrificio di uomini delle Istituzioni, tra cui vi fu ovviamente il Segretario ragionale del Partito Comunista Pio La Torre, il quale, ha scritto Tescaroli, “si fece promotore di iniziative volte a fronteggiare la controffensiva della nuova mafia” stilando insieme aCesare Terranova, la relazione di minoranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia in Sicilia” e “puntando l’indice contro Vito Ciancimino e i Salvo”.
Il Segretario del partito comunista aveva capito i punti di forza di Cosa Nostra, tra cui “i suoi rapporti con la politica e la pubblica amministrazione e, soprattutto, la capacità di produrre ricchezza illecitamente” la cui accumulazione è uno degli scopi principali delle organizzazioni mafiose poiché rappresentano il “simbolo della loro potenza e un prezioso strumento di riciclaggio” ha scritto Tescaroli.
La Torre infatti come parlamentare presentò a Rognoni un progetto di legge all’epoca rivoluzionario ed unico nella storia giudiziaria Italiana, con il quale si apriva la possibilità di “sequestrare e confiscare i beni sulla base di un giudizio di pericolosità sociale” anche in assenza di una sentenza penale di condanna. Inoltre introduceva nel codice penale il “reato di associazione di tipo mafioso” e “nuove disposizioni in materia di appalti dirette a vulnerare il segreto bancario che per anni aveva agevolato il riciclaggio.”
Un uomo politico quindi che continua ad essere protagonista della nostra storia più recente e che ha segnato profondamente lo sviluppo del contrasto alla criminalità mafiosa. E fu proprio per questo suo impegno che venne barbaramente ucciso il 30 aprile 1982. “Si stava recando a bordo della sua Fiat 132, guidata da Rosario Di Salvo, alla sede del Partito comunista, percorrendo una strada stretta della città di Palermo, quando un commando di mafiosi, a bordo di una moto e di un’auto, gli tese un’imboscata, iniziando a sparare”. Morirono così, in “un delitto punitivo e preventivo, esemplare per ferocia. Egli (Pio La Torre n.d.r) sapeva bene i rischi che correva ma rimase al suo posto e proseguì nella sua azione”, ha scritto Tescaroli.
Tuttavia non bastarono il suo assassinio e la strage della circonvallazione del 16 giugno 1982 - in cui morirono il boss catanese Alfio Ferlito e tre carabinieri per far si che il Parlamento approvasse quelle normative.
“Fu necessaria - ha scritto il Procuratore aggiunto - l’uccisione del generale dalla Chiesa per far approvare il 13 settembre 1982 la sua proposta di legge, la prima seria normativa antimafia dal dopoguerra, una vera rivoluzione copernicana.” A riprova di quanto questa legislazione sia una vera e propria spina nel fianco della mafia “va ricordato che i vertici di Cosa nostra con le stragi del biennio 1992-94 ricattarono lo Stato per ottenere, fra l’altro, l’eliminazione di quegli strumenti" e che oltretutto "i mafiosi continuano a dedicarsi a occultare i loro beni e affermano che non esiste ‘cosa peggiore della confisca dei beni’, con minacce, pressioni e danneggiamenti ai danni di coloro che hanno in affidamento beni sequestrati.”
La normativa ideata da Pio La Torre sopratutto oggi in tempo di pandemia rappresentano uno strumento indispensabile per impedire alle mafie di espandersi nel terreno del disagio sociale generato del collasso dell’economia, attraverso l’appropriazione delle erogazioni pubbliche e dell’ingerenza nella gestione della salute.


Foto © Imagoeconomica

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