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"La Corte di Appello di Palermo ha dedicato una stringata parte alla decisione in senso proprio svolgendo un ragionamento che, per plurimi aspetti, risulta insoddisfacente e contradditorio, oltre che in violazione di legge". Con queste parole i giudici della Quarta sezione penale della Cassazione motivano la sentenza con cui il 20 gennaio scorso hanno annullato con rinvio l'ordinanza della Corte d'Appello di Palermo che aveva riconosciuto a Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde, la riparazione per ingiusta detenzione, quantificandola in 667mila euro.
Un provvedimento che era stato adottato sulla base della sentenza della Corte di Strasburgo, in cui si dichiarava che l'ex poliziotto non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all'epoca dei fatti, il reato non “era sufficientemente chiaro”, e si condannava l'Italia ad un risarcimento di 10mila euro per i danni morali.
A lungo il legale di Contrada, ma anche tanti giornaloni, hanno sostenuto che nel 2017 la sentenza di condanna a dieci anni di carcere contro l'ex Sisde sia stata "revocata" della Corte di Cassazione, ma la realtà è ben diversa.
In realtà, però, nel dispositivo dei Supremi giudici non vi era alcun riferimento alla revoca della sentenza divenuta definitiva nel 2007, ma si dichiarava “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”.
Ciò significa che i rapporti di grave collusione con la mafia da parte di Bruno Contrada rimangono accertati nella loro esistenza e gravità.
E nelle motivazioni della sentenza pubblicata nei giorni scorsi la Cassazione interviene proprio su questo punto.
"'La corte territoriale - si legge - non ha tenuto conto che l'intera motivazione della decisione della Corte Edu non influisce sulle fonti di prova che hanno condotto i giudici di merito ad affermare la penale responsabilità dell'imputato, avendo il giudice europeo individuato la violazione dell'articolo 7 della Convenzione per la ritenuta imprevedibilità della condanna per il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. La Corte di Appello - sottolineano i supremi giudici - ha omesso ogni valutazione circa la sussistenza del dolo o della colpa grave del ricorrente, quali elementi ipoteticamente ostativi al riconoscimento del diritto alla riparazione. I giudici di merito hanno anche omesso di affrontare l'aspetto della eventuale colpa lieve, espressamente posto dall'avvocatura erariale" e nella liquidazione della somma - spiegano i giudici di piazza Cavour - ha anche "superato il tetto massimo normalmente previsto di 516mila euro".
Nella sua rivalutazione della questione, la Corte d'appello di Palermo, la quale ora dovrà ripronunciarsi sulla questione, "ove nella sua autonomia dovesse determinarsi per l'attribuzione di somme di denaro al richiedente" dovrà, conclude la sentenza, "fornire corretta e congrua motivazione della decisione senza eludere le questioni che sono state poste ed argomentate dalle parti quanto alla eventuale presenza sia di ipotetiche 'duplicazioni' rispetto a richieste che abbiano già avuto positivo sbocco, anche solo parziale, sia di voci non liquidabili (o in linea di principio ovvero per mancanza in concreto di prova)".

Foto © Imagoeconomica/Web

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