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Una sintesi del libro nelle parole di un giovane lettore (capitolo 3)

Non accetterò spinte o pressioni, agirò con spirito d’indipendenza. Cercherò di non farmi condizionare da simpatie o risentimenti“. Questo è il chiaro messaggio lanciato dal novello procuratore capo di Palermo, nel 1978, durante il discorso per l’insediamento. Alcuni magistrati si scambiano sguardi d’intesa, occhiate silenziose che sbirciano dietro i viottoli della città, sotto un sole cocente.

Gaetano Costa nasce nel 1916 a Caltanissetta e segue un percorso di studi giuridici culminante, all’inizio degli anni Quaranta, in un ufficio di magistratura a Roma. Dopo pochi anni però torna nella sua città natale, dove vi ricopre il ruolo di sostituto procuratore fino al 1965. Alla fine degli anni Settanta, vanta ormai una lunga carriera alle spalle, prevalentemente caratterizzata da un attento studio dell’evoluzione della mafia agricola, soprattutto in concomitanza delle riforme politico-amministrative che, nel secondo dopoguerra, stravolgono l’ethos siciliano.

È infatti a questo proposito che egli rilascia un’interessante testimonianza ai commissari antimafia, nel 1969: “Ormai non esiste più un certo tipo di attività mafiosa, quella tradizionale, concretizzantesi in sequestri, danneggiamenti, incendi, omicidi, … Ora, venuto meno il latifondo, la campagna, suddivisa poi in feudi, si è impoverita; è dunque evidente che non è più un affare il controllo dei terreni e perciò si deve procedere alla ricerca di nuove fonti". Costa insiste in particolare sulla questione degli appalti: rilascio di attestazioni false e certificazioni di servizi resi in altri enti, permettono a specifici concorrenti di vincere legalmente le gare.

L’aspetto fondamentale dell’osservazione è naturale frutto della crisi del modello economico latifondista, legato alla figura del mafioso come responsabile della gestione della principale risorsa di un Mezzogiorno abbandonato nel processo d’industrializzazione italiano: i terreni. Il decreto Gullo del 19 Ottobre 1944, innesca un processo di riformazione agraria e si propone nell’ancor più sostanziale veste di primo strumento parificatore della dicotomia sociale bracciante-proprietario. La statalizzazione attuata mediante la redistribuzione di territori incolti o mal coltivati, catalizzata dalle occupazioni di organizzazioni contadine, taglia canali di approvvigionamento essenziali alla sopravvivenza della mafia. Il merito di Costa consiste nel sottolineare che l’esaurimento della vena d’oro del latifondo, incentiva lo sfruttamento dei giacimenti amministrativo-politici, acquisiti all’epoca dello sbarco americano in Sicilia.

Non solo quindi la penetrante intelligenza ma anche la convinzione politica lo delinea come alieno e, poi, nemico: il comunismo, da una parte, lo lega ai colori delle bandiere di alcune delle associazioni contadine protagoniste delle agitazioni sociali di cui sopra; dall’altra lo pone contro il fronte locale democristiano, in forte odor di mafia. Non è l’unico però nel Palazzo di Giustizia palermitano a soffrire un isolamento professionale: si confida spesso, mentre va su e giù per i piani in un ascensore, con Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione.

Gli argomenti di discussione sono tanti: indagini sul filone della mafia siculo-americana; sulle famiglie Spatola, Gambino ed Inzerillo. Il denominatore comune è la nuova pista offerta dalle illuminanti intuizioni di Giuliano, rafforzate poi da una serie di clamorosi ritrovamenti di droga e cifre in denaro. In questo contesto, è significativa la vicenda del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. In parallelo all’attività della polizia, egli segue spunti investigativi che lo condurranno alle stesse conclusioni del capo della Squadra Mobile e purtroppo anche alla stessa fine, nel Maggio del 1980.

Il nodo cruciale dell’evento è però ciò che accade in seguito: Costa è immediatamente notificato dell’arresto di circa trenta persone tramite un rapporto degli stessi carabinieri. Segue, pochi giorni dopo, una convocazione rivolta a tutti i sostituti procuratori: una così lunga catena di sangue non poteva più essere ignorata. Alle riflessioni e questioni poste, i partecipanti rispondono con sguardi perplessi, proposte di mediazione ed opposizione: nessuno è disposto a firmare gli atti di cattura. Il nome di un unico magistrato comparirà fra tutti quei documenti, lo stesso che di lì a qualche mese, sarebbe stato abbandonato e condannato a morte.

“Il Palazzo di Giustizia di Palermo si può dividere in tre parti. Il gruppetto dei magistrati impegnati contro la mafia, il gruppetto dei «chiacchierati» e la grande palude, paralizzata dalla cultura della paura, e che fa la routine. Ma la lotta alla mafia deve essere fatta muro contro muro. Invece avviene che coloro che non sono omogenei all’ambiente vengono decapitati. Non c’è un ordine preciso della mafia, ma si crea un clima, una situazione, appena qualcuno prende iniziative che disturbano e toccano davvero il Sistema”. È Rita Bartoli a parlare, tre anni dopo la morte del marito. Questa dichiarazione evidenzia chiaramente, ancor più del caso Terranova, che l’omicidio di Costa è la conseguenza logica della presenza di una classe di individui dominante, sul piano politico-culturale, le coscienze intere della collettività.

Qualcosa però non va. I titoli, a prima vista sensazionalistici, dei giornali esprimono uno sgomento condiviso: si percepisce che un complesso e delicato meccanismo di alleanze fra le famiglie deve essersi inceppato e che questi delitti efferati sono i sintomi visibili di una lacerante crisi, destinata a sconvolgere il mondo mafioso e non solo.

Come si è arrivati fino a questo punto? Se si vuole rispondere alla domanda è necessario spostarsi in un’altra zona d’Europa, la Francia ed in particolare la Marsiglia degli anni ’60: è infatti qui che Joseph Cesari, chimico autodidatta e rifornitore preferenziale nel mercato internazionale di eroina, sarà arrestato e condannato a sette anni di carcere. Tornato in libertà nel 1971, decide di uccidersi l’anno seguente, dopo essere stato nuovamente colto in flagrante.

Le famiglie Spatola, Gambino, Bontate e Badalamenti intendono sfruttare la vacanza d’offerta e trasformano la Sicilia, al centro del Mediterraneo, in una nuova piattaforma di produzione. La scuola francese non chiude però i battenti: seppur Marsiglia abbia perso la sua referenzialità, gli italiani non possono fare a meno di specialisti. È così che intervengono André Bousquet, erede professionale di Cesari, mai censurato, Daniel Bozzi e Jean-Claude Rannem, esperti in materia di traffico ed elusione controlli.

La notte del 25 Agosto 1980, a seguito di intense attività investigative, i poliziotti riescono nella cattura del gruppetto sopracitato, in riunione in un caseggiato in costruzione a Trabia. Non finisce però qui: a far gli onori di casa è nientemeno che Gerlando Alberti, boss latitante dal 1977. Noto come U Paccarè, egli è stato protagonista delle vicende più sanguinose degli anni Cinquanta e nei Sessanta partecipa attivamente al processo di trasformazione della mafia, rivolta alla speculazione in campo edilizio ed alla creazione dei primi, storici legami con gli ambienti politici ed amministrativi.

La rappresaglia è tanto immediata quanto inaspettata: l’arresto e la detenzione, in regime di isolamento, nel carcere dell’Ucciardone, non impediranno ad Alberti di ordinare l’assassinio del proprietario dell’hotel dove il trio marsigliese alloggiava, in quanto fondamentale collaboratore del blitz.

Tratto da: 19luglio1992.com

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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