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Ancora misteri sui sicari dell’ex presidente della Regione Sicilia.
Per la procura di Palermo impossibile raffrontare i proiettili con la pistola usata dai Nar ma “continuiamo a indagare”

Il giorno dell’Epifania di 41 anni fa veniva spenta a Palermo la vita di Piersanti Mattarella, ex presidente della Regione Sicilia. L’allievo di Aldo Moro, siciliano tenace e capace, lucido e ostinato propugnatore di una politica rigorosa e di rinnovamento, era salito a bordo della sua Fiat 132 per andare a Messa, insieme alla suocera, alla moglie Irma Chiazzese e ai figli Maria e Bernardo. Nessuno a proteggerlo: il presidente rifiutava la scorta nei giorni festivi, voleva che anche gli agenti stessero con le loro famiglie. Si era appena messo al volante, quando si avvicinarono i sicari che esplosero una serie di colpi. A soccorrerlo attimi più tardi era giunto il fratello Sergio, oggi presidente della Repubblica, che lo prese tra le sue braccia. Quei momenti concitati vennero consegnati alla storia grazie agli scatti della fotografa palermitana Letizia Battaglia. A 44 anni di età veniva fermata per sempre una delle speranze più concrete di cambiamento della Sicilia. Il presidente della Regione, infatti, aveva avviato una decisa politica riformatrice per ricostruire il tessuto economico, sociale, culturale dell'Isola. Nella primavera del 1975 su suo impulso, da assessore al Bilancio, venne approvato a larghissima maggioranza, anche con i voti del Pci, il Piano regionale d'interventi per gli anni 1975-1980, primo tentativo di programmazione a lungo termine delle risorse regionali. Un passaggio che diede forma e sostanza al dialogo a sinistra. Una "solidarietà autonomistica", che anticipava la solidarietà nazionale di Moro e di Enrico Berlinguer del 1976. Il 9 febbraio 1978 Piersanti Mattarella fu eletto dall'Assemblea presidente della Regione siciliana, alla guida di una coalizione di centrosinistra con l'appoggio esterno del Partito comunista italiano. Le riforme sul fronte degli appalti e dell'urbanistica compresse gli spazi della speculazione edilizia e degli interessi di mafiosi e palazzinari. Da tempo si era reso conto della necessità di recidere con urgenza e nettamente i legami della politica e del suo partito con la mafia. Una visione complessiva, un'operazione di pulizia della Dc e un progetto di buon governo che minacciavano gli interessi della mafia e di consolidati centri di potere politico ed economico. Era il sogno di una Regione "con le carte in regola". Un sogno rimasto tale che Mattarella non vedrà mai realizzarsi.


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Palermo, 6 gennaio 1980. Il Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, è stato appena colpito a morte davanti alla moglie e alla figlia


Prosegue la ricerca della verità
Anche se la vita di Mattarella è stata fermata la ricerca della verità sulla sua uccisione, e in particolare sul filo che lega Cosa nostra al terrorismo nero, continua ad andare avanti. Come mandanti sono stati condannati all'ergastolo i boss della commissione di Cosa nostra (Totò Riina e Michele Greco su tutti, con gli altri esponenti della cupola: Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Francesco Madonia e Antonino Geraci). L'inchiesta, però, non è riuscita a identificare né i killer né i presunti mandanti esterni. Due anni fa la procura di Palermo ha riaperto l'inchiesta sull'omicidio: nuovi accertamenti considerati doverosi, anche attraverso complesse comparazioni fra reperti balistici, per quanto siano resi complicati dal lungo tempo trascorso e dalle sentenze passate in giudicato. Al centro dell’inchiesta i terroristi di destra dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari) il cui leader, il terrorista nero Giusva Fioravanti, riconosciuto dalla vedova di Piersanti Mattarella, Irma Chiazzese, fu processato e definitivamente assolto dall'accusa di essere stato il killer. Uno dei reperti del processo celebrato a Palermo, la targa di un'auto del commando, sarebbe stata divisa in due dagli autori del furto e una parte fu poi ritrovata in un covo dell'organizzazione terroristica neofascista. Dal punto di vista processuale, peraltro, la collaborazione tra "neri" e mafiosi, in vari fatti e azioni criminali, basata su un presunto scambio di favori tra mafia e terrorismo di estrema destra, era già stata più volte sostenuta, ad esempio per la strage del dicembre 1984 del Rapido 904. C’è poi il capitolo sulle armi che uccisero Piersanti Mattarella e il giudice antiterrorismo Mario Amato; sono dello stesso tipo, una Colt Cobra calibro 38 Special, ma non c’è alcuna certezza sulla loro identità: non si può dire cioè che il presidente della Regione Sicilia e il giudice, assassinati rispettivamente a Palermo e a Roma, nell'arco di poco meno di sei mesi, nel 1980, siano stati uccisi con la stessa pistola. Si tratta, allo stato, di un'ipotesi ritenuta "suggestiva", ma sulla quale non ci sarebbero ancora i necessari riscontri tecnici. Sul punto è notizia di oggi che la perizia balistica sui sei proiettili estratti dal corpo di Mattarella non è più possibile effettuarla perché ossidati e in questi giorni è svanita anche l’ultima speranza di trovare il "killer con gli occhi di ghiaccio" che quel giorno dell’Epifania sparò al presidente della Regione. Ma l’indagine “non è chiusa”, come hanno dichiarato a Repubblica i magistrati della procura di Palermo. Su questa pista che vede l’ombra del terrorismo nero ci sono diversi elementi. Ci sono le parole di Giovanni Falcone che il 3 novembre 1988 in una audizione in Antimafia nel definire l'indagine "estremamente complessa", spiegò che "si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa, nell'ambito di un presunto scambio di favori tra mafia e terrorismo di estrema destra”. “Continuiamo a indagare”, ribadiscono a Palermo e anche al Ros dei carabinieri di Roma sono di questo avviso. Si continua a cercare dentro le trame che avrebbero intrecciato interessi di mafia ed eversione di destra, due braccia armate governate - su questo non ci sono dubbi - da quelle “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone.

Le parole di Piersanti Jr.
In occasione dell'anniversario della morte di Piersanti Mattarella il nipote, che ha lo stesso nome di suo nonno, ha parlato all'AdnKronos dell'ombra del terrorismo nero celata dietro il delitto.
"Mio nonno viene considerato da tutti una vittima di mafia, ma da quello che sta emergendo dalle indagini più recenti sembra esserci dell'altro. No, non è stata solo Cosa nostra a uccidere Piersanti Mattarella...", ha detto. "Già dopo l'omicidio le indagini avevano fatto emergere qualche traccia di infiltrazioni che non fossero solo mafiose. Ma forse, ai tempi, anche dal punto di vista della ricostruzione storica, non sembrava possibile che un omicidio potesse essere commesso non solo da membri di Cosa nostra. Una circostanza che è, invece, emersa con chiarezza negli ultimi anni di storia giudiziaria". E ha aggiunto: "Ai tempi, probabilmente, era una intuizione del singolo piuttosto che una convinzione diffusa che la mafia potesse uccidere in collaborazione con 'altro'...". Il giudice Giovanni Falcone, dopo l'omicidio Mattarella, spiccò un mandato di arresto nei confronti dell'ex componente dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Valerio 'Giusva' Fioravanti, che poi fu assolto. "Mia nonna ha riconosciuto l'andatura e lo sguardo del killer in Fioravanti...". Ma di più non ha voluto aggiungere Piersanti. Irma Chiazzese, vedova di Piersanti Mattarella, all'epoca disse agli inquirenti: "Il killer aveva occhi di ghiaccio". E aggiunse: "Aveva l'andatura di un orso" e mentre sparava "sorrideva".

Fonte: AGI

Foto © Letizia Battaglia

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