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Un giornalista con la schiena dritta che non aveva timore nello svelare gli intrecci tra mafia, massoneria e politica nel messinese e in quella Barcellona Pozzo di Gotto che da sempre è teatro di trame oscure. E' questo il profilo di Beppe Alfano, assassinato l'8 gennaio del 1993 a soli 47 anni.
Sin dalle sue prime inchieste giornalistiche su abusi, inadempienze, sprechi della pubblica amministrazione, compiute attraverso le antenne barcellonesi di Telenews, emittente tv rilevata nel ‘90 dall’amico d’infanzia Antonio Mazza, veniva visto come un fastidio.
E quel suo essere "rompi coglioni" divenne ancora più evidente con l'inizio della collaborazione con il quotidiano "La Sicilia". Nelle sue indagini si era occupato anche di un traffico internazionale di armi che passava nell’area di Messina oltre a numerosi articoli di denuncia sulla guerra tra cosche nel Messinese, gli affari per i maxi-appalti per i lavori pubblici, gli scandali legati alle frodi di produttori agrumicoli che intascavano illegalmente i fondi europei, e pezzi sugli intrecci tra criminalità organizzata e politica inquinata.
Nonostante le indagini e ben quattro processi su questo delitto non è ancora stata fatta piena luce.
All’inizio si diffuse la voce che fosse stato ucciso per questioni di gioco, o forse passionali. Il processo per la morte del giornalista iniziò nel 1995: imputati erano Antonino Mostaccio, ex presidente dell’Aias, e il boss Giuseppe Gullotti, presunti mandanti. Insieme a loro Antonino Merlino, accusato di aver eseguito il delitto. Quest’ultimo fu condannato a ventun anni e sei mesi di reclusione, mentre i primi due vennero assolti. Al processo d’Appello la condanna a Merlino venne confermata, ma a questa si aggiunse quella a Gullotti (a trent’anni) con la matrice mafiosa dell'omicidio che venne comunque riconosciuta.
Ma il percorso verso la verità non si è affatto concluso.
La Procura di Messina in questi anni di indagini sui mandanti esterni, ricostruendo il contesto della latitanza del boss catanese Nitto Santapaola nel barcellonese ha evidenziato l'esistenza di di "punti di contatto" tra la latitanza del capomafia e l'omicidio del giornalista. Nello specifico gli inquirenti facevano riferimento alle testimonianze di un ispettore di polizia che confermerebbe la presenza del boss Nitto Santapaola, durante la latitanza, a Terme Vigliatore e Portorosa tra il 1992 ed il 1993, con il forte interesse dello Sco e del Sisde, e quella di una donna che sarebbe stata "amante" del capomafia catanese.
L'obiettivo delle indagini è quello di ricostruire quello che fu il preciso movente dell'omicidio e dare un volto ai mandanti.


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L'auto in cui fu ucciso il giornalista


Lo scorso 24 dicembre il gip del Tribunale di Messina, Valeria Curatolo, ha prorogato di sei mesi le indagini sull’omicidio confermando il mandato alla Dda per la “individuazione di possibili ulteriori mandanti dell’omicidio, rispetto a Giuseppe Gullotti”.
Contestualmente, accogliendo la richiesta della Procura, ha disposto l'archiviazione di Stefano Genovese e Basilio Condipodero, indagati in qualità di esecutori materiali del delitto, ritenendo "non adeguatamente riscontrate le propalazioni" del pentito Carmelo D'Amico che li accusava.
In particolare tra i misteri da chiarire, quello legato a un revolver calibro 22 della "North American Arms", mai sottoposto ad accertamento balistico, le cui tracce erano state scoperte proprio dall'avvocato Repici e sul quale il gip ha ordinato una consulenza tecnica con un esperto internazionale.
Sul punto il gip ha evidenziato una serie di punti su cui effettuare gli approfondimenti investigativi: la data a partire dalla quale Mariani Franco ebbe la disponibilità dell'appartamento sito in Milano, piazza Savoia 22; la data a partire dalla quale Caizzone Mario ebbe la disponibilità dell'appartamento sito in Milano, piazza Savoia 22. Ed anche alcune audizioni come quella di "Caizzone Mario in ordine ai suoi rapporti con Cattafi Rosario e ai suoi eventuali rapporti con Mariani Franco; di Cordera Marisa, moglie di Mariani Franco, deceduto, in ordine ai rapporti di quest'ultimo con Cattafi Rosario e ai suoi eventuali rapporti con Caizzone Mario; di ogni altra persona in grado di fornire informazioni sulle predette circostanze.
Tra i misteri che hanno contraddistinto il delitto vi è quella sparizione di documenti sul traffico d'armi e di uranio di cui ha sempre parlato la figlia di Alfano, Sonia. “Quegli appunti - ha ricordato in più occasioni - sono spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine. Alle 22.45 dell’8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi che portarono via numerose carte ed effetti personali, ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate”.
A rendere ancora più ingarbugliato il caso vi è la richiesta di revisione del processo presentata da Gullotti nel 2016, accolta dalla Corte d'Appello di Reggio Calabria, nonostante nei suoi confronti è aperto un fascicolo a Reggio Calabria dove è indagato assieme all'ex pm Canali (accusato per corruzione in atti giudiziari per favorire Cosa nostra).
Due procedimenti distinti che di fatto si basano sul memoriale scritto proprio da Canali nel 2006 in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe cercato di scagionare Giuseppe Gullotti dalle accuse mossegli in un altro processo, noto come Mare Nostrum, sollevando dubbi anche sulle sue responsabilità nel delitto Alfano, responsabilità che pure aveva sostenuto in fase di indagine e in aula nelle vesti di sostituto procuratore pur non contestando l'aggravante della premeditazione (così per Gullotti giunse una condanna a 30 anni invece che all'ergastolo, ndr).
In questi anni l'avvocato Repici ha sempre descritto il delitto Alfano come un "connubio di alta mafia e apparati".
La speranza è che con le nuove indagini, nonostante il tempo trascorso, possano definitivamente fare chiarezza su un delitto che, ormai è evidente, vedeva l'interesse della mafia barcellonese per conto di soggetti esterni.

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