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10 maggio 1996, Catania: esattamente trent’anni fa la lunga corsa di Luigi Ilardo si arrestò, il nuovo ‘Buscetta’ venne ucciso prima che diventasse ufficialmente collaboratore di giustizia; promise che avrebbe fatto i nomi dei mandanti esterni delle stragi del 1992-1993, che avrebbe indicato quegli uomini di Stato legati a doppio filo a Cosa nostra e alla stagione delle bombe.
Inoltre portò i Carabinieri del Ros al covo di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli più e più volte, risultato? Nulla, la cattura non avvenne. Era il 1995; Provenzano verrà arrestato l’11 aprile del 2006, undici anni dopo.
Della sua storia ne è diretta testimone Luana Ilardo, figlia di Luigi, che ai microfoni di ANTIMAFIADuemila ha rievocato le tensioni, le paure e il dolore di quegli ultimi giorni.
Sul versante giudizio la Corte di cassazione ha individuato Giuseppe Madonia e Salvatore Riina come mandanti, Maurizio Zuccaro come esecutore e Orazio Benedetto Cocimano come esecutore materiale.
Oltre quella linea rossa, però, non è stato ancora possibile andare; come dimostrano tra l’altro le recenti archiviazioni e le sparizioni di documenti: “Anche negli stessi penitenziari dove lui è gravitato, ne ho contati sette, nessuno possiede la documentazione di Luigi Ilardo”.
Sparita, cosi dicono, per incendi, terremoti e altre cause.
D’altronde la tradizione italiana non si smentisce mai: nella storia del nostro Paese sono spariti i documenti del gen. Carlo Alberto dalla Chiesa, del magistrato Giovanni Falcone, l’agenda rossa di Paolo Borsellino.
Anche in questo caso si è voluto cancellare qualcosa di scomodo per la classe dirigente italiana.
"La collaborazione di Luigi Ilardo sarebbe stata non solo devastante per Cosa Nostra, non solo per quei politici che in quel periodo avevano probabilmente concluso degli accordi con la fazione provenzaniana, ma devastanti anche per parti deviate delle istituzioni", aveva detto, all'interno della trasmissione "Atlantide" del 18 novembre 2020, intervistato dal grande giornalista Andrea Purgatori, il magistrato Nino Di Matteo, che aveva poi aggiunto: "Sono tuttora convinto che sarebbe stata la collaborazione più importante dopo quella di Buscetta, perché Ilardo, anche per una sua storia personale e familiare, era un personaggio che sarebbe stato in grado di riferire non solo su aspetti di mafia ordinaria, ma sui rapporti tra la mafia e la 'Ndrangheta da una parte ed esponenti della massoneria e dell'eversione di destra dall'altra." Sarebbe dunque stata una "bomba a orologeria" che è stata "disinnescata dall'omicidio", motivo per cui questa vicenda va "collegata ad un quadro più generale che si ricollega a quello che è emerso sulle stragi."

Per Di Matteo il caso Ilardo ha 'sempre rappresentato un tassello fondamentale'. Prova ne sono alcuni 'stralci della sua requisitoria al processo Trattativa Stato-mafia.
"Gino Ilardo - aveva continuato Di Matteo - nello stesso momento in cui ricopriva all'interno di Cosa nostra cariche apicali - la reggenza delle Province mafiose di Caltanissetta ed Enna - svelava in diretta, al colonnello Riccio, gli assetti, i segreti antichi, le dinamiche in divenire di Cosa Nostra e - per favore non dimenticatelo mai - non soltanto con riferimento alle vicende di ordinaria criminalità mafiosa, ma anche in riferimento a rapporti più alti e più inconfessabili di Cosa nostra con la politica, con la massoneria, con soggetti deviati e devianti dei servizi di sicurezza".
"Dopo tanti anni in cui ho seguito fin dalla fase dell'indagine anche questa vicenda, non esito a definire, perché ne sono convinto, quella di Ilardo come una storia unica, più unica che rara certamente, nel panorama delle vicende di mafia e antimafia nel nostro Paese. Una vicenda incredibile, una vicenda eccezionale, una vicenda vergognosa, una vicenda tragica nell'epilogo che ha avuto, intanto nei confronti - non dimentichiamolo mai - del suo protagonista principale, Gino Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996, otto giorni dopo avere incontrato tre magistrati delle Procure distrettuali di Palermo e Caltanissetta, il colonnello Mori e altri ufficiali del Ros presso la sede centrale del Ros a Roma, e cinque giorni prima rispetto al momento in cui - la data era già stata fissata - Ilardo con il suo primo interrogatorio formale innanzi all'autorità giudiziaria, fissato per il 15 maggio, avrebbe assunto formalmente la veste di collaboratore di giustizia e sarebbe stato sottoposto al programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia. Cosa Nostra sostanzialmente, uccidendo Ilardo, ha dimostrato di potere stoppare sul nascere una collaborazione di altissimo livello che sarebbe stata devastante per l'organizzazione e per tutti coloro i quali colludevano con l'organizzazione mafiosa”.

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