Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

L'Italia è il Paese europeo più esposto al Mediterraneo. Ha quasi ottomila chilometri di coste. Si affaccia sull'Africa settentrionale, sulla Libia, sulla Tunisia, sull'Egitto. È la porta d'accesso dell'Europa verso il Medio Oriente e verso il Canale di Suez, attraverso cui transita una quota significativa del commercio mondiale. Ospita alcune delle più importanti basi militari della NATO in Europa meridionale, a cominciare da Sigonella, in Sicilia, che è il principale centro operativo della NATO per il Mediterraneo e che svolge un ruolo cruciale nelle operazioni di sorveglianza, di intelligence e di proiezione di forza nella regione. Ospita la base di Camp Darby in Toscana, il più grande deposito di armi e munizioni dell'esercito americano fuori dal territorio nazionale. Ospita la base navale di Napoli, quartier generale delle forze navali americane in Europa e in Africa. Ospita la base aerea di Aviano, nel Friuli, da cui operano caccia americani dotati di armamento nucleare.
In un contesto di guerra nel Mediterraneo orientale e nel Golfo Persico, queste basi diventano infrastrutture operative di prima linea. E chi controlla le comunicazioni di quelle basi, chi fornisce la connettività satellitare, chi gestisce il software di analisi dei dati di intelligence, acquisisce un potere enorme non solo sull'Italia ma sull'intera architettura di sicurezza della NATO nel fianco sud. Ecco perché Starlink e Palantir non sono semplici proposte commerciali: sono proposte che toccano il cuore della postura militare occidentale nel Mediterraneo. E ecco perché l'Italia, per la sua posizione, è un obiettivo di valore incomparabilmente superiore rispetto a qualsiasi altro Paese europeo di dimensioni comparabili.
Inoltre, l’Italia non viene scelta nonostante la sua vulnerabilità, ma a causa di essa. Il governo Meloni è contemporaneamente indebitato oltre il 140% del PIL, tecnologicamente dipendente, senza una filiera autonoma di cybersicurezza, di intelligenza artificiale militare, di connettività satellitare. È politicamente isolato in Europa dopo le tensioni con Francia e Germania, e il paradosso è proprio questo. Il governo è sotto attacco da più fronti, dalle opposizioni per i casi Paragon, Starlink e Palantir, al Quirinale con la nota dura su Musk, dal Vaticano per le lezioni di Thiel all’Europa per la subalternità a Trump. Così Meloni ha bisogno ancora di più della protezione americana. È un circolo vizioso. Più il governo è debole, più ha bisogno dell’alleanza; più si lega, più perde sovranità; più perde sovranità, più diventa attaccabile; più diventa attaccabile, più ha bisogno della protezione di Washington.
L’Italia è così il primo Paese del G7 in cui tutti i livelli della dipendenza convergono simultaneamente: le comunicazioni (Musk e Starlink), l’intelligence e la sorveglianza (Thiel e Palantir con le tecnologie israeliane), la proprietà degli attivi strategici (Fink e BlackRock con il modello Rothschild). Il tutto in tempo di guerra, senza che il Parlamento ne abbia discusso organicamente. Non c'è precedente nella storia recente dell'Occidente di un Paese del G7 che abbia ceduto contemporaneamente il controllo sulle proprie comunicazioni militari, sui propri strumenti di intelligence, sulla proprietà delle proprie aziende strategiche e sull'indirizzo dei risparmi dei propri cittadini, a soggetti privati stranieri, in assenza di un dibattito parlamentare organico e di una consapevolezza pubblica proporzionata alla posta in gioco.
L'Italia è il primo. Ed è per questo che ciò che accade in Italia riguarda l'Europa intera. Perché se il modello funziona qui, verrà replicato altrove. La Germania, la Francia, la Spagna, la Polonia guarderanno a ciò che è accaduto in Italia e ne trarranno le conseguenze: o sceglieranno di proteggersi, o accetteranno lo stesso destino. L'Italia, in questo senso, non è solo una preda. È un precedente. E i precedenti, nella storia, pesano più dei trattati.

Il nuovo ordine di Trump: chi ci guadagna?

Allora c'è una domanda che nessuno pone nei programmi televisivi italiani, e che raramente viene formulata anche sulla stampa internazionale. Trump e la convergenza di interessi finanziari, tecnologici e militari di cui la sua presidenza è espressione stanno costruendo un cambio di ordine mondiale nella circolazione delle merci, nella struttura delle catene produttive, nella geografia stessa del commercio planetario. Ma a chi conviene questo cambio? La risposta ufficiale è: all'America, ai suoi lavoratori, alle sue fabbriche. La risposta reale è diversa, e va cercata nei numeri.
Il documento ufficiale del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti per il 2026, un testo di decine di pagine che equivale alla dottrina commerciale dell'amministrazione, è di una franchezza rara: "La sicurezza economica è sicurezza nazionale. La produzione interna è intrinseca alla sicurezza economica. Altre amministrazioni hanno dormito e lasciato che industrie vitali venissero spedite all'estero". Non è retorica elettorale: è la premessa giuridica di una trasformazione radicale delle regole del commercio mondiale costruite in ottant'anni di trattati, accordi e istituzioni multilaterali. Il segretario alla Guerra Pete Hegseth, usando un linguaggio che non si sentiva dalla Seconda guerra mondiale, ha parlato di "orientare la base industriale a un assetto di guerra". La parola chiave non è "commercio". È "guerra".
I dazi imposti da Trump hanno portato il tasso tariffario medio effettivo degli Stati Uniti al 13,7% a febbraio 2026, il livello più alto dal 1947, l'anno in cui venne firmato l'Accordo generale sulle tariffe e il commercio che diede vita all'ordine commerciale del dopoguerra. In pratica, Trump ha smantellato in pochi mesi un'architettura che aveva impiegato quasi ottant'anni a costruirsi. La Cina è stata il bersaglio principale, con dazi che hanno raggiunto il picco del 125% durante la fase più acuta della guerra commerciale, prima di una tregua di un anno nell'ottobre 2025. Ma non è stata risparmiata nessuna area del mondo: dazi universali del 10% su quasi tutti i Paesi, dazi settoriali sull'acciaio, sull'alluminio, sulle automobili, sul rame, sui semiconduttori.
Il 20 febbraio 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegali, con una sentenza a maggioranza di sei giudici contro tre, i dazi imposti attraverso i poteri presidenziali di emergenza economica. Il governo ha dovuto ammettere di aver incassato 166 miliardi di dollari da oltre 330.000 aziende in dazi che la massima corte del Paese ha giudicato incostituzionali, e il servizio doganale sta lavorando a un sistema per rimborsarli. Trump ha risposto imponendo immediatamente un nuovo dazio universale del 10% con un altro strumento legislativo, a dimostrazione che la volontà politica di ristrutturare il commercio mondiale non dipende dalla legalità dei singoli provvedimenti, ma da una strategia che si adatta agli ostacoli e li aggira.

Il costo per le famiglie americane, secondo la Tax Foundation, è stimato in 1.500 dollari in più nel 2026, che si sommano ai mille dollari in più del 2025. Non sono i ricchi a pagare: sono le famiglie che comprano automobili, vestiti, elettronica, generi alimentari, tutti prodotti i cui prezzi sono aumentati per effetto dei dazi. Ma i risultati, a un anno dal cosiddetto "Giorno della Liberazione" del 2 aprile 2025, quando Trump annunciò dal Roseto della Casa Bianca i dazi più alti in quasi un secolo, sono contraddittori. Il Washington Post, in un'analisi pubblicata il 29 marzo 2026, ha rilevato che il numero di posti di lavoro nella manifattura americana è diminuito, non aumentato, e che l'inflazione è salita [66]. Il disavanzo commerciale cronico si è ridotto per dieci mesi consecutivi, questo è vero: più di venti partner commerciali hanno ceduto alle minacce tariffarie e accettato di aprire i propri mercati ai prodotti americani. Ma la riduzione del disavanzo non si è tradotta in nuove fabbriche e nuovi posti di lavoro sul territorio americano, almeno non nella misura proclamata. Bloomberg ha documentato con un'inchiesta dettagliata che i dazi hanno alterato le catene produttive globali, ma non nel modo che Trump aveva immaginato. La Cina non è stata messa in ginocchio: ha aggirato i dazi spedendo le proprie merci attraverso Paesi terzi, Vietnam, Messico, Indonesia, che fungono da stazioni di transito. I componenti vengono fabbricati in Cina, assemblati nel Paese intermedio con lavorazioni minime, e riesportati verso gli Stati Uniti con un certificato di origine diverso. Il risultato è che il surplus commerciale cinese globale è salito al massimo storico mai registrato, perché Pechino ha semplicemente spostato i propri flussi commerciali verso mercati alternativi, dall'Asia al Medio Oriente all'Africa, mentre manteneva l'accesso indiretto al mercato americano. Come ha spiegato un'analista citata da Bloomberg: "Le aziende cinesi sono semplicemente più brave a controllare i costi. Hanno catene produttive talmente estese, dalla materia prima al prodotto finito, che riescono a contenere gli aumenti a ogni segmento". Se la rilocalizzazione non ha riportato le fabbriche in America, se i dazi costano alle famiglie, se la Cina ha aggirato gli ostacoli, la domanda diventa inevitabile: chi ci guadagna davvero da tutto questo? La risposta va cercata non nelle dichiarazioni politiche, ma nei bilanci.

Ci guadagnano i gestori di patrimoni, non i lavoratori. La rilocalizzazione, anche quando funziona, richiede investimenti colossali. Nuove fabbriche, nuove linee di produzione, nuove infrastrutture energetiche per alimentarle, nuovi centri dati per gestirle. Chi finanzia tutto questo? Non lo Stato americano, che è indebitato fino al collo. Lo dice lo stesso Fink nella lettera del 2026: i governi indebitati non possono farcela da soli, servono capitali privati. E stima che l'America ha bisogno di 10mila miliardi di dollari d’investimenti in infrastrutture. Ogni fabbrica riportata in patria, ogni centro dati costruito, ogni impianto energetico potenziato diventa un attivo nel portafoglio di un fondo di investimento. La rilocalizzazione non restituisce la produzione ai lavoratori americani: la restituisce ai fondi che finanziano la costruzione delle fabbriche e ne diventano proprietari. Il lavoratore che ci lavora dentro guadagna uno stipendio. Il fondo che l'ha finanziata guadagna dividendi per decenni. La proprietà cambia continente, ma la dipendenza resta: il lavoratore dipendeva dal padrone cinese, ora dipende dal padrone finanziario americano. Per lui non cambia molto. Per BlackRock cambia tutto.

Ci guadagnano le aziende tecnologiche della difesa. Trump ha promesso di portare la spesa militare americana da mille a millecinquecento miliardi di dollari all'anno. È un aumento del 50%, il più grande dalla Guerra fredda. Ma chi produce i sistemi d'arma che assorbiranno quei miliardi? Le stesse aziende in cui BlackRock è azionista, le stesse aziende che i protetti di Thiel hanno fondato, le stesse aziende a cui il governo Meloni sta aprendo le porte. Leonardo in Italia, Lockheed Martin e Raytheon negli Stati Uniti, Palantir per il software di comando e controllo, Anduril per i sistemi di difesa autonomi. Anduril è stata fondata da Palmer Luckey, un protetto di Thiel che ha ricevuto dal Founders Fund il più grande investimento singolo nella storia del fondo: un miliardo di dollari. Il sistema Maven di Palantir è diventato lo standard del Pentagono. Lo Scudo Missilistico, il progetto Golden Dome, è sviluppato congiuntamente da Palantir e Anduril, e la prima fase costerà 185 miliardi di dollari, il 50% in più della stima originale. Ogni dollaro di aumento nella spesa militare americana transita attraverso questa filiera. La guerra, ancora una volta, è il prodotto. E il prodotto arricchisce chi lo fabbrica.

Ci guadagna chi controlla le rotte, non chi produce le merci. I dazi non eliminano la dipendenza dalla Cina: la rendono più complicata, più costosa e più opaca. Le merci cinesi arrivano comunque negli Stati Uniti, ma passando per Vietnam, Messico, Indonesia, con costi aggiuntivi che ricadono sul consumatore americano e commissioni che arricchiscono gli intermediari finanziari che ristrutturano le catene logistiche. Chi guadagna dalla complessità? Le società di consulenza come Rothschild, che si autodefinisce il principale consulente per le aziende cinesi che investono in Europa. I fondi infrastrutturali come GIP, acquisito da BlackRock, che possiede porti, aeroporti e reti logistiche nel mondo. E chi controlla la connettività satellitare delle nuove rotte commerciali, cioè Musk con Starlink, perché anche un cargo che attraversa l'oceano ha bisogno di comunicazioni sicure, di tracciamento in tempo reale, di coordinamento logistico. Più le rotte sono complicate, più chi possiede le infrastrutture di comunicazione e sorveglianza diventa indispensabile.

Ci guadagna Israele come piattaforma di controllo. Nel nuovo ordine commerciale, dove le catene produttive si allungano e si frammentano attraverso decine di Paesi, la sicurezza dei dati lungo quelle catene diventa una questione critica. Chi verifica che un componente elettronico assemblato in Vietnam con parti cinesi non contenga un programma spia? Chi sorveglia i flussi commerciali per accertarsi che la triangolazione non violi le sanzioni americane? Chi protegge le comunicazioni tra le sedi di un'azienda multinazionale sparsa su tre continenti? Le risposte che Washington offre ai propri alleati sono Palantir e l'ecosistema di sicurezza informatica israeliano. Sono le stesse risposte che Roma ha accettato senza discuterne in Parlamento, come abbiamo documentato nelle pagine precedenti. Israele si posiziona come snodo tecnologico tra il blocco occidentale ristrutturato e il resto del mondo, e la sua industria della sorveglianza diventa l'infrastruttura invisibile su cui il nuovo ordine commerciale si regge.

Feudalesimo tecnologico, non sovranità

La narrazione ufficiale che arriva da Washington dice: prima l'America, rilocalizzazione, autosufficienza, sovranità economica. Sono parole che suonano bene. Evocano un'epoca in cui le fabbriche erano americane, i lavoratori avevano un impiego stabile e il Paese produceva ciò che consumava. Ma la realtà che emerge dai fatti raccontati in questa inchiesta è radicalmente diversa.
Il potere non sta tornando ai lavoratori americani. Non sta tornando alle piccole e medie imprese. Non sta tornando alle comunità manifatturiere che la globalizzazione ha svuotato. Sta tornando, o per meglio dire sta confluendo con una concentrazione senza precedenti, nelle mani dei signori della tecnologia e della finanza che finanziano la ricostruzione industriale, ne costruiscono le infrastrutture, ne scrivono il software di gestione, ne possiedono le piattaforme di comunicazione e ne detengono la proprietà finale. È un modello che somiglia meno al protezionismo del Novecento e più al feudalesimo del Medioevo, con una differenza: al posto della terra c'è la tecnologia, al posto del castello c'è il centro dati, e al posto del signore feudale c'è il fondo d’investimento.
È il modello che Thiel ha teorizzato apertamente nelle sue lezioni e nei suoi scritti: la democrazia e la libertà non sono più compatibili, l'era moderna è finita, il futuro appartiene a un'élite tecnologica capace di imporre ordine al caos. I dazi di Trump non sono il ritorno del protezionismo: sono la leva con cui si ristruttura l'ordine globale a beneficio di chi controlla gli interruttori. Chi ha i satelliti per connettere le nuove fabbriche, cioè Musk. Chi ha il software per sorvegliare le nuove catene produttive, cioè Thiel. Chi ha il capitale per finanziarle, cioè Fink. Chi ha la tecnologia per controllarne i dati, cioè l'ecosistema israeliano.

L'Italia entra in questo schema non come partner, ma come fornitore. Fornitore di risparmi: le famiglie italiane, con i loro quasi 11mila miliardi di euro di ricchezza netta e i loro depositi bancari, finanziano involontariamente il sistema attraverso la progressiva mobilitazione dei propri risparmi verso i mercati finanziari gestiti da questi soggetti. Fornitore di territorio: l'Italia ospita basi NATO, centri dati in costruzione, piattaforme logistiche nel Mediterraneo, una posizione geografica che ne fa la porta d'accesso dell'Occidente verso l'Africa e il Medio Oriente. In cambio, l'Italia riceve contratti secretati, poteri speciali concessi a fondi stranieri sulla propria industria della difesa, e la promessa di una "sicurezza" gestita da soggetti privati su cui il Parlamento italiano non ha diritto di parola, di voto e nemmeno di informazione.
Come ha scritto l'agenzia di informazione latinoamericana NODAL a proposito del rapporto tra Thiel e il presidente argentino Milei, che Thiel ha visitato tre volte nel 2024: "L'ingresso nella rete di Thiel cancella la politica tradizionale promuovendo un ordine basato sulla tecnologia che aumenta l'efficienza ma mette in gioco la sovranità". L'Italia è nello stesso schema, con una differenza che dovrebbe farci riflettere: l'Argentina ha una lunga e dolorosa tradizione di resistenza al Fondo Monetario Internazionale, di rivolte popolari contro le imposizioni finanziarie straniere, di memoria collettiva del prezzo che si paga quando si cede la sovranità economica. L'Italia ha una tradizione diversa, di acquiescenza silenziosa, di cessioni presentate come modernizzazione, di svendite raccontate come opportunità. E forse è proprio per questo che è stata scelta come laboratorio.

Governa chi ha il potere di spegnere l'interruttore. L'Italia di oggi è il Paese che ha consegnato tutti gli interruttori a soggetti esterni. Non perché sia debole in astratto, non perché i suoi cittadini manchino di talento o di risorse, non perché la sua storia non le abbia dato gli strumenti per resistere. Ma perché è il primo Paese del G7 in cui il trasferimento di sovranità è avvenuto su tutti i livelli contemporaneamente: le comunicazioni, l'intelligence, la finanza, l'energia. In tempo di guerra. Senza che il Parlamento ne discutesse. Senza che l'opinione pubblica ne fosse consapevole. E con il consenso attivo del governo in carica.

Durante la visita di Peter Thiel a Roma, nel marzo 2026, per qualche giorno, nella stessa città, si sono confrontate due visioni dell'essere umano e del suo futuro. Da un lato, in un palazzo rinascimentale a porte chiuse, un miliardario americano spiegava a una platea selezionata che le istituzioni sono impotenti e che la salvezza dell'Occidente passa attraverso il dominio tecnologico di un'élite illuminata. Dall'altro, oltre il Tevere, il successore di Pietro preparava un documento in cui avvertiva che "non possiamo permettere che uno strumento così potente come l'intelligenza artificiale rafforzi il paradigma tecnocratico" e che la dignità dell'essere umano non può essere ridotta a un dato da elaborare.
Sono due visioni inconciliabili. E la scelta tra l'una e l'altra non è una questione filosofica per accademici. È la scelta politica più importante del nostro tempo. Perché da quella scelta dipende se i nostri figli vivranno in un sistema efficiente ma servile.

L'Italia non è più un Paese sovrano. È un territorio amministrato. E i suoi cittadini non sono più titolari di diritti. Sono risorse da mobilitare.

È dunque questo il tempo di scegliere da che parte stare. Prima che la scelta venga fatta per noi.

Fine

ARTICOLI CORRELATI

Trump non si ritira: ci arruola

Paypal mafia, l'architettura del potere e il filo Rothschild

Israele: la breccia nella sovranità digitale

Elon Musk e SpaceX: quando un privato controlla il sistema nervoso di uno Stato

Paypalmafia, il tecnofeudalesimo che governa il mondo

''Tigre di carta'': è ora di uscire dalla NATO

Azionisti di guerra: il sistema Trump

  

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos