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Esistono sogni impossibili?

Alcuni crederanno che si sia trattato tutto di un’inutile follia giovanile. Altri invece leggeranno in queste poche righe il racconto di un video frutto di un atto di coraggio. Impossibile sì, ma unico ed inimitabile. “Dobbiamo salvare Julian Assange, è stato il mantra degli ultimi mesi: salvare un uomo che rischia 175 anni di carcere, isolato ed emarginato dall’intero pianeta, perseguitato da una delle più grandi potenze del mondo.
Un’idea nata intorno ad un semplice tavolino e maturata con il passare delle ore e dei giorni. Un progetto che è diventato fin dall’inizio pensiero costante e martellante, di quelli che risuonano nella mente in ogni momento della giornata. Perché non è mai abbastanza il tempo per salvare una vita: per vincere quest’impresa i secondi si sono trasformati in ore e per mesi il giorno si è confuso con la notte. Ed è proprio nel momento in cui sembrava troppo tardi che il bisogno immediato di giustizia si sostituiva al senso di stanchezza e che l’unione di questo gruppo di giovani si è fatta più forte e realmente vincente.
Mentre le testate giornalistiche consumavano la penna riempiendo pagine di giornale con notizie sulla pandemia, un’ombra sempre più grande occultava la verità su una delle più grandi ingiustizie della nostra storia. La battaglia di un uomo, il suo servizio in favore del popolo, un sacrificio mai riconosciuto, mai compreso, mai accettato. La necessità di sapere, l’urgenza di agire e di farsi sentire, la corsa impossibile contro il tempo: tutto questo prendeva forma negli uffici di lavoro di questi attivisti, tra pile di libri e documenti, tra lunghe telefonate e riunioni interminabili, tra organizzazione e logistica, tra preparazione dell’attrezzatura e progettazione della pubblicità. Una linea di lavoro che proseguiva in parallelo con la creazione della musica, i passi di danza, il suono dei violini, i movimenti e l’espressività di chi sarebbe stato protagonista di quell’opera artistica.
L’11 e il 12 dicembre finalmente prendeva vita quel sogno costruito nei lunghissimi e impegnativi pomeriggi di prove degli ultimi due mesi. Era arrivato il giorno tanto atteso. Forse raccontare in queste poche righe l’intesa che ha unito l’enorme squadra di lavoro per tutte le 48 ore di tempo è un’impresa difficile. Perché c’è coraggio in chi decide di emozionarsi e bucare lo schermo della telecamera con il suo sguardo e in chi sceglie di salire sopra una sedia per mostrare il suo rifiuto verso questa società. Ma c’è coraggio anche in chi non si vede e combatte dietro una telecamera per restituire al mondo foto e riprese di quelle espressioni rivoluzionarie che resteranno per sempre impresse nella storia dell’attivismo giovanile.
In quei due giorni era forte la pressione del tempo che scorreva, la velocità delle lancette che sollecitava ad una sempre maggiore concentrazione e impegno. Il fuoco rimaneva su una sola frase: “Dobbiamo salvare Assange”. “Ricordiamoci perché siamo qui e il perché lo stiamo facendo”, diceva Sonia Bongiovanni, la direttrice del Movimento, “quella persona è sola se non ci siamo noi, come lo sono tutte quelle persone che stanno morendo, torturate, uccise, violentate e che dovete immaginarvi dietro a quell’obbiettivo. Spaccare la telecamera significa dare uno schiaffo in faccia al male. Dobbiamo essere consapevoli che una nostra espressione, un nostro movimento della bocca, del mento, degli occhi, delle ciglia può salvare milioni di vite e può fare la rivoluzione”. Questo è stato lo spirito che non ha smesso un solo secondo di ispirare i ragazzi. In ogni momento sognavano Assange nella cella di Belmarsh, che poteva realmente riuscire a non sentirsi più solo e a vedere ciò che stavano facendo in suo nome e in nome di ciò che aveva creato e rivelato.


Dopo una prima giornata di prove generali, quei giovani ragazzi, molti dei quali due mesi prima si erano improvvisati per la prima volta attori, ballerini e coreografi, forse non riuscivano ancora a comprendere ciò che insieme riuscivano a trasmettere. “Tutto questo è assurdo”, diceva il regista Stefano Centofante, “ce l’abbiamo quasi fatta, un solo giorno e ci portiamo a casa questo lavoro impossibile. Domani dovete dare il massimo sempre, siete protagonisti in ogni secondo tutti quanti. Quindi non cedete mai. Il video già solo dalla prova è una bomba. È il sogno, non vi fate prendere dall’ansia. Ce l’avete, siete in simbiosi perfetta”.
Arrivava così anche il giorno delle riprese e già dalle prime ore del mattino ogni ragazzo iniziava a immedesimarsi nel proprio personaggio. Nell’aria si riusciva a sentire quell’adrenalina e quella trepidazione di chi non vedeva l’ora di iniziare a girare e anche di finire, per condividere con il mondo intero il proprio messaggio. Durante l’intera mattina si preparavano le armi per attaccare. Era quasi tutto pronto: le luci a neon, le sedie, i vestiti, i carrelli delle telecamere. Ogni gesto coordinato con l’altro, ogni decisione riflettuta e meditata: tutto si muoveva all’unisono, senza nessun elemento fuori posto. Il canto della rivoluzione già iniziava a sentirsi nei camerini e dietro le quinte. E mentre normalmente ci si concentra isolandosi dal mondo esterno, quei giovani trovavano la concentrazione nell’unione: la loro arma più forte. “Il sentimento, l’amore, l’amicizia sono la nostra vera essenza, di ciò che siamo e oggi lo dimostreremo”, diceva Andrès, un giovane attivista sudamericano, “oggi dobbiamo tirare fuori tutta la nostra forza, tutta la nostra energia e la nostra frustrazione. Oggi dobbiamo dimostrare veramente dal più profondo del nostro essere chi siamo e cosa rappresentiamo. Siamo Our Voice”.
E quindi si parte, non esiste nient’altro al di fuori di quello studio.
“Essere qui è un onore per noi”, diceva Sonia prima di iniziare le riprese, “ognuno di noi con le nostre vite diverse, i suoi sacrifici, le sue sofferenze, il suo vissuto, è arrivato qua oggi. Noi non siamo come qualsiasi gruppo di teatro o di cinema. Noi siamo degli attivisti, noi siamo persone che si stanno battendo per un ideale più giusto.
bongiovanni sonia challenge assange c our voiceImmaginate quei giovani della nostra età presi nelle manifestazioni, violentati e torturati e dedichiamo a loro questo. Immaginate quella sorella, quel fratello, quel compagno perso in battaglia. Sentiamoli fratelli, sorelle, figli, genitori, padri, madri. Dedichiamolo alla nostra terra, ai nostri popoli, alle nostre radici. Immaginiamo Julian Assange dentro quella cella torturato. Fra pochi giorni potrà morire se noi non diamo il massimo in questo momento. Se noi non spacchiamo la telecamera con il nostro sguardo Assange può morire. Noi possiamo salvare tutto questo, noi possiamo cambiare tutto questo perché non ci identifichiamo in questa umanità. Abbiamo fatto una promessa, una scelta di vita ed è qui che lo dobbiamo dimostrare”.
Così si gira, i ragazzi diventano uomini e donne addormentati e manipolati dal sistema, le loro parole robotizzate e i loro movimenti meccanici. Non esistono più nomi e cognomi, ma solo vegetali, schiavi dell’informazione che arriva da chi trasmette una sola parte di verità, quella comoda, che non ostacola nessun interesse. In mezzo a loro si sveglia un uomo: è Julian Assange ed è l’unica persona che li possa davvero salvare.
Il lettore si chiederà il motivo per cui un gruppo di giovani ragazzi di età tra i 14 e i 30 anni si sia voluto cementare nella difesa di questo grande personaggio, Julian Assange. Vivendo e sentendo al loro fianco l’essenza di ciò che hanno creato, quello che li ha animati per tutto il tempo è stata la frustrazione di vedere al di là di quell’obiettivo una terra costernata di cumuli di cenere e pozzi di sangue, di uomini giusti calpestati e torturati, di famiglie depredate e ridotte alla fame, di persone innocenti incarcerate e poi giustiziate.
La liberazione di Assange potrebbe rappresentare un piccolo riscatto per l’umanità. La sua esecuzione invece darebbe il primo segnale dell’inizio della fine. Sarebbe la fine della storia. Perché se è vero che la storia dell’umanità viene fatta ogni giorno da quegli uomini e da quelle donne che alzano la testa per gridare contro ciò che ritengono ingiusto, allora estradare Assange significherebbe distruggere l’ultimo baluardo di un mondo libero, di cui anche noi facciamo parte. Sta qui il senso di alzarsi sopra la sedia. Sta lì la nostra rivincita come unico popolo di un solo mondo.
Noi ci alzeremo in piedi, e voi?
La campagna di mobilitazione #aChair4assange ha infatti il proprio focus su una sedia. Quest’ultima rappresenta il miglior modo per distinguersi dalla "massa" cambiando semplicemente la prospettiva con cui si osserva il mondo. E, come in un’equazione matematica, ad una nuova visuale corrispondono nuovi interessi e priorità.

Per partecipare alla “Call to Action” basta seguire pochi, semplici passi:

1. Salire sulla sedia
2. Farsi scattare una foto

3. Postarla sui social con i seguenti hashtag: 
#aChair4Assange #FreeAssange #JulianAssange #Assange #AnythingToSay @ourvoice

Foto © Paolo Bassani

Foto in basso a destra © Our Voice


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