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17 anni dopo la morte dell'urologo di Barcellona Pozzo di Gotto la webinar in sua memoria

Sono trascorsi 17 anni di attesa, di avvicendamenti surreali e di depistaggi dall’11 febbraio 2004 in cui il giovane Attilio Manca, urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, è stato “suicidato”. Recentemente sono anche emerse le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia che ha parlato del “Caso Manca”: Biagio Grasso. Dell’intera vicenda, della situazione processuale e di ulteriori fatti si è parlato ieri durante il 17° anniversario della morte del giovane medico. Una commemorazione online organizzata su Facebook dall’ANAAM (Associazione Nazionale Amici Attilio Manca). "17 anni senza Attilio. Storia di un'infinita messinscena", era il titolo. Ma anche la sintesi di una vicenda che a tratti sembra destinata a non finire mai.

Il webinar, moderato dallo scrittore Luciano Armeli Iapichino, ha avuto la partecipazione di Angela e Gianlunca Manca (rispettivamente madre e fratello di Attilio), Paolo Borrometi (giornalista e vicedirettore dell'Agi), Fabio Repici(legale della famiglia Manca) e Giuseppe Antoci (presidente onorario della Fondazione A. Caponnetto).

Ad affiancarsi al ricordo c’è stata anche una richiesta, un appello rivolto alle istituzioni affinché venga dipanata definitivamente la “matassa masso-mafiosa”, come si legge nel comunicato stampa dell’evento, che aleggia dietro la morte di Attilio.

Commissione Parlamentare Antimafia e Procura della Repubblica di Viterbo: l’arringa di Borrometi
Ha esordito quasi con un’arringa il giornalista e vicedirettore dell’Agi Paolo Borrometi. A seguito dei saluti, infatti, si è dichiarato incapace di poter: “Immaginare cosa significhi per una famiglia (quella di Attilio Mancandrche la Commissione Parlamentare Antimafia abbia approvato una risoluzione, per fortuna accompagnata da quella dell'opposizione, dove vengono certificate nei fatti una serie di situazioni che sono offensive per l'intelligenza”. “Sono passati 17 anni dall'uccisione di Attilio Manca - ha continuato -. Dovremmo iniziare a dare un peso specifico alle parole: Attilio Manca non si è suicidato, come qualcuno vorrebbe far apparire. È stato ‘suicidato’”. 

Successivamente, ha portato all’attenzione dei quasi 200 spettatori online la vicenda che lo vede protagonista attraverso una sua intervista fatta all’avvocato Cesare Placanica la cui assistita è Monica Mileti (condannata per spaccio di droga perché individuata come colei che avrebbe ceduto ad Attilio Manca la droga che lo stesso avrebbe usato per uccidersi). Ebbene stando alle dichiarazioni di Borrometi, l’avv. Placanica gli ha detto che la Procura della Repubblica di Viterbo disse al legale: "Ma falla confessare (alla Mileti, ndrperché noi lo qualifichiamo 5° comma ed il 5° comma si prescrive a breve".  “Quando l’avvocato Placanica mi disse che prospettò questa versione alla sua assistita - ha continuato Borrometi - lei candidamente e giustamente le rispose: ‘Ma io posso confessare una cosa non ho fatto?’. E lui rispose: ‘In teoria la può confessare perché ne ottiene una utilità’. Ma poi sempre l'avvocato Placanica mi disse anche: ‘Ma si può portare a confessare una cosa che non ha fatto’, aggiungendo poi che ‘questa (la Mileti, ndrha pagato per non aver detto una fesseria che avrebbe messo una pietra tombale su questa storia”.

Dalle dichiarazioni dell’avvocato Placanica, qualora la Procura di Viterbo avesse effettivamente proposto questo escamotage, emerge un’ulteriore dimostrazione di come ci siano stati vari (e di varia natura) tentativi di depistaggio all’interno del “Caso Manca”. Un ulteriore tassello di un puzzle ancora incognito. Un tassello che, in questo caso, costituisce un gravissimo precedente perché forse per la prima volta “un avvocato ammette così candidamente che c'è una procura che propone una via di uscita”.

Attilio Manca come Giulio Regeni
Nella domanda introduttiva fatta dal moderatore Armeni Iapichino a Paolo Borrometi, il primo ha citato l’omicidio Regeni” in quanto esempio di caso giudiziario dietro al quale si sta creando sempre più interesse e partecipazione civile ed istituzionale. “Ritengo che sia giusto che si dia verità e giustizia per la morte così cruenta del giovane ricercatore in Egitto - ha risposto il vicedirettore dell’Agi -. Ma con altrettanta forza con la quale le istituzioni giustamente chiedono verità e giustizia per Regeni debbono chiederla anche per Attilio Manca. Non si può essere pronti a dare la giusta responsabilità ad uno Stato che ha partecipato, probabilmente con le massime figure, all'uccisione e alla tortura di Giulio Regeni e non avere il coraggio di andare fino in fondo per l'uccisione e le torture che ha subito il dottor Attilio Manca”. “Mi domando come sia possibile che siano così poche le istituzioni che chiedono verità e giustizia per Attilio Manca - ha continuato -. Cosa c’è a Barcellona Pozzo di Gotto per essere lo scrigno di tanti segreti e com’è possibile che ci siano politici giustamente interessati a sapere la verità sui tanti segreti indicibili di pagine storiche del nostro Paese ma allo stesso tempo non altrettanto zelanti verso la verità e la giustizia per la morte di Attilio Manca? In quella parte di Sicilia qualsiasi filo che viene toccato diventa rovente e ci sono avvocati che agiscono, talvolta, come e talvolta peggio dei boss mafiosi”. 

Infine, paragonando l’omicidio Regeni ed il “suicidio” Manca, Borrometi ha sottolineato come giornalisticamente continuerà “a parlare di questa vicenda affinché non si spengano i riflettori, perché anche qui c'è un tratto della strategia dell'inabissamento che era propria di Bernardo Provenzano e che è propria di tante persone che boss mafiosi non sono ma che probabilmente sono anche peggio”.


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Un giovanissimo Attilio Manca © per gentile concessione della famiglia Manca


La ricerca della verità basata sul “Parametro di realtà”
Dopo il giornalista Paolo Borrometi a prendere la parola è stato il legale della famiglia Manca, Fabio Repici: “Oggi, dopo 31 anni e mezzo, è in corso il processo per l'omicidio di Nino Agostino e Ida Castelluccio. Questo da solo spiega quanti sforzi inumani alle volte si necessitino per ottenere quel minimo sindacale che in un paese normale ciascuno si attenderebbe. La vicenda dell'omicidio Agostino condivide con la morte di Attilio Manca una singolare caratteristica: è il primo processo che si celebra su quel delitto”. 

L’avvocato Repici ha poi invitato il pubblico a sommare il tempo di attesa tra la notte a cavallo fra l'11 ed il 12 febbraio 2004 (in cui morì Attilio Manca) e i 31 anni e mezzo del “Caso Agostino”. “Quanto ancora dovremmo aspettare secondo quel parametro di realtà? Ciò che è accaduto nel processo Agostino è realtà -ha proseguito il legale -. Così come sono realtà i 31 anni e mezzo di sofferenza del signor Agostino, dei famigliari e, fino al momento del suo ultimo respiro, della signora Augusta. Quale può essere l'angoscia per il pensiero di dover attendere decenni e decenni per ottenere una flebile voce di giustizia dal nostro sistema?”. Ma al di là dello sconforto dovuto ai lunghi anni trascorsi in cerca di verità, ciò che allibisce è l’ormai “doverosa” necessità dei familiari delle vittime di sobbarcarsi della fatica che la ricerca della verità comporta. “I dati di realtà ci dicono che i familiari di Attilio Manca sono stati lasciati soli dallo Stato e si sono dovuti fare carico sulle loro esili spalle della ricerca di verità e giustizia. Canone classico - ha continuato il legale della famiglia Manca - e puntuale di tutte le peggiori vicende della storia d’Italia. Non si tratta di una cosa degli ultimi tempi riguardante solo l'omicidio di Attilio Manca o Giulio Regeni. Se guardassimo la storia di Peppino Impastato o di Portella della Ginestra (oltre70 anni fa) noteremmo che la storia è sempre la stessa”.

Il “Caso Manca” nelle parole del boss Biagio Grasso
Nonostante le tante difficoltà emerse negli anni e durante le indagini, alcuni risultati e traguardi sono stati raggiunti. “Gli sforzi fatti finora qualche risultato l'hanno portato - ha affermato Fabio Repici -. Che non si trattasse di un’overdose volontaria da parte di Attilio Manca bastava avere gli occhi per vedere. Certo è che poi sono arrivate nel tempo e con il passare degli anni dichiarazioni di fonti che hanno parlato liberamente dell'omicidio di Attilio Manca. Ai numerosi collaboratori di giustizia che hanno riferito di quel delitto si è anche aggiunto il collaboratore di giustizia Biagio Grasso”. Il legale della famiglia Manca ha poi sottolineato come il Grasso abbia “riferito circostanze con un rilievo importantissimo in quanto combaciano alla lettera con risultanze che sono nel fascicolo e nelle dichiarazioni del papà e della mamma di Attilio Manca fin da subito”. Si tratta di circostanze “fuori dal dibattito pubblico” che individuano la posizione di un soggetto, “un importante mafioso barcellonese che ha legami con apparati essendo uno dei mafiosi più legati al capo dei capi: Rosario Pio Cattafi. Lo stesso soggetto che il collaboratore di giustizia Carmelo d'Amico ha definito come il principale protagonista nella vicenda che ha portato alla morte di Attilio Manca”. 

Le anomalie del processo di Viterbo
I familiari di Attilio Manca si erano costituiti come parti civili a Viterbo fin dall'udienza preliminare nel processo a carico di Monica Mileti - ha detto l’avvocato della famiglia Manca -. Erano stati ammessi doverosamente perché secondo la legge dovevano essere ammessi. È accaduta però una cosa mai vista nella storia repubblicana: alla prima udienza dibattimentale si è alzato il pm, cioè colui che in teoria doveva sostenere l'accusa e che in teoria doveva cercare la verità, ed ha chiesto al giudice di escludere i familiari di Attilio Manca come parti civili in quel processo. Questo perché così facendo, escludendo le parti civili in quel processo, si sarebbe contaminata (nel senso di limitata allo zero) l'istruttoria dibattimentale”.

Non ci sarebbe stato più nessuno interessato ad accertare esattamente che cosa accadde (ad Attilio Mancandre naturalmente nessuno a chiedere al giudice di sentire i collaboratori di giustizia che paradossalmente avevano reso testimonianze che escludevano in radice la possibilità che quell'imputata (Monica Mileti, ndr) fosse responsabile di spaccio. Perché - ha continuato - se Attilio Manca fosse stato vittima di un omicidio come hanno riferito fonti attendibilissime, basta soltanto leggere le dichiarazioni di Carmelo d'Amico per capire, è evidente, che questo era l'unico modo per ottenere e accertare la verità in quel dibattimento. L'unica sentenza giusta possibile è quella che sia rispettosa della verità dei fatti”. Il risultato finale di questa vicenda è aver eliminato verità dal processo. “Si è fatto un processo senza verità”. 

Sempre in merito alle attività compiute dalla Procura della Repubblica di Viterbo, Repici ha continuato il suo intervento dicendo che “erano state finalizzate solo ad accusare Attilio Manca”. “Il procedimento e le indagini per la morte di Attilio, fondate sulla nostra denuncia supportata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ha avuto come esito una richiesta di archiviazione firmata anche dall'attuale procuratore di Roma Prestipino”. In seguito, vi fu un’ordinanza di archiviazione. “La cosa irricevibile - continua nella sua analisi - è che in realtà in quella richiesta e in quella ordinanza di archiviazione si dice che non è stato un omicidio. Si convalida, cioè, l’ipotesi della ‘pietra tombale’ su cui ha fatto luce l'avvocato Placanica”. “Ab absurdo” il procuratore Prestipino non si è limitato solo a firmare la richiesta di archiviazione. Testimoni “assolutamente affidabili e assolutamente autonomi fra di loro”, hanno riferito alla signora Manca che “lo stesso procuratore Prestipino si è detto consapevole che Attilio Manca sia stato assassinato - ha specificato Repici - però nella richiesta di archiviazione del suo ufficio, scritta da una sua assistente e da lui firmata, c'è scritto che Attilio si è suicidato con la droga”.


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Attilio Manca a Parigi © per gentile concessione della famiglia Manca


Fabio Repici: “Nel 2015 accadde qualcosa di grave negli anfratti dei palazzi del potere”

Uno degli ultimi punti trattati dall’avvocato Repici durante il suo intervento riguarda l’operato di due Commissioni Parlamentari Antimafia. Secondo il legale, infatti, nel 2015 “accade qualcosa di molto grave negli anfratti oscuri dei palazzi del potere che impone una nuova narrazione di determinati fatti che riguardano la Corleone del terzo millennio: Barcellona Pozzo di Gotto”. L’anno precedente (2014) per il Caso Manca si era attivata la Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall'on. Rosy Bindi. “A partire dalla presidente Rosy Bindi e dal vicepresidente Claudio Fava, di componenti i quella commissione – ha detto Repici -, si attivarono con dichiarazioni pubbliche che non lasciavano nulla all'immaginazione. I due dissero: ‘È evidente che quello di Attilio Manca è omicidio. È un'ipotesi ridicola che si possa pensare che sia morto di overdose’”. Ma fu l’anno successivo quello in cui cambiarono “alcuni anfratti oscuri”. “Si è manifestata una nuova fenomenologia. Noi avevamo conosciuto il bipolarismo nel senso politico o partitico del termine, ma dal 2015 mi sono dovuto arrendere all'idea che il bipolarismo che ha occupato i luoghi del potere è tecnicamente psichiatrico – ha sottolineato il legale della famiglia Manca -, perché le stesse persone che avevano sostenuto che Attilio Manca fosse stato assassinato dalla mafia hanno poi concluso con una relazione ineffabile a chiusura della legislatura secondo cui il lavoro della Procura di Viterbo, quella della ‘pietra tombale’, (il pm Renzo Petroselli al tempo), era un lavoro corretto che aveva raggiunto la verità”. Sempre secondo l’avvocato, il “Caso Manca” sta ancora oggi “scontando l'onda lunga del 2015: un’onda lunga che ha una voce unica nel mondo dell'informazione”.

Fabio Repici difende Paolo Borrometi
L’avvocato della famiglia di Attilio Manca, nel suo intervento, ha infine parlato del silenzio mediatico e istituzionale creatosi attorno alla figura di Paolo Borrometi e alle recenti dichiarazioni che lo vedono al centro dell’attenzione di un uomo di spicco all’interno di Cosa Nostra: Simone Castello. Secondo le intercettazioni, riportate all’interno di un provvedimento della Dda di Palermo, il Castello (uomo intraneo a Cosa nostra fin dal 1980 e già postino personale di Bernardo Provenzano dal '94) evidenziava un evidente astio nei confronti del vicedirettore dell’Agi. “Manifestava questo astio con un atteggiamento ritenuto pericoloso dagli stessi pm che lo hanno segnalato come esemplificativo di una situazione - ha affermato Repici -: quando il mondo dell’informazione fa il suo dovere accendendo i riflettori, i mafiosi si trovano in difficoltà. Il mafioso si dimostrò anche a conoscenza di un fatto personale del giornalista Borrometi, assolutamente sconosciuto alla pubblica notorietà. Se una cosa del genere fosse uscita su un altro giornalista ci sarebbe stata una unanimità di voci ed il giorno dopo ci sarebbe stato il titolo in prima pagina su tutti i quotidiani”. 

Giuseppe Antoci: “Questa vicenda non deve avere pietre tombali”
Giuseppe Antoci
, presidente onorario della Fondazione A. Caponnetto, nel suo intervento ha sottolineato come la ricerca della verità sulla morte di Attilio Manca sia un impegno che deve prendersi tutta la società civile. Riprendendo le parole dell’avvocato Fabio Repici ha detto che: “Questa è una vicenda che deve andare avanti, che non deve avere pietre tombali”. E voltando le spalle a questa ricerca di verità e di giustizia “noi evitiamo un impegno morale che deve avere l’unione di tutti”.

Facendo riferimento alle commemorazioni, invece, Antoci ha ribadito che devono essere un momento di rilancio delle idee e dell’impegno affinché possano “diventare semi, che poi germogliano sui ragazzi che poi diventano persone che si impegnano in un certo modo. Se noi non siamo semi e siamo solo auto referenziali cosa facciamo germogliare? Solamente gli odi, i rancori, i personalismi. Qui di primi della classe non ne abbiamo bisogno”.


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Il servizio del TGR Sicilia (al minuto 8' 10'')


Gianluca Manca: “Fate conoscere la vicenda di mio fratello”
Gli ultimi interventi sono stati quelli della madre di Attilio, Angela Manca, e del fratello GianlucaAngela Manca, intervenuta telefonicamente, ha espresso il suo dolore nei confronti della giornata ma anche tutta la sua gratitudine nei confronti di tutti coloro che hanno espresso solidarietà a lei e alla sua famiglia. “Oggi per me è una giornata di dolore – ha detto la mamma di Attilio - ma anche una giornata di conforto perché ho ricevuto tanti messaggi di solidarietà da parte di tantissime persone che ci stanno vicino e questo per me è una cosa importantissima. Attilio vive, vive nonostante tutto”. La signora Manca ha sempre lottato per avere verità e giustizia sulla morte di suo figlio vivendo anche episodi estremamente difficili. “Ho pensato a tre momenti - ha precisato -: Il primo è quando ho visto le foto di mio figlio cadavere, quelle foto che evidentemente ne Petroselli né il procuratore di Roma Pignatone e Prestipino hanno guardato. Ecco, quando ho visto per la prima volta le foto di mio figlio è come se me lo avessero ucciso la seconda volta. Il secondo momento è stato di rabbia, non di dolore, quando mi hanno fatto sparire l’ultima telefonata di mio figlio dai tabulati. Il terzo momento, invece, è quando, come diceva l’avvocato Fabio Repici, siamo stati estromessi dal processo. Noi non siamo stati difesi ma estromessi. Io so quello che ho sofferto ma sono convinta che la verità verrà fuori, soprattutto per quello che sta emergendo ultimamente”.

Angela Manca ha citato anche il processo in corso a Roma a carico di Monica Mileti, auspicando che il magistrato incaricato, il dott. Gianfranco Garofalo, non si pronunci con una condanna “ma che prenda dei provvedimenti e apra un processo per omicidio”. “Perché quello di mio figlio non è un’overdose, quello di mio figlio è un omicidio - ha sottolineato la madre di Attilio - io vorrei scriverlo a chiare lettere anche per quei giornalisti che fingono di fare antimafia, ma che non hanno a che vedere con l’antimafia, quindi ringrazio Paolo Borrometi per il coraggio che ha, Lorenzo BaldoLuciano Armeli Iapichino e tutti quelli che in questi anni ci sono stati vicini […]. Sono convinta che la verità verrà fuori perché siamo sempre più numerosi a chiedere verità e giustizia”.

L’ultimo intervento lo ha tenuto Gianluca Manca il quale ha evidenziato come ci sono stati degli elementi corrotti e infedeli all’interno delle istituzioni che invece di proteggere e ricercare la verità “non solo hanno nascosto la verità sulla morte di Attilio ma hanno contribuito a tutelare le persone che hanno compiuto direttamente o indirettamente l’omicidio nei confronti di mio fratello […]. Io non aggiungo più nulla perché è già stato detto tutto, dico semplicemente di starci accanto, moralmente e di aiutarci in questa battaglia e di far conoscere la vicenda di Attilio”.

Émile Zola: “La verità è comunque in cammino e niente la potrà fermare”
17 anni sono trascorsi. Questo è il dato che rimane in ogni versione del “Caso Manca” e da qualsiasi lato lo si voglia prendere in considerazione. 17 anni dalla morte di un giovane cittadino italiano, un medico professionista, un figlio, un fratello. Quasi vent’anni in cui non si è ancora raggiunto un risultato processuale. Ma come ha ricordato Fabio Repici, parafrasando una frase dello scrittore francese Émile Zola: "'La verità è comunque in cammino’ e arriverà. Più sforzi saranno fatti, anche da operatori istituzionali, per sbarrare la strada alla verità, più sarà il nostro impegno ad abbattere i risultati di quelli sforzi. E voglio dire alla famiglia Manca che la verità e la giustizia arriveranno anche per Attilio Manca”.

GUARDA il servizio del TGR Sicilia al minuto 8' 10''

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