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Per anni ho cercato quale poteva essere il modo per superare il lutto, l’ingiustizia, il dolore che avevano segnato la mia vita e  avevano interrotto la mia infanzia.
Oggi sono 36 anni dalla terribile giornata del 2 aprile 1985. Mentre mia madre stava accompagnando i miei fratelli a scuola, percorrendo la statale che da Pizzolungo porta a Trapani,  la sua auto si trovò tra l’auto del Giudice Carlo Palermo e l’autobomba  preparata per uccidere lo stesso giudice. E fu l’inferno!
Appena le auto furono allineate fu premuto il tasto del telecomando. Mia madre Barbara e i miei fratelli Giuseppe e Salvatore furono ridotti in brandelli. Loro catapultati nell’aldilà ed io nel modo degli adulti a soli 10 anni.
Crescendo ho compreso che “il dolore è un fatto personale ma la mafia, il malaffare no”. 
Ho fatto della mia storia testimonianza. Io non ho scelto il ruolo di testimone, ma mi è piombato addosso all’età di 10 anni quando sono stata travolta dalla storia e dal fenomeno sociale detto “mafia” che ha fatto irruzione nella mia sfera privata.
Sicuramente diventare “testimone consapevole” è un percorso difficile e  faticoso. Ogni volta che racconto la storia di mia mamma e dei miei fratelli è come rivivere quella terribile giornata e  tutti i brutti momenti che ne sono conseguiti. Però, ha un senso, se può aiutare a migliorare la società in cui vivo.
La mia testimonianza, come quella di tanti altri familiari di vittime innocenti delle mafie, può servire al “rinnovamento delle coscienze” ed è con spirito di servizio che tutti insieme svolgiamo il nostro “ruolo di testimoni consapevoli”, sentendo il “peso” di essere portatori di memorie utili per la costruzione del futuro.
Noi siamo stati condannati all’ergastolo della convivenza responsabile con il dolore. Stiamo provando a trarre forza dal dolore che proviamo per andare avanti. Stiamo trasformando il  trauma, la rabbia e il lutto in motore di testimonianza ossia in impegno civile, culturale, politico e pubblico.
Allo stesso tempo però nel batterci per l’affermazione di una Giustizia che stenta ad arrivare... nel pretendere che sia scritta la verità assistiamo che i diritti delle vittime innocenti delle mafie e conseguentemente dei loro familiari vengono calpestati. Non sola la “mafia” ci ha rubato quello che avevamo di più caro, dobbiamo subire anche il peso di processi che spesso non danno risposte a livello giudiziario, e restiamo da soli a cercare le ragioni. 
Chiediamo rispetto per tutti coloro a cui sono stati rubati i sogni, la vita. E’ importante che nel processo penale acquisisca centralità la vittima, invece  assistiamo sempre di più ad un estensione delle garanzie poste a favore degli imputati e ad un ridimensionamento della figura di chi ha subito il reato.
Se da una parte credo nella funzione rieducativa della detenzione, penso che il mafioso non debba esser trattato come un criminale comune. Il mafioso deve collaborare, deve contribuire a scrivere la Verità.

In foto: Trapani, 2 aprile 2015. Margherita Asta insieme a Carlo Palermo

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