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Lo speciale di Tizian e Trocchia su Domani

Un viaggio che parte da Castelvetrano fino al nord Italia, passando per la Calabria e la Toscana, alla ricerca dell'inafferrabile primula rossa trapanese, il boss stragista Matteo Messina Denaro, nel tentativo di dare una risposta ad una semplice domanda: quanti soldi servono per vivere da fuggitivo? E' il centro dell'inchiesta di Giovanni Tizian e Nello Trocchia per il quotidiano Domani, pubblicato quest'oggi in una sua prima puntata.
Il boss, latitante dal 1993, si è reso responsabile di stragi e delitti, ma è anche al centro di numerose "trame finanziarie" che hanno garantito fiumi di denaro con investimenti in molteplici settori: dalle energie rinnovabili al turismo, per poi passare alla grande distribuzione o all'agroindustria.
Nell'articolo si ricordano i sequestri a Vito Nicastri, re dell'eolico, e Giuseppe Grigoli, imprenditori accusati di aver finanziato proprio la latitanza del padrino fuggitivo, ma si mettono in evidenza anche altre "relazioni pericolose" ed anche i rapporti tra la famiglia trapanese, sin dai tempi di "don Ciccio", Francesco Messina Denaro, con il clan calabrese Nirta di San Luca, fino ad arrivare a quelli con la politica.
L'inchiesta passa anche da testimonianze raccolte in questi anni. Si ricorda quella di un soggetto che vive in Toscana e che nel maggio 2015 racconta ai magistrati di aver ricevuto una valigetta con denaro contante da un imprenditore, Giovanni De Maria, e di essere partito per Palermo dove incontrò lo stesso imprenditore assieme ad altri due soggetti di cui uno legato alla mafia calabrese. "La valigetta l'ho consegnata al calabrese che a sua volta l'ha consegnata a Messina Denaro" ha raccontato. "Diabolik" (uno dei soprannomi del boss) si sarebbe trovato in un'auto, a distanza di sicurezza.
Trocchia e Tizian raccontano che oggi De Maria si trova a Viareggio e che la sua società ha ricevuto un'interdittiva antimafia dalla prefettura anche alla luce di informative in cui viene messo in relazione con Cosa nostra e 'Ndrangheta.
Rispondendo alle domande dei due giornalisti di Domani ha comunque escluso di aver mai incontrato Messina Denaro. Le interviste proseguono con quella ad Andrea Bulgarella, che fu indagato e poi prosciolto da ogni accusa di vicinanza con il padrino, o Gianfranco Becchina, considerato come "uno degli ingranaggi del mulino che fa affluire denaro nelle case della cosca trapanese", che fu anche mercante d'arte.
Un'intervista, la sua, in cui arriva anche a mettere in dubbio le responsabilità del capomafia trapanese nelle stragi.
Domani pubblica anche un'intervista ad un amico di Messina Denaro, Giuseppe Fontana, che nei primi anni Novanta ha incontrato il boss in almeno tre occasioni. Fu anche, come lui stesso dice, tra i "fondatori di Sicilia Libera". Rispondendo ai giornalisti su Messina Denaro ha aggiunto: "Lui aveva consapevolezza politica, era convinto come me che la Sicilia per essere libera aveva bisogno di autonomia, nei nostri discorsi convergevamo le istanze di questa". Quindi lo ha descritto come un individuo "talentoso, con un'intelligenza sopra la media che avrebbe potuto fare molto per la Sicilia" per poi aggiungere: "penso che ci siano persone più pericolose, siedono in parlamento, gente che bombarda paesi inermi".
Affermazioni pesantissime come quelle in cui sostiene che "con dieci Messina Denaro la Sicilia sarebbe una regione avanzatissima". Parole, purtroppo, che non sono isolate. Per fortuna, come ricordato, a fare da contraltare ci sono persone come Giuseppe Cimarosa, figlio di Lorenzo, che decise di collaborare con la giustizia. "Mi sono sempre sentito a disagio, quando mio padre ha deciso di collaborare con la giustizia per me è rinato" ha raccontato. Il padre è oggi deceduto e lui ne ha raccolto il testimone denunciando: "Uno degli appalti in cui mio padre ha lavorato è quello delle pale eoliche, appalto arrivato per volere di Matteo Messina Denaro".

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