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Il Tribunale di Messina ha deciso ieri 21 condanne e nove assoluzioni nel processo scaturito dall'operazione Beta contro un presunto comitato di affari tra imprenditori, funzionari e esponenti del clan Santapaola per la gestione di appalti nella provincia. Gli indagati erano accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, turbata libertà di incanti. Secondo l'accusa, rappresentata dai sostituti della Dda, Liliana Todaro e Fabrizio Monaco, a Messina era stata creato una cellula mafiosa partorita da Cosa nostra catanese collegata al clan Santapaola-Ercolano di Catania, cellula che sarebbe stata in grado di avvalersi di professionisti, imprenditori, titolari di società, funzionari pubblici, per gestire gli interessi economici illeciti. L’operazione Beta della procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia e scattata nel luglio 2017 sancì per la prima volta la presenza di Cosa Nostra catanese sul territorio di Messina città. Sino al luglio 2017, precedenti operazioni di polizia avevano stabilito sodalizi tra i clan di Barcellona, dei Nebrodi e le cosche catanesi, mentre la Beta accertò le propaggini del clan catanese capeggiato da Nitto Santapaola sulla città dello Stretto.

Il tramite con il clan Santapaola, a detta degli inquirenti, sarebbe stato Vincenzo Romeo, figlio di una sorella del boss etneo Nitto Santapaola, che con il padre, Francesco, ed alcuni fratelli, Benedetto, Antonio e Pasquale Romeo, avrebbe gestito nell’area messinese gli “affari di famiglia”. Affari dalla formula tipica del codice di mafia costituito dai metodi classici delle intimidazioni, minacce e azioni di sangue. Infatti, si leggeva nell’ordinanza, “l’entità partorita da Cosa Nostra catanese era volutamente distante da bande armate ma collocata all’interno dell’economia reale e con relazioni socieconomiche. Aveva agganci in ogni settore della società che conta”. L’operazione Beta rivelò, inoltre, ancora una volta il ruolo baricentrico di Messina sull’asse ‘Ndrangheta-Cosa nostra catanese. Imputati principali del processo sono il costruttore Carlo Borella, ex presidente dei costruttori di Messina e titolare della “Demoter S.p.a.”, condannato a 13 anni, l’avvocato Andrea Lo Castro, condannato a 14 anni (per entrambi l’accusa è concorso esterno all’associazione mafiosa) e l’ingegnere Raffaele Cucinotta, dipendente del Comune (condannato a 9 anni).

Il commento di Sebastiano Ardita
Su Facebook il consigliere togato del Csm Sebastiano Ardita ha commentato l’esito del processo: si tratta di “una vicenda processuale difficile, anzi difficilissima, perché rivolta non alle espressioni criminali di disagio, ma al patto ed alle intese tra mafia ed “espressioni esterne”, scrive Ardita. “Per Messina è una sentenza storica che cambia e smentisce le relazioni semestrali che per anni escludevano la presenza di cosa nostra nella città dello stretto. Per i magistrati messinesi, seri e impegnati alla ricerca del patto tra criminalità e potere che sta alle origini della mafia, la riprova del loro valore”.

Le condanne e le assoluzioni
Altre condanne sono state inflitte a Giuseppe Amenta (2 anni e 8 mesi), Stefano Barbera (13 anni), Salvatore Boninelli (2 anni e 8 mesi), Salvatore Galvagno (2 anni e 8 mesi), Silvia Gentile (3 anni e 2 mesi), Carmelo Laudani (2 anni e 8 mesi), Guido La Vista (1 anno e 3 mesi), Franco Lo Presti (3 anni), Fabio Lo Turco (10 anni), Gaetano Lombardo (3 anni e 6 mesi), Salvatore Piccolo (2 anni e 8 mesi), Alfonso Resciniti (2 anni e 6 mesi), Francesco Romeo (16 anni), Pietro Santapaola (12 anni), Vincenzo Santapaola (12 anni), Michele Spina (12 anni e 8 mesi), Ivan Soraci (12 anni e 8 mesi) e Domenico Bertuccelli (2 anni e 8 mesi). Assolti, invece, Antonio Amato, Bruno Calautti, Antonio Di Blasi, Paolo Lo Presti, Giovanni Marano, Benedetto Panarello e Filippo Spadaro, Vincenzo Santapaola, di 56 anni, e Roberto Cappuccio.

In foto da sinistra: Fabrizio Monaco, Liliana Todaro e Sebastiano Ardita © Enrico Di Giacomo

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