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“La Sicilia è una terra di miseria, senza il nostro controllo si forma il piccolo banditismo” parola di Giuseppe Falsone, storico capo della provincia di Agrigento, intercettato in carcere da cui comandava, nonostante fosse al 41 bis. C'è anche questo nelle carte dell’operazione antimafia 'Xydi' coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Claudio Camilleri, Calogero Ferrara e Gianluca De Leo, che ieri ha colpito varie zone della Sicilia (da Canicattì a Campobello, da Ravanusa a Favara, da Trapani a Palermo).

41 bis colabrodo
Un'inchiesta che da una parte mostra i limiti che oggi ha il 41 bis, ben lontano da quel "carcere duro" temuto dai boss mafiosi nei primi anni Novanta. Dall'altra conferma quanto siano determinati per le organizzazioni criminali i collegamenti "esterni" e la grande capacità di "incunearsi nei gangli vitali dell’Amministrazione della giustizia”.
E tra questi anche un ispettore, Filippo Pitruzzella e un assistente capo di polizia, Giuseppe D’Andrea. Entrambi frequentatori dello studio dell’avvocata Angela Porcello, legata da una relazione con Giancarlo Buggea, uomo d’onore della famiglia di Canicattì, diventato luogo in cui si svolgevano dei veri e propri summit mafiosi. E così è emerso che nel suo studio vi sono stati incontri con diversi capi mandamento come Luigi Boncorli, capo della famiglia mafiosa di Ravanusa, Giuseppe Sicilia, capo della famiglia di Favara, Giovanni Lauria, capo della famiglia mafiosa di Licata, Simone Castello, uomo d’onore di Villabate e già noto come un fedelissimo di Bernardo Provenzano, Antonino Chiazza (esponente di vertice della rinata Stidda).
La Porcello sarebbe, secondo l'accusa, l'elemento di congiunzione anche tra i detenuti al 41 bis, mettendoli in comunicazione tra loro, avvalendosi delle prerogative riservate al difensore.
Scrivono i magistrati che “all’interno degli istituti penitenziari (ivi compresi quelli ove vengono allocati i detenuti sottoposti al regime di cui all’art. 41 bis), nel corso della presente indagine sono stati registrati – in diverse occasioni e su più livelli – preoccupanti spazi di gravissima interazione fra detenuti, fra detenuti e l’esterno nonché fra detenuti e appartenenti alla polizia penitenziaria; interazione che l’attuale sistema penitenziario non è riuscito, in tali momenti, a evitare”. Un quadro che fa temere, secondo la procura palermitana, “danni collaterali”, ovvero una conseguente “sfiducia nelle forze dell’ordine, in un contesto territoriale in cui lo Stato fa estrema fatica a legittimarsi”. E gli esempi che possono ingenerare sfiducia non sono pochi: “Signor commissario una parola… questi qua sono due amici nostri”, così Giancarlo Buggea presenta, per esempio Giuseppe D’Andrea, assistente capo al commissariato di Canicattì, a Gregorio Lombardo e Roberto Plicato, così informando il poliziotto “che l’uomo d’onore Gregorio Lombardo era “un suo amico”, e dunque far capire al D’Andrea che non avrebbe dovuto segnalare la presenza contestuale di due pregiudicati mafiosi e l’oggetto dei loro dialoghi”.

Le parole di Falsone
L'inchiesta ha evidenziato come il boss Giuseppe Falsone, arrestato dieci anni fa a Marsiglia, contava sulla legale per comunicare con l'esterno. Ciò avveniva sia durante i colloqui che attraverso le lettere inviate all’avvocata. Missive non sottoposte a censura dalle case circondariale, contravvenendo al regolamento.
Non solo. Durante i colloqui gli investigatori hanno notato che l’avvocata scriveva su un foglio e Falsone e poi dire: “Io sono la compagna! (di Buggea, ndr)”. Il boss restava senza parole: “Lei mi fa un grande regalo, lo sa? Perché sono contento. A lei la vedo una cosa… non dico Cosa Nostra…”.
E poi ancora mentre parlava si spostava all’indietro fino a nascondersi dietro una colonna per evitare di essere ripreso dalla telecamera ed anche il tono della voce veniva abbassato e la comunicazione passava anche con i gesti.
Le intercettazioni successive, in compagnia di Giancarlo Buggea, hanno permesso ai militari del Ros di chiarire gli argomenti affrontati dai due come la latitanza trascorsa in Francia dal boss agrigentino, di alcuni parenti del boss e della gestione di terreni sfuggiti alla confisca, di tesori nascosti in Svizzera. Il boss ha ancora degli interessi attivi in Italia e all’estero. Il legale si è pure attivata per individuare l’uomo che, secondo il boss, lo aveva tradito.
In alcuni colloqui telefonici i due avevano parlato anche di altri mafiosi al 41 bis.
E' avvenuto, ad esempio, il 2 dicembre 2019: “Le volevo chiedere una gentilezza, una cortesia – diceva Falsone – qua c’è un ragazzo, no? Un ragazzo che ha qualche anno in più di me, che è un paesano nostro diciamo, che è di Gela, che si chiama… io lo chiamo ragazzo, perché è un ragazzo… si chiama Alessandro Emmanuello, se lo scriva…”.
Non un nome qualunque, ma quello di un killer gelese che si trova in carcere per diversi omicidi.
E se Emmanuello per le "pratiche" aveva già un avvocato, dalla donna aveva bisogno "di una finestra... a quello che succede per l’esterno e lui non ha le possibilità, non ha… e mi era venuta… mi era venuta in mente…". E l'avvocato si sarebbe messa a disposizione (“E lei gli dà il mio numero, il mio indirizzo, e mi fa scrivere…”).
Quel contatto ebbe poi luogo ed ovviamente appare incredibile se si tiene conto che i due boss erano entrambi al 41 bis e, teoricamente, non si sarebbero mai potuti incontrare.
Eppure il 25 maggio Emmanuello chiamò l'avvocato Porcello.
Sempre Falsone avrebbe suggerito di nominare Porcello anche a Pietro Virga, figlio del capo mandamento della provincia di Trapani Vincenzo, e detenuto per mafia. Lo scorso 30 dicembre Falsone diceva alla donna: “Lo sa cosa le volevo dire? Prima che me lo dimentico, no? Qua c’è un picciotto, no? Voleva qualche consiglio giuridico… le faccio fare una nomina per una cosa così che ha… e gli parla quando abbiamo la possibilità di parlare al telefono… io mi sono preso la libertà gli ho detto: io ho una avvocatessa… gli ho detto… che è in gamba e tutte cose… gli ho detto…”. Risposta: “Lei si prenda tutte le libertà che vuole”.
Anche stavolta Falsone ha aggirato i divieti in carcere e Virga ha nominato Porcello il 14 gennaio 2021. Con una differenza: i due sono detenuti in due celle vicine. Potrebbero avere comunicato parlando ad alta voce, approfittando della distrazione delle guardie penitenziarie.

Storia di mafia

Tra le conversazioni tra la Porcello e Falsone anche una in cui il capomafia spiega l'importanza di Cosa nostra, specie in tempi come quelli odierni. “Lo sa - diceva - quando c’è miseria in un territorio può succedere di tutto e di più". "Avvocatessa siamo la Sicilia, è una terra desolata, una terra di miseria - spiega Falsone in un’altra intercettazione del 10 aprile 2019 - mentre una volta un pochettino anche se c’era la miseria, c’era… ora si formeranno situazioni di piccolo banditismo che saranno micidiali, questi nascono per natura, lei ha presente un carciofo, come si coltiva un carciofo? Quando uno dà una zappata e tira fuori il carciofo che spara sotto? Spara i carduna (i cardi, ndr). Per ogni carciofo 20 carduna e così è la cosa quando non c’è un buon senso, diciamo… Quando non c’è un buon senso e ragionevolezza, ognuno ragiona a conto suo, quando non c’è punto di riferimento. O si indirizza una società verso… o sennò ognuno se ne va per conto suo, ci vuole un minimo di organizzazione sociale, cu l’ava a fari? Chi lo deve fare? Chi se la deve prendere la briga di un’organizzazione sociale? Lo Stato dov’è? A noi altri c’hanno macellato, perché è vero che ci sono stato le cose brutte ma ci sono state anche le cose a favore della società, la vita è complessa le situazioni sono complesse non è che c’è niente da fare”.

La Stidda e Cosa nostra
Tra le pieghe dell'inchiesta nella provincia di Agrigento ricompare anche lo storico dualismo tra Cosa nostra e Stidda. "Le due associazioni mafiose, storiche rivali e protagoniste di una notoria e sanguinosa faida tra la metà degli anni '80 e quella degli anni '90, si trovano tuttora sul piede di guerra", scrivono i pm nel fermo.
Ad avvalorare la conclusione alcune intercettazioni operate dai militari del Ros in cui due dei fermati, Giancarlo Buggea e Luigi Boncori, fanno emergere le tensioni tra le due organizzazioni criminali. In particolare il primo, riportando il contenuto di un precedente incontro, aggiungeva che numerosi componenti della Stidda, dopo avere scontato lunghi periodi di detenzione, "avevano reclamato una fetta del lucroso affare delle 'sensalie' minacciando una vera e propria guerra qualora ciò gli fosse stato negato".
Nel corso del summit Buggea aveva anche aggiunto che "si sono fatti 30 anni questi, e sono usciti dopo 30 anni, dice: 'noi dobbiamo campare'... dice... 'non è meglio la pace per tutti?'".
Tra gli stiddari individuati c'è Antonio Gallea, tornato in semilibertà dopo 25 anni scontati perché riconosciuto mandante dell'omicidio del giudice Rosario Livatino. "Si erano nuovamente coalizzati - scrivono i pm - e reclamavano il loro spazio sul territorio, mostrandosi pronti a lottare per ottenere ciò che ritenevano spettasse loro".

L'ombra di Matteo Messina Denaro
Tra i dispositivi di fermo non eseguiti compare anche il nome del boss trapanese Matteo Messina Denaro. Il superlatitante è come un'ombra, ma, fa sentire la sua presenza in tutta la Sicilia. Almeno secondo quanto emerso dall'indagine.
In un'intercettazione è Giancarlo Buggea a parlare della primula rossa mentre legge un pizzino scritto a mano: "Messina Denaro. Iddu, la mamma del nipote che è di qua, è mia commare, hanno sequestrato tutti i telegrammi mandati dalla posta di Canicattì, per vedere, per capire”. Il “nipote” di cui si parla è Girolamo Bellomo, marito di Lorenza Guttadauro, figlia della sorella del superlatitante.
La Dda di Palermo indica in Buggea l’uomo “in condizione di intrattenere rapporti direttamente con Matteo Messina Denaro, essendo a conoscenza della segretissima rete di comunicazione e protezione utilizzata dal capo di Cosa Nostra latitante”.
In un altro incontro Buggea parlava sempre del boss di Castelvetrano. “Quelli di Trapani lo sanno dov’è?”, gli domandava l’affiliato. “Lo sanno…”, rispondeva il boss. “Con Matteo glielo dovremmo dire, ci volevano altri due che ci andavano”, diceva ancora l’interlocutore. Secondo gli inquirenti si faceva riferimento ad un affare sul quale Messina Denaro deve dare il proprio assenso.
La prova che il superlatitante viene riconosciuto come un importante riferimento, non solo a Trapani, dove regna incontrastato. Ma anche fuori.
La sua presenza assieme a quella dei grandi boss di un tempo sono l'immagine di un "vecchio" che si fa "nuovo" per portare avanti Cosa nostra, gli affari e magari quelle trattative con il potere che hanno sempre contraddistinto il Sistema criminale. L'immagine di una mafia non vinta.

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