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E' l'immagine di una criminalità mafiosa capace di essere ancora “pervasiva” ed “aggressiva” che possiede “una straordinaria capacità di resilienza e ricostituzione dei ranghi e dell’operatività garantendo notevoli doti di flessibilità e adattamento” quella tracciata dalla Dia nel capitolo della Relazione semestrale dedicato alla mafia siciliana, in riferimento all'anno 2020, trasmessa al Parlamento italiano.
Un'organizzazione, quella di Cosa nostra, che mantiene la sua struttura verticistica e che continua a “manifestare la propensione, da un lato, a rinsaldare i contatti tra le famiglie dell’isola, dall’altro, a recuperare con maggiore efficacia i rapporti con le proprie storiche propaggini all’estero”. A tal proposito vengono ricordate dagli analisti “le recenti evidenze di una significativa rivitalizzazione dei contatti con le famiglie d’oltreoceano, che sono emerse con riferimento alle dinamiche sia palermitane sia agrigentine”.

Vecchie e nuove generazioni
Nel complesso, secondo gli analisti, “Cosa Nostra siciliana vive momenti di grande cautela operativa e sta tentando di serrare le fila anche riammettendo nei suoi ranghi le nuove generazioni degli 'scappati' dalla guerra di mafia degli anni ‘80 oltre a beneficiare di scarcerazioni di anziani affiliati che hanno scontato lunghe pene detentive”.
“Le numerose scarcerazioni previste nel breve periodo –
rileva la Dia – potrebbero ulteriormente rimodulare gli equilibri mafiosi ed ispirare scelte strategiche, in ordine a una struttura criminale che vive una fase comunque critica di ricambio generazionale”. Gli analisti non escludono “momenti di frizione e di possibile scontro, anche violento”, anche se “è verosimile che fra le articolazioni mafiose prevalga l’interesse a mantenere una situazione di calma apparente, funzionale alla realizzazione degli interessi criminali”.
Del resto il reinserimento di affiliati che hanno subito il carcere con “onore”, senza intraprendere collaborazioni con la giustizia, può essere una conseguenza quasi fisiologica, “anche nella consapevolezza che il rientro sul territorio di tali soggetti aumenta il prestigio dell’organizzazione mafiosa”.
E proprio il Procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi aveva ricordato come “come la quasi totalità degli 'uomini d’onore' che ha scontato una lunga pena detentiva, ricomincia a pieno ritmo la sua attività nell’ambito dell’associazione mafiosa, il giorno stesso della scarcerazione, pur avendo il concreto sospetto di essere oggetto di nuove indagini e l’alta probabilità (quasi certezza) di andare incontro ad una nuova pena detentiva...”.
Nella relazione si riportano anche le considerazioni del Direttore Centrale Anticrimine, Francesco Messina, il quale ha evidenziato come “nonostante le 'criticità' in merito ad una presunta, ridotta capacità militare di cosa nostra, le attuali dinamiche evolutive denotano un mai sopito intento di restituire consistenza all’organizzazione criminale attraverso le sue articolazioni territoriali... Cosa nostra siciliana, privata degli uomini d’onore di spicco, si è trovata costretta a rimodulare i propri schemi decisionali, aderendo ad un processo più orizzontale e concertato... In altre parole, si è orientata verso la ricerca di una maggiore interazione tra le varie articolazioni provinciali” con “l’organizzazione di riservati incontri tra appartenenti di spicco di diversi 'mandamenti' mafiosi, anche di province diverse”.


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La rete degli affari
Per quanto concerne la rete degli affari “estorsioni ed usura, narcotraffico e gestione dello spaccio di stupefacenti, controllo del gioco d’azzardo legale ed illegale, inquinamento dell’economia dei territori, soprattutto nei settori dell’edilizia, del movimento terra, dell’approvvigionamento dei materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti, della produzione dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura”, si confermano “cardini” delle attività criminali.
Inoltre la Dia parla di “rapporti opachi” con le pubbliche amministrazioni evidenziando “l’infiltrazione o il condizionamento degli Enti locali, anche avvalendosi della complicità di politici e funzionari corrotti”. Un dato che viene confermato dalla presenza di diverse gestioni commissariali straordinarie ancora in atto in diversi comuni della Regione.

I rapporti con la delinquenza locale
Nella relazione si evidenzia come all'interno della geografia siciliana sia ricomparsa pure la Stidda, storicamente avversa a Cosa nostra. Scrive la Dia: “Un rilievo particolare è da attribuire alla Stidda, caratterizzata da una struttura orizzontale, con gruppi autonomi, inizialmente nata in contrapposizione a Cosa nostra, ma attualmente disposta piuttosto all’accordo per la spartizione degli affari illeciti. La Stidda ha, inoltre, recentemente evidenziato un salto di qualità evolvendo da coacervo di gruppi dediti prevalentemente a reati predatori fino a divenire un’organizzazione in grado di infiltrarsi, con gruppi del tutto indipendenti dalle dinamiche criminali siciliane, nel tessuto economico imprenditoriale del Nord Italia”.
Secondo la Dia Cosa nostra mantiene anche un rapporto con la “piccola delinquenza locale, spesso impiegata come forma di manovalanza, garantendo in questo modo alle famiglie la 'fidelizzazione' dei piccoli sodalizi, anche stranieri”. Pertanto “il ricorso di cosa nostra alle organizzazioni etniche risulta, comunque, limitato ad una collaborazione destinata ad attività criminali circoscritte e sempre con ruoli di basso profilo. La mafia siciliana manterrebbe, cioè, il controllo delle attività nelle zone di competenza, tollerando la presenza della criminalità straniera ed utilizzandola per ruoli di cooperazione marginale. I gruppi di matrice etnica risultano, quindi, agire con l’assenso delle organizzazioni mafiose d’area”.


Il welfere mafioso di prossimità
Nella relazione viene anche lanciato l'allarme per cui in un contesto difficile come quello della crisi pandemica con una “sostanziale stagnazione economica”, le organizzazioni criminose, “movimentando il proprio denaro più velocemente rispetto ai circuiti creditizi legali, possono porsi quale alternativa allo Stato nel sussidio e sostentamento alle imprese e famiglie, atteggiandosi ad 'ammortizzatori sociali'. Un 'welfare mafioso di prossimità', pertanto e che si propone di accrescere il proprio consenso nel territorio”. In tal proposito viene ricordato come, nel quartiere Zen di Palermo, durante il lockdown, il fratello di un noto boss ha distribuito generi alimentari alle famiglie in difficoltà, anticipando lo Stato nelle prestazioni assistenziali.
“In conclusione - scrivono gli analisti - il fenomeno mafioso, in continua evoluzione e adattamento alle mutate condizioni sociali e territoriali, si presenta come un sistema i cui componenti hanno acquisito la consapevolezza che azioni di eclatante violenza costituiscono l’extrema ratio del loro agire criminale, ragion per cui vanno sostituite, finché possibile, con forme più subdole di intimidazione e corruzione. In un tale quadro è verosimile che le consorterie mafiose dell’isola cerchino di evitare contrasti violenti continuando a ricercare un 'equilibrio' tra le organizzazioni allo scopo di trarre il massimo vantaggio da una situazione, com’è quella attuale, che prospetta ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata che utilizza il suo tradizionale welfare di prossimità avvalendosi delle sue ricchezze e, tuttavia se necessario, ricorrendo alla forza intimidatrice o violenta per impossessarsi delle attività economiche nella fase di riavvio e di ricostruzione”.

PDF Scarica la relazione DIA

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