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Nel '96 iniziò a collaborare con i magistrati ma dopo che parlò di Pittelli non venne più sentito per 20 anni

Sfilano, uno dietro l’altro, i 58 pentiti chiamati a rendere testimonianza al maxi processo di Lamezia Terme Rinascita-Scott. Ieri è stato il turno di Luigi Guglielmo Farris, 70 anni, un tempo imprenditore del catanzarese, legato da rapporti equivoci con le cosche vibonesi e catanzaresi, finito sotto usura da parte del boss di San Gregorio D'Ippona, Rosario Fiaré, legato a Saverio Razionale, ma anche di insospettabili come Enzo Fedi, padre della proprietaria di un negozio di pellicce a Catanzaro. Farris è stato prima informatore dei carabinieri e poi collaboratore di giustizia dal 1996. Nel corso della sua vita imprenditoriale ha avuto modo di entrare in contatto con diversi mondi, da quello delle consorterie criminali, a quello dei big dell’imprenditoria, fino a passare a quello della giustizia. Una rete nella quale è rimasto impigliato negli anni ’90 e che ora i sostituti procuratori di Reggio Calabria stanno cercando di ricostruire. Dal primo marzo scorso, infatti, a più di venti anni dalle sue prime dichiarazioni, i sostituti della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso guidati da Nicola Gratteri, hanno ripreso a interrogarlo e le sue dichiarazioni stanno dando la stura a nuove indagini.

I vibonesi e le logge
Tra le altre cose, Luigi Guglielmo Farris ha raccontato di essere stato anche massone e pertanto è entrato in contatto con diversi soggetti di quegli ambienti.
“Ho fatto parte pure io della massoneria - ha dichiarato a verbale Farris l’1 marzo scorso al pm Frustaci - e il mio gran maestro numero 33 era Armellini Emanuele, assicuratore di Vibo Valentia, che è morto in un incidente vicino Marcellinara di Catanzaro unitamente alla sua compagna. Posso riferire che avevo la tessera da maestro ed in precedenza anche la tessera da apprendista. Fu Armellini a volermi inserire nella massoneria, in particolare nella loggia che seguiva il rito scozzese, sebbene io nei fatti non abbia mai preso parte ad alcuna riunione. So che facevano parte della massoneria Fortunato Mantino e Fortuna Francesco, ex testimone o ex collaboratore di giustizia, non so se tuttora sottoposto al piano di protezione. Posso tuttavia riferire con certezza che ha collaborato con l’autorità giudiziaria perché era in compagnia della sua scorta. Fortuna Francesco - ha aggiunto Farris - è cognato di Mantino Fortunato per essere il fratello della moglie di Fortunato”. 
Oltre a citare Fortunato Mantino di Vibo Marina, il pentito ha chiamato in causa anche altri personaggi indicandoli quali esponenti della massoneria. “Facevano altresì parte della massoneria l’avvocato Preiti, nonché un certo Francesco Pisano di Pizzo Calabro, Lo Gatto Maria e Nicola Tripodi”. Quindi il riferimento ai Mancuso di Limbadi. “Anche diversi esponenti della famiglia Mancuso facevano parte della massoneria, in particolare ne facevano parte Cosmo Michele Mancuso, Luni Mancuso detto il Biondo, e forse anche lo stesso Luigi Mancuso. Faceva altresì parte della massoneria Antonio Mancuso, detto Zi ‘Ntoni”.  Farris ha poi chiamato in causa personaggi deceduti di primo livello come il defunto procuratore di Catanzaro. “Sapevo che ne faceva parte anche il procuratore Lombardi - ha continuato Farris - perché questo mi venne detto da Fortunato Mantino e dall’avvocato Preiti Antonio. Entrambi, infatti, partecipavano alle riunioni e sapevano chi fossero gli altri partecipanti, specialmente l’avvocato Preiti. All’epoca il gran maestro della loggia che seguiva il rito scozzese era Vigorito. Sono in grado di produrre il libro delle onorificenze cavalleresche relative a quel periodo, avendo io stesso il grado di cavaliere: i cavalieri ivi indicati sono in diverse logge della massoneria. Per quanto a mia conoscenza, anche Bellantoni - ha poi detto Farris - faceva parte della massoneria e so che Bellantoni aveva rapporti con Antonio Mancuso”.

Capitolo Pittelli
A questo punto durante la sua deposizione il pentito ha fatto entrare in scena l’avvocato ed ex parlamentare, prima di Fi e poi di FdI, Giancarlo Pittelli, uomo chiave del processo di Lamezia accusato di concorso esterno. Il suo nome viene tirato fuori quando in aula viene affrontata la vicenda del commerciante Antonio Ortuso, trovato morto il 4 settembre 1992 nel suo studio a Catanzaro. Farris ha spiegato che Ortuso sarebbe entrato in contatto con i Mancuso e i Gaglianesi e che era accaduto qualcosa di molto grave con una delle due famiglie egemoni del capoluogo e che temeva per la sua incolumità. Secondo Farris qualche tempo prima di morire Ortuso si era recato nello studio di Pittelli. “Non so che cosa si siano detti, so però che all’uscita Nino mi riferì che l’avvocato gli aveva assicurato che gli avrebbe risolto il problema”. Di lì a poco il commerciante verrà ucciso e anche Farris, come ha confessato, temette per la sua vita. Il collaboratore ha in questo senso raccontato di aver subito non solo minacce da parte dei Gaglianesi ma anche una vera e propria aggressione nel suo negozio. Un clima  di terrore che lo porterà a trasferirsi in Toscana. Sempre su Pittelli, il pentito ha raccontato di essere stato in un incontro con il boss Saverio Razionale a Vena di Vibo Valentia. In quell’occasione l’avvocato veniva da un’aggressione da parte di Peppe Mancuso a causa di un processo andato male. Un episodio che il pentito sostiene aver riferito già in Procura vent’anni fa. "Pittelli arrivò agitato per avere subito un pestaggio da parte di Peppe Mancuso - ha detto - per un processo che, secondo Peppe era andato male". L'avvocato, ha aggiunto, voleva parlare con Razionale perché questi calmasse Peppe Mancuso "perché non succedessero altri episodi del genere". Poi i due si chiusero nell'ufficio di Razionale e Farris andò via senza sapere cosa si dissero Pittelli e Razionale. 
"Dopo quella escussione - dice Farris - la vicenda non è stata più ripresa. Successivamente a quel verbale in cui si parlava di Pittelli incontrai un maresciallo del Ros, che dopo qualche ora mi portò copia di quasi tutti i verbali e mi disse: 'La collaborazione finisce qui'. Mi fece capire che avevo chiuso con la Procura". “Non sono stato più chiamato dalla Procura - ha raccontato l’ex imprenditore - Sono passati 20 anni. Quell’ufficiale aveva ragione”. Il nome del maresciallo non è dato sapere perché coperto da omissis in quanto sono in corso accertamenti. Farris ha quindi rivelato altri due episodi altrettanto singolari, se non inquietanti. “Un ulteriore episodio si verificò tempo prima presso l’ufficio della procura di Catanzaro omissis… e quando feci il nome dell’avvocato Giancarlo Pittelli omissis… Peraltro dopo queste dichiarazioni ci fu un tentativo di sequestro di persona nei confronti di mia figlia, a seguito del quale - ha raccontato - io e la mia famiglia venimmo trasferiti d’urgenza dalla località protetta”. Farris ha sostenuto anche che sua moglie venne contattata “tramite qualcuno del Tribunale di Catanzaro” affinché l’imprenditore smettesse di collaborare. Vicende, queste, segno dello spaccato di ingerenze e intrecci del vibonese sul quale sta cercando di fare luce la procura di Catanzaro e delle quali Luigi Guglielmo Farris riferirà nuovamente il prossimo 18 marzo quando tornerà in aula per il controesame.

In foto: Giancarlo Pittelli, ex parlamentare ed avvocato © Imagoeconomica

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