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L’Italia in crescita del 20%. Rete Pace e Disarmo: “Riarmo non ha nulla a che fare con la costruzione della pace"

La spesa militare globale nel 2025 ha raggiunto un nuovo massimo storico, attestandosi a 2.887 miliardi di dollari, rispetto all’anno precedente si tratta di un incremento del 2,9%, reso possibile grazie a un contesto internazionale segnato da diversi conflitti armati, in particolare quello in Medio Oriente. Due Paesi direttamente coinvolti in guerre attive concentrano da soli 132 miliardi di dollari di investimenti in difesa.
I dati, elaborati dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) e anticipati dalla stampa italiana, delineano una significativa tendenza: il rafforzamento degli arsenali procede a ritmi senza precedenti e in questo quadro, anche l’Italia si distingue per un aumento significativo della spesa militare, cresciuta del 20%, mentre l’Europa nel suo complesso guida la corsa globale al riarmo con un incremento medio del 14%.
Gli Stati Uniti registrano una diminuzione del 7,5%. Tuttavia, il dato si riferisce all’amministrazione precedente: per l’anno in corso, il Pentagono sotto la guida del tycoon ha già previsto un bilancio che sfiora i 1.500 miliardi di dollari, destinato a invertire rapidamente la tendenza. In parallelo, emergono con forza le strategie di potenze come Russia e Cina: Mosca ha aumentato il proprio budget militare del 5,9%, raggiungendo i 190 miliardi di dollari, in un’economia sempre più orientata alla produzione bellica a quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Pechino, invece, ha portato la propria spesa a 336 miliardi di dollari, con un incremento del 7,4% e una crescita ininterrotta da oltre trent’anni. La Cina rappresenta ormai il 12% della spesa militare mondiale, seconda solo agli Stati Uniti, che detengono il 33%. Insieme, queste tre potenze concentrano circa il 60% degli investimenti globali in armamenti.
Oltre all’aumento italiano e a quello medio dell’Unione, l’ulteriore accelerata e trainata dai Paesi dell’Europa centrale e occidentale, che registrano un incremento del 16%. Spicca tra questi la Germania, che con 114 miliardi di dollari e un aumento del 24% si colloca al quarto posto mondiale: il ministro della Difesa Boris Pistorius ha dichiarato l’intenzione di rendere Berlino la principale potenza convenzionale europea. Seguono la Polonia (+23%) e, in modo sorprendente, la Spagna guidata da Pedro Sánchez, con un incremento del 50%, il più alto tra i primi quindici Paesi al mondo. Percentuali simili si registrano inoltre in Norvegia e Danimarca, entrambe particolarmente sensibili agli sviluppi del conflitto in Ucraina.
Nel complesso, i 32 Paesi della NATO hanno raggiunto nel 2025 una spesa totale di 1.581 miliardi di dollari, di cui il 35% sostenuto dai membri dell’Unione Europea, pari a 559 miliardi.
Di particolare rilevanza è infine il ruolo dei Paesi direttamente coinvolti nei conflitti: l’Ucraina ha investito 84,1 miliardi di dollari nella difesa, con un aumento del 20% rispetto al 2024, salendo al settimo posto nella classifica globale. Israele ha invece speso 48,3 miliardi di dollari, registrando una lieve flessione del 4,9% ma mantenendo livelli elevati rispetto alla propria storia recente. Nella regione mediorientale, i principali investitori restano Arabia Saudita, Israele e Turchia.
Secondo Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo, l’espansione dei conflitti e il conseguente aumento delle spese militari evidenziano una contraddizione profonda: “Questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro”. Al contrario, il 2026 si apre con un numero di guerre attive ai livelli più alti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Vignarca sottolinea come questo scenario alimenti un circolo vizioso, in cui i conflitti in corso generano ulteriori investimenti militari, senza contribuire alla stabilità globale. Per questo, iniziative come la Global Campaign on Military Spending chiedono ai governi di invertire la rotta: ridurre le spese per gli armamenti, diminuire gli arsenali nucleari e destinare maggiori risorse ai settori sociali e ambientali, rilanciare strumenti come la diplomazia, il multilateralismo e infine una riforma efficace dell’Organizzazione delle Nazioni Unite

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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