In uno splendido scenario naturale sulle alture tra Varazze e Cogoleto ospite di una comunità francescana il generale Michele Riccio ha illustrato, di fronte ad un folto pubblico, la sua "La strategia parallela: il progetto occulto di assalto alla Repubblica" scritto con Anna Vinci ed edito nel 2024.
Lucido investigatore nell'arma dei Carabinieri il generale Riccio è stato a lungo collaboratore diretto di Dalla Chiesa sia nella lotta al terrorismo, sia in quella alla mafia e così si è trovato, da protagonista diretto (sarebbe riduttivo scrivere genericamente di "testimone") degli intrecci più oscuri della vita della Repubblica nei cruciali decenni dal 1970 all'inizio del nuovo secolo.
In questa occasione non intendiamo sviluppare un resoconto della serata trascorsa in un baleno anche grazie a intelligenti interlocuzioni da parte del pubblico ma sviluppare piuttosto il tipo di riflessione che l'intervento del generale Riccio ci ha sollecitato, avendo anche avuto chi scrive responsabilità politiche proprio nella fase montante dal terrorismo di tutte le sponde in una situazione particolare come quella ligure, in ispecie tra Genova e Savona.
Principio da un punto che mi permetto di giudicare "chiave": Quali erano gli obiettivi degli epigoni dello “Stato duale” ("La strategia parallela" come definita da Michele Riccio)? Sfruttando l’idea dell’esistenza di un pericolo d’invasione dall’Est fin dagli anni’50 e poi in quelli’60 si pensò a un tentativo di instaurare nel nostro Paese un regime militare sull’esempio greco o turco. Poi l’avanzata delle lotte operaie e studentesche alla fine del decennio e la pressante richiesta di una più ampia democratizzazione del Paese portarono, proprio in coincidenza con piazza della Fontana, all’idea che occorresse arrestare quel flusso, stabilizzando gli equilibri politici italiani all’interno di un quadro moderato secondo l’impostazione sostenuta dai governi degli Stati Uniti, dall’alleanza atlantica e delle loro organizzazioni militari e di spionaggio. L’obiettivo fu conseguito ma si trattò di un obiettivo parziale, di “sostanziale tenuta”. Per “lorsignori” occorreva andare ben oltre. A quel punto, infatti, al momento dell’implosione del sistema e del procedere dell’egemonia del tipo di specie capitalistica (legata a precise istanze presenti nell’enorme processo di finanziarizzazione dell’economia poi definito come “globalizzazione”) insediatosi anche ai vertici della Comunità Europea si è proceduto allo smantellamento della democrazia italiana attraverso vie diverse da quelle terroristiche. Atti terroristici non sono comunque ancora mancati all’interno della lotta/collusione/trattativa fra la criminalità organizzata (che mantiene comunque il controllo di vaste aree del Paese anche attraverso l’infiltramento occulto in vari settori economici) e poteri dello Stato.


Michele Riccio
Non apriamo qui il capitolo del cosiddetto "terrorismo rosso" se non per ricordarne il peso nella vicenda legata al "rapimento Moro" vero spartiacque della vicenda politica italiana: terrorismo rosso al riguardo del quale vale sempre l'interrogativo non risolto dell'affermazione di Rossana Rossanda sull'album di famiglia e il recente intervento del presidente Mattarella sulle origini dalla "Resistenza tradita).
Torniamo però allo "stato duale" e alla "strategia parallela".
La base di riferimento di questo smantellamento della democrazia repubblicana gustata costruita prima di tutto attaccando la sovrastruttura istituzionale così com’era stata concepita con la Costituzione.
Attacco alla Costituzione ben rappresentato dal documento di “Rinascita Nazionale” redatto dalla loggia massonica P2 nel 1975. In realtà a questo punto ci sarebbe da aggiungere un punto di riflessione che fin qui in pochi hanno affrontato. Nel corso del dopoguerra si è tanto parlato di “doppiezza togliattiana” per indicare una sorta di bi-frontismo del PCI, da una parte legato al sistema sovietico e dall’altra in linea con i principi della Costituzione Repubblicana. Tanto è vero che in Italia funzionarono per tanti anni due concezioni di schieramento all’interno del sistema: la prima che delimitava il campo di governo attraverso l’esercizio della “conventio ad excludendum”, l’altra contrassegnata dall’esistenza del cosiddetto “arco costituzionale” formato dai partiti che – appunto – avevano votato il testo della Costituzione alla fine del 1947 e attraverso il quale continuava a esercitarsi una “solidarietà nazionale” riferita ai grandi temi del funzionamento delle istituzioni rappresentative. Ma si è sempre parlato poco di “doppiezza democristiana”: da una parte il partito “democratico”, quello dei “professorini” della sinistra tendente, dopo il centro sinistra, alla “terza fase” morotea e dall’altra il partito “conservatore”, bloccato attorno alle parti più retrive della gerarchia cattolica, all’alta burocrazia di Stato erede diretta di quella fascista, agli alti gradi dell’esercito, alle parti più intransigenti della Confindustria oltre che ai legami con settori dei servizi segreti confinanti anche con parti della criminalità organizzata e pronti a incontrarsi con Gelli all’Excelsior o al Grand Hotel. Tutto frutto della “logica dei blocchi” o da parte della DC dentro ad una logica di conservazione del potere fondato su di un feroce dominio di classe, legame con le parti più oltranziste della politica USA con connessione diretta tra Patto Atlantico e Unione Europea: insomma all’interno della realtà del “regime democristiano” di matrice clericale e conservatore?


Interrogativi che ancora pesano, che ci fanno pensare come lo “stato duale” in realtà fosse direttamente connaturato proprio con il regime democristiano: l’analisi delle vicende legate ai 55 giorni del rapimento Moro, nove anni dopo la strage di Piazza della Fontana, lo dimostra ampiamente sollevando anche il tema del mutamento di quadro rispetto al confronto tra “partito della fermezza” e “partito della trattativa” che caratterizzò a quel tempo la fase politica segnando una faglia decisiva nell’intero sistema politico che ci siamo trascinati fino alla dissoluzione del sistema dei partiti e all'avvento della stagione del maggioritario, della personalizzazione, del progressivo distacco dalla partecipazione politica di grandi masse ulteriormente ingannate dalla "democrazia diretta" e "dall'uno vale uno". Oggi nel momento in cui si indurisce il profilo bipolare in una società inchiodata dalla tecnocrazia, dall'esigenza di transnazionalità dei livelli decisionali, dal potere delle "over the top", dal progressivo disincanto prodotto dall'individualismo competitivo si tratta di non demordere dal “cercare ancora” come ci ha sollecitato Michele Riccio in una serata da ricordare come invito alla riflessione e al non accontentarci delle semplici verità "rivelate" dai media.
Foto di copertina © Paolo Bassani
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