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“Come investigatori particolarmente qualificati e particolarmente diciamo esperti e poiché seguivate questa indagine dall’inizio in relazione all’ipotesi corruttiva proprio di cui vi stavate occupando, il corrotto era il dott. Palamara, avete prospettato all’autorità giudiziaria di valutare l’opportunità di procedere allo stesso modo anche nei confronti del dott. Centofanti?” e “nello studio di fattibilità se lo avete prospettato perché lo avete escluso, diciamo da questo tentativo?”. Sono due domande nette e chiare quelle fatte dal consigliere togato Antonino Di Matteo lunedì scorso durante la deposizione del maggiore della guardia di finanza Fabio Di Bella nell’ambito del processo disciplinare a carico degli ex togati coinvolti nel caso Palamara e che avevano partecipato al dopo cena a maggio del 2019 all’hotel Champagne con i deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri.
Il maggiore rispondendo alle domande della Procura generale della Cassazione ha descritto le circostanze che avevano portato alla disposizione da parte della procura di Perugia di effettuare delle intercettazioni telefoniche a carico dell’ex presidente dell’Amn e di altri tre soggetti.
Tra questi non vi era l'imprenditore laziale Fabrizio Centofanti, secondo l'accusa il corruttore di Palamara a cui avrebbe elargito viaggi, cene e altri servizi in cambio di nomine di procuratori "amici". Un dato quantomeno curioso.
“Era emerso il nominativo del dott Palamara - ha spiegato il maggiore - nell’ambito dell’indagine romana la prima volta nel 2017 quando in una intercettazione ambientale avvenuta all’interno dell’auto vettura in uso a Centofanti Fabrizio e i due autisti (quello storico e quello in prova) discutevano delle modalità con cui il Centofanti si incontrava con il dott Palamara” e “a seguito dell’attività istruttoria dall’autorità giudiziaria di Perugia vengono avviate delle intercettazioni telefoniche in particola nei confronti del dott. Palamara non che nei confronti degli avvocati Amara e Calafiore e del Pm Longo”.
E' noto che su ordine della procura di Perugia venne poi innestato nel cellulare di Palamara il virus Trojan horse (per gli altri tre soggetti il tentativo fallì) a seguito di uno studio di fattibilità eseguito dalla Rcs s.p.a ma l’autorità giudiziaria di Perugia non ha mai preso in considerazione la possibilità di inglobare anche Fabrizio Centofanti, e gli investigatori - come riportato dal maggiore Fabio Di Bella - non hanno mai proposto alla procura di Perugia tale possibilità “una costante di questa indagine è l’aver eseguito quello che ci veniva richiesto, sicuramente c’era stata un’interlocuzione orale ma senza proposte relative scritte” ha concluso il maggiore.
Dunque, dalla risposta, è chiaro che la responsabilità della scelta viene "scaricata" sui magistrati di Perugia.
Ad un altra domanda del magistrato palermitano se le risultanze delle indagini di Perugia, trattandosi di soggetti che erano stati già indagati a Roma, venivano per caso riferite anche ai pm di Roma, ex colleghi di Palamara, l'ufficiale ha detto di no. Sono questi alcuni degli aspetti emersi nel corso dell'audizione. Nel frattempo l'indagine della Sezione disciplinare proseguirà nelle prossime settimane.

In foto: la sede del Consiglio Superiore della Magistratura © Imagoeconomica

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