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“Messina Denaro… iddu… la mamma del nipote che è di qua… è mia commare…”. E' questo uno dei passaggi di una conversazione tra due uomini d’onore, Giancarlo Buggea di Canicattì e Simone Castello di Villabate, nell'ambito dell'inchiesta dei Carabinieri del Ros denominata Xydi.
Nell'inchiesta era emerso come il boss stragista trapanese sia riconosciuto come l'unico a cui spettano le decisioni su investiture o destituzioni dei vertici di Cosa nostra.
Sulla sua latitanza decennale (sono passati 28 anni) si è scritto molto. Adesso l'ultimo mistero riguarda una donna che lo aiuterebbe nelle comunicazioni con i suoi soldi, scrivendo i pizzini.
Del resto, qualche anno addietro, da una consulenza disposta dalla Procura su alcuni bigliettini era emersa una grafia di tipo "femminile".
E adesso di una donna si parla nelle intercettazioni.
La Procura di Palermo, con il pool coordinato dal Procuratore aggiunto Paolo Guido, si concentra in particolare su due registrazioni.
Buggea e Castello, si trovano nello studio legale dell’avvocatessa Angela Porcello (anch'essa finita in manette nell'operazione con l’accusa di aver fatto parte del clan di Canicattì) mentre parlano di una proposta d’affari arrivata da un emissario del clan Gambino di New York, improvvisamente si zittiscono per 20 secondi.
I militari del Ros, che da tempo stavano monitorando i due, registrano il rumore di una penna che passa su un foglio di carta. Ed è in quel momento che viene fatto il nome della primula rossa. Poi c'è quel riferimento alla mamma del nipote.
Sempre nello studio della Porcello viene registrata un'altra conversazione in cui un altro mafioso, Antonio Chiazza, chiede a Buggea: "Quelli di Trapani lo sanno dov’è?". E Buggea a sua volta rispondeva: "Minchia, non lo sanno? Lo sanno". I due, dunque, facevano riferimento a "sua madre". Ed infine Chiazza aggiungeva: "Io gli ho visto fare un gesto... noialtri con Matteo glielo dovremmo dire... ci volevano altri due che ci andavano". Per gli investigatori, la donna citata nelle due intercettazioni "può identificarsi nella madre di Luca Bellomo, Maria Insalaco, morta a Canicattì il 12 aprile 2019".
E' documentale che Bellomo, dopo aver sposato la nipote di Messina Denaro, Lorenza Guttadauro, sia divenuto nipote acquisito del boss trapanese.
Attualmente è in carcere per una condanna, nel 2015, a 10 anni e 10 mesi.
Secondo gli inquirenti sarebbe stato uno dei finanziatori della latitanza dell'imprendibile capomafia.
Certo è che Matteo Messina Denaro resta una figura di riferimento per l'intera organizzazione criminale attorno a cui, scrivono gli inquirenti, è presente un "reticolo di protezione che gli consente tuttora di mantenere la latitanza ed il proprio potere".
Un potere riconosciuto anche da quegli ex boss che hanno più volte confermato come lo stesso boss di Castelvetrano sia colui che detiene "l’archivio di Totò Riina".

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