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La partecipazione del segretario di Stato Antony Blinken alla ministeriale Esteri a Bruxelles per incontri con i funzionari Nato e leader europei è stata caratterizzata fin da subito da un ben preciso scopo: riaffermare l'impegno dell'amministrazione Biden verso i suoi alleati e raccogliere l’intesa nei confronti della nuova politica belligerante di Washington nei confronti di Cina e Russia.

Il comportamento coercitivo della Cina

"Non c'è dubbio che il comportamento coercitivo della Cina minacci la nostra sicurezza e prosperità collettiva e che stiano lavorando attivamente per minare le regole del sistema internazionale e i valori che noi e i nostri alleati condividiamo" ha affermato Blinken in merito alla questione del Pacifico.
Le azioni europee si sono mantenute ben in linea rispetto a questa visione e, per la prima volta dai fatti di piazza Tienanmen, l’Ue ha applicato sanzioni contro quattro funzionari e una entità cinesi, accusati di abusi contro la comunità uigura, di religione musulmana e situata nella regione dello Xinjiang. Di tutta risposta Pechino ha subito applicato misure restrittive contro 11 personalità, che comprendono parlamentari, accademici ed enti europei: sarà loro proibito l’ingresso in Cina, a Hong Kong e Macao, mentre alle aziende e alle istituzioni coinvolte sarà negato di fare affari con il paese.
Ritorsioni che l'Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Josep Borrell ha definito “inaccettabili”, mentre non vede battute d’arresto il forte aumento delle tensioni avviate dall’amministrazione Biden contro una Cina che si percepisce attaccata nelle sue questioni interne e sente ristrette sempre più le aperture diplomatiche su questioni territoriali vitali.
Gli Stati Uniti, rinsaldando i legami strategico-militari in funzione “anti-dragone” con India, Giappone, Australia e Corea del Sud, di fatto sostenendo politicamente e negli armamenti l’iniziativa separatista di Taiwan nei confronti di Pechino, alimentano la miccia di un futuro inevitabile evento bellico di proporzioni non quantificabili.
Tuttavia non sembra venga ancora considerato vitale l’appoggio militare europeo sulla questione pacifica: “Gli Stati Uniti”, ha affermato Blinken "non costringeranno gli alleati a scegliere noi o loro" in merito alla Cina e ha aggiunto che i paesi possono lavorare con Pechino su temi come il cambiamento climatico e la sicurezza sanitaria: "Sappiamo che i nostri alleati hanno relazioni complesse con la Cina che non si allineeranno sempre perfettamente con le nostre, ma dobbiamo affrontare insieme queste sfide".


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Antony J. Blinken


Chiamata alle armi contro la Russia
È sulla questione russa che invece si sta giocando la partita più agguerrita e tesa con gli alleati.
Mosca è esplicitamente citata, nel documento finale della ministeriale, come un attore capace di "azioni aggressive" che "costituiscono una minaccia per la sicurezza euro-atlantica". Ancora una volta, a richiamare le ostilità e l’unità dell’alleanza contro la Russia, predominante, resta la questione Navalny.
“Io credo che in questo momento ci siano anche delle posizioni ferme da prendere, il caso Navalny è inaccettabile, ci auguriamo possa essere scarcerato il prima possibile. Noi abbiamo di fronte un pericoloso momento legato alla tutela dei diritti umani, una pericolosa violazione dei diritti umani in diverse parti del mondo su cui serve fermezza” ha affermato il nostro ministro degli esteri Luigi Di Maio, in piena risonanza con le parole del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg che alla conferenza stampa, preceduta dalla seconda giornata ministeriale a Bruxelles, ha ribadito:
"Chiediamo l'immediato rilascio di Navalny e degli altri attivisti arrestati".
Abbiamo già parlato del neo eletto paladino della democrazia anti-Putin, Navalny appunto, reso oramai capro espiatorio di tutta la retorica anti-Russia della nuova amministrazione Biden senza che mai vengano richiamate le sue posizioni razziste e xenofobe, il sostegno ricevuto dal National Endowment for Democracy (finanziato dal congresso Statunitense), i suoi rapporti coi servizi segreti inglesi, la sua condanna per appropriazione indebita, o le numerose incongruenze e punti interrogativi legati al presunto avvelenamento tramite Novichok.
Non saranno mai punti di cui si terrà conto, la questione importante per il mantenimento della nuova linea politica di Washington è continuare a mantenere vivo uno scandalo internazionale che possa trascinare tutta l’Europa nella rottura dei rapporti diplomatici con l’avversario, sullo sfondo di una nuova corsa agli armamenti.


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Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, con i Ministri degli Esteri


Ancora sulla questione russa, La Germania ancora tentenna sulla vicenda del gasdotto North Stream 2, definito da Antony Blinken (ammonendo più volte su possibili, pesanti sanzioni nel caso fosse completata la sua messa in opera), “una minaccia alla sicurezza per l’Europa”.
Berlino tuttavia, nonostante le ulteriori pressioni al ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas durante la riunione dei Ministri degli Esteri della Nato, non sente ancora di rinunciare ad un progetto che è stato completato per circa il 95% e rappresenta una questione strategica vitale per l’approvvigionamento energetico.
In gioco sono ovviamente i bilanci delle imprese energetiche Usa, che necessitano di esportare il loro gas di scisto, estremamente distruttivo nei confronti dell’ambiente e molto più svantaggioso in termini di costi per l’Europa rispetto al gas russo; una questione dove ancora traspare una contrapposizione all’interno dell’Alleanza, marginale tuttavia, se guardiamo ai dati rispetto all’imponente corsa agli armamenti che, come vedremo, sta trasformando l’intera Ue nel primo bersaglio in caso di rappresaglia Nucleare della Russia ad un attacco statunitense.

L’Europa aumenta il suo arsenale
Londra, come riportato nell’Integrated Defense Review, aumenterà il tetto massimo di 180 testate nucleari da realizzare entro la metà di questo decennio, portandolo a 260 e individuando le minacce più serie nella Russia e nella Cina; la Germania nel 2022, secondo il ministero della difesa tedesco, aumenterà le spese militari del 5%, portandole a 49,3 miliardi di euro al fine di tutelare “la sicurezza della Germania e dell'Europa”.
Una tendenza generale che ha preso piede in modo dirompente, nonostante la grave emergenza sanitaria in atto: nel 2020 la spesa totale degli Stati della Nato per la difesa è stata di 930 miliardi di euro, mentre nel 2019 era stata di circa 866 miliardi di euro. In termini percentuali rispetto al Pil, un finanziamento dell’intera alleanza che passa dal 2,55% al 2,77%.
L’Italia non è da meno: per il 2021, il solo bilancio del Ministero della Difesa prevede un aumento di 1,6 miliardi, arrivando ad un totale di 24,5 miliardi. Di questi, 4 miliardi saranno utilizzati per nuovi sistemi d’arma, a cui vanno aggiunti ben 2,8 miliardi allocati presso il Ministero per lo Sviluppo economico e 185 milioni per interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre stanziate per specifici progetti d’arma pluriennale. A questi vanno sommati poi i 25 miliardi del recovery fund che saranno destinati alla difesa, e che realizzeranno in pieno il programma Nato sugli obbiettivi di spesa militare degli alleati Europei, per il quale dovremo versare almeno il 2% del PIL entro il 2024. Un traguardo che si tradurrebbe per l’Italia in una spesa che si aggira attorno ai 36 miliardi di euro annui.


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Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken


Arrivano i missili ipersonici in Europa
Il generale James C. McConville, capo di stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, in un intervento durante un meeting di esperti alla George Washington School of Media and Public Affairs, ha annunciato che lo US Army si sta preparando a disporre missili ipersonici in Europa, diretti evidentemente contro la Russia; un progetto che rischierebbe di minare gravemente un equilibrio strategico già precario e condurrebbe definitivamente l’Europa a trasformarsi nel terreno sacrificale di una potenziale rappresaglia russa ad un attacco nucleare statunitense.
Con la capacità di raggiungere velocità di circa 10.000 km/h, i missili ipersonici dispiegati saranno infatti a raggio intermedio ed in grado di raggiungere Mosca in circa 5 minuti. Le forze armate russe di contro, pur avendo già a disposizione missili ipersonici a lungo raggio e avendone in realizzazione altri a raggio intermedio, nel caso dovessero lanciarli dal proprio territorio (e qui il dato più pericoloso), non potrebbero colpire Washington, bensì le basi di lancio dispiegate in Europa.
A confermare questo terribile proposito è anche la Darpa (Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della Difesa), che in un comunicato ufficiale informa di aver incaricato la Lockheed Martin di fabbricare “un sistema missilistico ipersonico a raggio intermedio con lancio da terra”, ossia missili con gittata tra 500 e 5500 km, appartenenti alla categoria del trattato INF, da cui gli Stati Uniti si sono ritirati nel 2018.
L’Europa dunque è sempre più salda, solidale, unita, salvo qualche increspatura sulle questioni di approvvigionamento energetico. Il primo ministro inglese Boris Johnson lo ha scritto chiaro nell’Integrated Defense Review: “L'ingegnosità dei nostri cittadini e la forza della nostra Unione si combineranno con i nostri partenariati internazionali, le forze armate modernizzate e una nuova agenda verde, consentendoci di guardare avanti con fiducia mentre plasmiamo il mondo del futuro”. Un mondo così radioso che forse sembra l’abbaglio apocalittico di detonazioni multiple su un orizzonte di fuoco e totale distruzione.


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Foto © Imagoeconomica

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