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Dalla Commissione Anselmi all’ex Gran Maestro Di Bernardo, i dubbi che gli iscritti fossero più di 962

È la mattina del 17 marzo del 1981 quando i finanzieri inviati dai giudici di Milano, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, scoprono gli elenchi della loggia massonica Propaganda 2. I magistrati stanno indagando sull’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della banca di Michele Sindona (mandante del delitto), che nell’estate del 1979 era fuggito da New York e poi aveva fatto finta di essere rapito da inesistenti terroristi di sinistra. Invece si era rifugiato in Sicilia, protetto da Cosa nostra: per avvalorare la tesi del sequestro si era fatto sparare a una gamba da un medico massone, Joseph Miceli Crimi, ritenuto vicino a Licio Gelli. Per questo motivo i giudici inviano i finanzieri a perquisire quattro indirizzi di pertinenza del maestro Venerabile della P2. Tra questi spicca uno, sconosciuto, è quello della fabbrica “La Giole”, a Castglion Fibocchi (Arezzo). È lì che i finanzieri trovano una cassaforte dentro alla quale trovano una ordinatissima lista di 962 nomi. Sono annotati con tanto di titolo, città, numero di fascicolo. Viene sollevato così il vaso di pandora sulla segretissima e inviolabile loggia. In quelle liste ci sono i nomi di 208 tra militari e appartenenti alle forze dell’ordine (43 generali e l’intero vertice dei servizi segreti), 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, due ministri, banchieri (lo stesso Sindona e Roberto Calvi), imprenditori, professionisti, magistrati e giornalisti. Uno scandalo che finirà sui libri di storia e che farà esplodere un caso politico e giudiziario senza precedenti. La P2 non era una semplice loggia massonica, come dice oggi il giudice Turone a Il Fatto Quotidiano, ma “un sistema di potere occulto”. O meglio, “un meccanismo sofisticato che consente a gruppi di potere di fare in modo che le decisioni più rilevanti di una comunità, o addirittura di un intero Paese, vengano gestite attraverso canali sotterranei e invisibili. In modo tale che il pubblico abbia la sensazione di essere governato in democrazia, mentre in realtà le vere decisioni vengono assunte in via sotterranea attraverso percorsi paralleli e incontrollabili”. Quarant’anni dopo la scoperta degli elenchi, e della successiva istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi, un interrogativo tra i tanti rimane ancora in sospeso: i presenti ritrovati a Castiglion Fibocchi erano davvero quelli di tutti i componenti della loggia di Gelli?
A sollevare il dubbio fu proprio la Commissione Anselmi nella sua relazione finale: “Possiamo in primo luogo sottolineare che esistono non pochi elementi o indizi di prova che militano a favore della ipotesi di un’incompletezza delle liste che, pertanto, non comprenderebbero nomi di altre persone, oltre quelle elencate, pur ugualmente affiliate alla Loggia”.
Quali sono gli elementi ai quali si riferiva la commissione? Per esempio la lettera inviata da Gelli a un altro massone in cui “Belfagor” (come lo definì Bettino Craxi in un articolo su L’Avanti datato 31 maggio ‘81) scrive: “L’esame dello schedario centrale non è ancora terminato e, inoltre, se non trovi alcuni degli elementi da te segnalati, è per motivi che ti spiegherò al nostro prossimo incontro durante il quale ti indicherò anche le ragioni per cui ti sono stati affidati alcuni elementi che non erano stati segnalati da te”. E ancora: “Se abbiamo molti candidati? Rispondo che il proselitismo che abbiamo avuto in questi ultimi tre anni è stato veramente massiccio: nel 1979 siamo arrivati ad oltre quaranta iniziazioni al mese”. C’è poi l’intervista a l‘Espresso, in cui già il 10 luglio 1976 - cinque anni prima del sequestro - Gelli sosteneva che “l’organico della Loggia ammontava all’epoca a ben duemilaquattrocento unità". Dunque oltre il doppio di quelli emersi dagli elenchi rinvenuti a La Giole. Il maestro venerabile sosterrà di aver querelato il settimanale per quell’intervista, ma Palazzo San Macuto non troverà traccia di quella denuncia.
A spingere la commissione Anselmi sulla pista degli elenchi incompleti c’è anche Vincenzo Valenza, un dignitario massonico piduista di una delle discendenze di piazza del Gesù. "La lista per me non è completa”, aveva detto ai parlamentari. “Siccome io sono stato dirigente di una obbedienza queste cose le conosco. C’è questa diversità di numero". Il riferimento è all’incongruenza che c’è nell'ordine consequenziale dei numeri delle varie tessere. “Ogni tessera c’è un numero. Gli altri dove sono? Facciamo una percentuale, il dieci, il venti percento (di numeri appartiene) a morti e messi in sonno? Ma non corrisponde”. Di fatti la sequenza di numerica delle tessere non è continua. In audizione gli venne chiesto anche come mai nessuna tessera ha un numero inferiore al 1.600. “Non lo può dire nessuno, chissà dove saranno andati a finire quelli dal 1.599 in giù”. Alla domanda se fosse possibile che Gelli inserisse nell’elenco nomi di persone a loro insaputa Valenza rispose: “No. Questo lo escludo perché non avrebbe senso” dicendosi certo che “fossero molti di più”. E quindi che senso ha quella lista di 962 nomi? “Io - affermò il massone - suppongo che siano stati quelli messi a disposizione nel caso in cui ci fosse una perquisizione. Era assurdo che questa roba fosse stata tenuta lì a Castiglion Fibocchi". Una possibilità che inquieta, e non poco.

La rivelazione shock del Gran Maestro
Un altro massone, ma ancor più altolocato di Vincenzo Valenza, aveva riferito in merito alla possibilità dell’incompletezza degli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi. Si tratta di Giuliano Di Bernardo, gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1990 al 1993.
Di Bernardo aveva ricordato, sentito dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo al processo ‘Ndrangheta Stragista, di aver ricevuto una proposta indecente: il possesso del vero elenco della P2. "Quello sequestrato dalla magistratura era solo parziale. Gelli - che l’ex Gran Maestro del Goi descrive come prodotto Cia - mi offrì l'elenco vero della P2 tramite un suo emissario che commentò: 'così puoi ricattare tutta l'Italia’”, aveva detto in aula a Reggio. In cambio della concessione dei veri elenchi, Gelli chiedeva di “essere riammesso al Goi”, aveva aggiunto Di Bernardo in merito alla vicenda.
Alla domanda del pm Lombardo su chi fosse questo soggetto il teste aveva preferito trincerarsi nel silenzio: "Preferisco non dirlo". "Non dico di non averci pensato - ha ammesso Di Bernardo - Ma poi ho deciso di non procedere".
Che l'elenco segreto della P2 fosse qualcosa di reale il teste si era convinto dopo un altro episodio: "Dopo la mia elezione chiede di incontrarmi il segretario personale del gran maestro Battelli. Questo segretario voleva fare una dichiarazione al Gran maestro da firmare. Infatti lo incontro e mi dice che una sera Gelli si presenta nello studio del Gran maestro Battelli (Ennio, ndr) con un gran fascicolo e gli dice 'questo è l’elenco della P2'. Battelli inizia a sfogliarlo e diventa di tutti i colori. Alla fin fine, Battelli chiude e dice a Gelli: 'Riprendilo, questo io non l’ho mai visto'. E dice al suo segretario che i nomi che ha visto lì non li vuole dire. Il segretario si sente in dovere di fare questa dichiarazione. Io ho la cognizione che il vero elenco esiste ma non sappiamo dove. Questo avviene dopo che la loggia P2 è stata sciolta”.

Foto tratta da ilmessaggero.it

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