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Totò Riina, Salvatore Lo Piccolo, Armando Bonanno e non solo. Erano questi alcuni dei nomi dei boss a cui Emanuele Piazza dava la caccia.
Oggi a Palermo è il giorno del ricordo del poliziotto, collaboratore del Sisde, scomparso a soli 29 anni con quel sogno di fare la differenza nella lotta a Cosa nostra.
E proprio da Cosa nostra venne barbaramente ucciso 31 anni fa.
Per anni non si è saputo nulla di questa “vittima” che stamattina alla 10:30 verrà ricordata grazie ad una iniziativa fortemente voluta dal fratello Andrea, anche per dimostrare che non ci sono vittime di serie A e serie B.
Come spesso è accaduto in molte vicende anche l'omicidio Piazza ha visto nel corso del tempo una lunghissima serie di depistaggi che a tutt'oggi non hanno permesso alla famiglia di avere una verità completa.
Basti pensare che solo nel 2001 si avranno le prime condanne dei responsabili mafiosi.
La Corte d’Assise di Palermo accolse quasi interamente le richieste di condanna dell’accusa, rappresentata dall’allora procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal pm Nino Di Matteo, che chiesero la condanna a vita per Salvatore Biondino, Antonino Troia e Giovanni Battaglia. Mentre col rito abbreviato furono condannati a 30 anni Salvatore Biondo e suo cugino (omonimo) e Simone Scalici.
Tra gli esecutori materiali c’è anche Erasmo Troia (condannato in primo grado e in appello e poi assolto in Cassazione per un vizio procedurale nel procedimento di estradizione dal Canada).
Al delitto parteciparono anche Francesco Onorato e Giovambattista Ferrante, condannati a 12 anni grazie allo sconto di pena per la loro collaborazione con la giustizia.

La storia
In qualità di collaboratore del Sisde, nome in codice Topo, Piazza si concentrerà in particolare nel territorio della borgata di San Lorenzo. E' qui che incontra un vecchio amico, Francesco Onorato, conosciuto in palestra anni prima in quanto l’uno, Onorato, si allenava come pugile, l’altro, Emanuele, praticava Karatè e lotta libera.
Emanuele non avrebbe nascosto ad Onorato né il suo impiego come poliziotto né la sua missione, anzi, gli chiese aiuto nel reperimento di informazioni sui boss Totò Riina, Salvatore Lo Piccolo, Armando Bonanno, cercando di invogliarlo con le taglie miliardarie pendenti sulla testa dei boss.
Onorato finse di non sapere nulla di questi personaggi e non fece filtrare alcuna informazione, anzi lo portò spesso con sé nei cantieri edili proprio per mostrare il proprio cambio di vita.
In realtà, però, era ben inserito all'interno di Cosa nostra anche se non disse nulla di Piazza ai suoi "superiori", in particolare a Salvatore Biondino, reggente del mandamento della famiglia di San Lorenzo in sostituzione di Giacomo Giuseppe Gambino, detenuto, cui apparteneva anche lui.
Finché un giorno come tanti, davanti alla polleria di Simone Scalici, proprio Biondino vide Onorato salutare Piazza.
Non appena Emanuele si allontanò il boss di San Lorenzo, sorpreso da quel gesto, ordinò a Onorato di eliminare "il crastazzo". Non accettava di osservare uno dei suoi uomini parlare con un agente, perché lui sapeva chi era Piazza.
Alla domanda dei Pubblici Ministeri su come Biondino fosse entrato in possesso delle informazioni relative a Emanuele, Onorato rispose testualmente: "Mi disse questo... (Biondino, ndr) mi disse che lo aveva saputo dalle Istituzioni che era uno pericoloso e quindi bisognava... (...) Biondino aveva rapporti sì (con le istituzioni, ndr), perché diverse volte veniva, ‘sta sera non dormite a casa, perché c’è una perquisizione - oppure ci sono mandati di cattura. ... Io, quando c’è stato il mandato di cattura Salvo Lima, non mi hanno trovato a casa...".
Ecco, è in quelle "Istituzioni" che resta il buco nero sulla morte di Emanuele Piazza. Un buco sempre più profondo a causa dei depistaggi che si sono succeduti.

L'omicidio
Piazza venne assassinato il 16 marzo di 30 anni fa.
Scomparve la sera prima, il 15 marzo del 1990, da casa sua, a Sferracavallo (Palermo).
Emanuele Piazza stava per sedersi a tavola quando Onorato bussò alla sua porta chiedendogli di accompagnarlo a Capaci, al magazzino di mobili di Nino Troia, dove avrebbe dovuto cambiare un assegno. Piazza andò con lui. Ad aspettarlo all’interno del capannone c’erano i boss Salvatore Biondo e Nino Troia che lo aggredirono e lo strangolarono. Il suo corpo venne in seguito portato in un casolare nelle campagne di Capaci e sciolto nell’acido.
I familiari, l’indomani quando andarono a cercarlo, si accorsero immediatamente che qualcosa non andava. Al loro arrivo, infatti, trovarono la porta accostata, il frigorifero aperto e della pasta scotta, ormai divenuta colla. Come se chi l’avesse preparata si fosse allontanato improvvisamente, senza pensare a mangiare.
Da quel 16 marzo, di Emanuele, non si seppe più nulla. Il padre, Giustino Piazza, noto avvocato di Palermo, decise allora di denunciare la scomparsa in Questura, proprio per la stranezza dell’assenza imprevista del figlio da casa. Ma la denuncia venne lasciata nel cassetto per mesi, mai letta.
Il primo "muro di gomma" di fronte alla ricerca della verità. Non sarà l'unico.
Il silenzio si ruppe sei mesi dopo la sparizione del giovane, quando il padre decise di rilasciare un’intervista a Francesco Viviano, giornalista di Repubblica. In quell’inchiesta giornalistica Giustino Piazza rivelò tutta una serie di circostanze fino a quel momento taciute, come richiesto dalle autorità, inclusa quella relativa alla collaborazione del figlio con i servizi di sicurezza. “Mio figlio è morto, perché è stato illuso che prima o poi sarebbe diventato un vero agente segreto, ed il mio povero Emanuele c'è caduto. - disse al giornalista Viviano l’11 settembre 1990 - Dopo la scomparsa di mio figlio quelli del Sisde hanno tentato di minimizzare il suo ruolo, ma non hanno potuto fare a meno di ammettere che Emanuele lavorava per loro. So che mio figlio era inserito nei loro libri paga”.
L’ufficialità della collaborazione di “Topo”, questo il suo nome in codice, con il SISDE si ottenne solo dopo che si attivò Giovanni Falcone. Il giudice, recatosi al Viminale, cominciò a condurre interrogatori, dai vertici fino in basso e, come risultato, quando tornò a Palermo il 22 ottobre 1990, trovò sulla sua scrivania il documento firmato dal prefetto Malpica che riconosceva il lavoro di Emanuele.
Il giovane poliziotto però non era un uomo dei servizi qualunque. La sua funzione era quella di ricerca di latitanti di mafia. Mansione, la sua, già ben nota alla Polizia che nella villetta del poliziotto trovò una lista, redatta su carta intestata del Ministero degli Interni, che conteneva i nomi di 136 latitanti.
E sarebbe proprio questo il motivo per il quale Piazza venne tolto di mezzo. E assieme a lui cadderò anche altre figure che gli erano vicine. Tra i componenti della sua rete c’era anche un coetaneo e amico, si chiamava Gaetano Genova, vigile del fuoco e parente alla lontana di Tommaso Buscetta. In Cosa nostra girava la  voce che fosse un informatore e nel dubbio anche lui venne eliminato.

Le resistenze istituzionali
Tornando alle resistenze istituzionali vale la pena rileggere quanto scritto dalla Corte d'Assise, riportate di recente anche nelle carte inerenti l'omicidio del poliziotto Nino Agostino, strettamente legato a Piazza.
Quanto all’atteggiamento dei referenti istituzionali di Piazza viene scritto nero su bianco che: “L'atteggiamento tenuto da taluno di costoro, dopo la scomparsa del Piazza fu, comunque, poco commedenvole ed improntato alla più ampia e tenace reticenza e chiusura nei confronti della AG”. Al riguardo non può essere sottaciuto che "quest'ultima, solo in prosieguo di tempo, e per effetto delle insistenti pressioni dei familiari dello scomparso, venne finalmente posta in condizione di sapere cosa potesse avere fatto il Piazza per scatenare la furia omicida di Cosa Nostra". E poi ancora: "Al riguardo, appare soltanto opportuno rimarcare che, in sede di discussione, il rappresentante della pubblica accusa ha sottolineato, da un lato, la colpevole sottovalutazione del pericolo da parte dei rappresentanti istituzionali che hanno mandato allo sbaraglio il povero Emanuele Piazza a cercare latitanti di mafia in una città come Palermo (dove la ferocia mafiosa non aveva mancato di mostrarsi in tutta la sua brutalità con omicidi come quelli dei Giudici Terranova, Costa, Chinnici e di innumerevoli rappresentanti delle forze dell'ordine, quali dalla Chiesa, Zicchetto, D'Aleo, Cassarà, Antiochia ecc...), dall'altro, la conseguente reticenza di chi ha cercato in ogni modo di evitare di essere considerato corresponsabile, quanto meno morale, della morte del Piazza". Ed è in tal senso che il Pm al tempo parlò di "reticenze istituzionali che hanno travalicato il muro del lecito quando hanno determinato l'enorme ritardo nell'indicazione all’A.G. della cause che potevano avere indotto la mafia a sopprimere il Piazza (e prima fra tutte la sua appartenenza al Sisde e l'attività di ricerca di latitanti cui era stato avviato); ovvero quando hanno spinto chi aveva lavorato col predetto Piazza a sminuire il più possibile il livello di frequentazione, confidenza e collaborazione col medesimo, nell'intento principale di evitare di 'avere rogne'". Inoltre, il pubblico ministero espresse l'avviso che "persistono ampie zone d'ombra riguardanti sia la fonte della soffiata che spinse Cosa Nostra a disfarsi, in modo drastico e definitivo, del pericolo rappresentato dal Piazza; sia le ragioni di tante reticenze e contrasti, emersi anche al dibattimento, tra le diverse deposizioni di uomini dello Stato".

Questione Addaura
La storia di Emanuele Piazza si lega anche a quella di Antonino Agostino, assassinato in circostanze poco chiare insieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto 1989. Anche quest'ultimo, come dimostrato dalle indagini della Procura generale di Palermo che ora ha chiesto la condanna del boss Nino Madonia davanti al Gip ed il rinvio a giudizio del boss dell'Arenella Gaetano Scotto e di Francesco Paolo Rizzuto (accusato di favoreggiamento aggravato), andava a caccia di latitanti.
Di entrambi si parlò anche in relazione alla vicenda del fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone.
Sul fatto, sin da subito, vi furono più voci e indiscrezioni e i giornali iniziano a pubblicare le prime ricostruzioni. La più accreditata rivela che Emanuele Piazza, insieme a un collega poliziotto, Nino Agostino, avrebbe salvato il giudice Falcone individuando il borsone pieno di tritolo e facendo scattare l’allarme. In realtà le certezze su quanto è realmente accaduto nel borgo a 30 chilometri da Palermo sono poche.
La Procura generale che si è occupata del caso Agostino ha spiegato che rispetto all'ipotesi che Agostino fosse stato presente in quei giorni sul luogo dell'attentato le indagini “non consentono in alcun modo di ritenere provata una qualsiasi forma di partecipazione (negativa o positiva)” del poliziotto su quella “scogliera”.
Certo è che Piazza parlò dell'Addaura con alcuni membri della sua famiglia, spingendosi tanto da dirsi “sicuro che non era stata Cosa Nostra a fare quell'attentato ma c’entra la polizia”, come dichiarò il fratello Gianmarco a Reppublica. Quest’ultimo aggiunse inoltre che “dal giorno dell'Addaura mio fratello era diventato sempre più taciturno. E poi, dall'autunno del 1989, sempre più cupo. Era preoccupatissimo”.
Inoltre il padre di Emanuele, deponendo al processo Capaci bis nel novembre 2015, aggiunse un ulteriore elemento: "Mio figlio mi disse che stava svolgendo degli accertamenti sulla scomparsa dell'agente Nino Agostino. Mi disse di avere dei sospetti, stava cercando di capirci qualcosa, ma non si mostrò mai preoccupato".
E’ possibile dunque che Piazza venne eliminato perché a conoscenza di qualcosa sul misterioso attentato a Falcone? Oppure venne ucciso perché stava indagando proprio sulla morte del collega Antonino?
O semplicemente perché era un personaggio scomodo per la sua attività segreta di cacciatore latitanti?
Domande che meriterebbero una risposta. La storia di Emanuele Piazza è una storia cruda, triste ed ingiusta. Così come quella di tutte le altre vittime di mafia che alle sue spalle, purtroppo, può contare nel silenzio omertoso e colpevole di uomini delle istituzioni.
“La verità va cercata sul piano storico - ha detto più volte Andrea Piazza - all’interno di dinamiche di alto profilo internazionale, non attraverso verità processuali condizionate da depistaggi e tecnicamente limitate all’ambito procedurale. Una certezza però già c’è: Emanuele di questa tragica sceneggiatura è stato una delle tante vittime innocenti”.
Oggi in piazza a Palermo Andrea, le associazioni e le altre vittime di mafia scenderanno anche per questo.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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