Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

ciotti fvg vid

Il grido del presidente di Libera nella sua trasferta a Trieste

Non è un appello, è un grido. In una lotta contro il tempo. Che sembra correre troppo veloce, mentre una gran parte dell’umanità muore sotto le bombe. A gridare forte è don Ciotti. Sono stati due giorni fitti di incontri e dibattiti, fino all’adunata per la pace al Molo Audace; per poi concludersi con una messa in Cattedrale con il vescovo di Trieste Mons. Enrico Trevisi. Ma prima di addentrarci in quella che è stata molto più di una serie di appuntamenti a Trieste, occorre fare un passo indietro. Alla serata di venerdì scorso. A 75 km di distanza da Trieste, a Martignacco (Ud), due attrici straordinarie anticipavano la richiesta di “un altro mondo”. O per meglio dire: “drugan svet / un altri mont”. Molto più che uno spettacolo teatrale recitato in italiano, friulano e sloveno. E’ stato definito “un rito”, nato dall’incontro tra due donne, Aida Talliente e Patrizia Jurinčič Finžgar, una friulana e l’altra slovena. Sono le loro vite “legate in modo affettivo e familiare a quel confine che un tempo separava l’Est dall’Ovest”, un confine che “con la sua ambivalenza diventa simbolo di divisione e di chiusura ma anche di incontro e di slancio verso un altrove”. Partecipare a quel rito che si muove con delicatezza e profondità significa essere accolti in un “luogo di memoria”, in cui Aida e Patrizia “intrecciano la loro storia fino a renderla un’esperienza” capace di coinvolgere tutti. E quello che diviene “un percorso sensoriale ed immersivo” invita realmente “a varcare una soglia e a entrare, per un po’ di tempo, in un altro mondo: quello sognato, sperato, desiderato”. Un messaggio potente. Che si unisce con forza al grido di don Ciotti.
 

Nessuno deve essere lasciato solo

A Trieste si ricorda Carlo Alberto Gioppo Rini a dieci anni dalla sua scomparsa. Ed è la sua vulcanica figlia adottiva, Romana Lubiana Gioppo Rini, della Piccola comunità domestica di via San Francesco, ad aver fortemente voluto questi incontri con don Luigi Ciotti. Incontri che, nella giornata di sabato 18 aprile (mattina e pomeriggio), sono stati moderati dalla giornalista Nadia Pastorcich. Che alla sede di via Filzi dell’Università di Trieste (con il patrocinio del Comune di Trieste), ha introdotto il vescovo, mons. Enrico Trevisi, il sindaco Roberto Dipiazza, il vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Russo e la rettrice dell’università di Trieste Donata Vianelli. Quest’ultima ha riportato l’attenzione sul clima teso respirato dai suoi studenti iraniani e libanesi per via dei conflitti in corso, confermando l’importanza di dare un messaggio di unione in un momento storico come questo.  

Subito dopo è stata l’avvocata Gigliola Bridda, presidente dell’associazione “Si Può Fare”, ad accennare una storia fuori dall'ordinario. Quella di Carlo Alberto Gioppo Rini e della sua scelta nel 2005 di adottare Romana quando quest’ultima aveva 62 anni. L’incontro tra lei e Carlo Alberto segna profondamente le loro vite. Per Carlo Alberto “era impellente fare qualcosa per gli altri seguendo una chiara indicazione: nessuno doveva essere lasciato solo”. Una traccia indelebile che Romana avrebbe ulteriormente seguito negli anni a venire attraverso progetti e iniziative benefiche nel nome di suo padre.

Essere tra i più robusti

In attesa dell’intervento mattutino del fondatore del Gruppo Abele, a raccontare chi è don Ciotti ci pensa la referente di Libera per il Friuli Venezia Giulia, Giuliana Colussi. Per farlo riprende alcuni stralci della splendida prefazione del libro di Toni Mira “Vi auguro di essere eretici” firmata dal cardinale Matteo Zuppi.

“Adesso don Luigi ha il certificato di essere tra i più robusti, come indica il salmo. Ma lo è da parecchio e ha aiutato tanti a essere robusti contro il male e i suoi insidiosi e sempre sorprendenti complici. Robusto perché ha donato forza a chi non ce la faceva più, a chi era guardato con disprezzo e oltre a essere vittima anche giudicato con sospetto, a chi era smarrito, perso nel labirinto del suo cuore e della sua mente perché prigioniero delle dipendenze, a chi aveva paura ma non voleva tradire la giustizia e l'onestà, ma da solo non ce l'avrebbe mai fatta e si sarebbe arreso alla violenza degli arroganti”.
 

La forza di un’immagine

Quando un’immagine possiede una forza comunicativa che va oltre il mero scatto fotografico, diventa essa stessa storia. A ricordarlo è Fabio Repici, un avvocato indomito che da tanti anni difende molti familiari di vittime di mafia. Il racconto di Repici parte dal 1998, quando, fresco di abilitazione alla professione di avvocato, prende parte al processo per l’omicidio di Graziella Campagna come legale della sua famiglia.

L’avvocato siciliano narra di un appuntato dei Carabinieri, Pietro Campagna, fratello di Graziella che lotta contro il depistaggio dei superiori in un contesto di forte isolamento. Ma è proprio durante quel processo tanto osteggiato che la presenza di don Ciotti diviene costante e autentica.

Repici racconta quindi di due fotografie che ha visto a casa di tanti suoi assistiti: Papa Francesco assieme a don Ciotti e poi ancora l’allora Pontefice assieme a Vincenzo Agostino con la sua lunga barba in attesa di giustizia. Immagini potenti che diventano storia.

“Luigi è l'uomo ‘eretico’ capace di stare nel presente – spiega l’avvocato – È riuscito a dare centralità ai familiari delle vittime di mafia. Io sapevo che al processo Campagna potevo avere contro tutto il potere, ma avevo al mio fianco don Ciotti. Così come al processo per l’omicidio di Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio”. 

“Una democrazia priva di verità è una democrazia fittizia”, ribadisce il legale ricordando la figura dell’ex procuratore di Torino Gian Carlo Caselli “che continua a battersi contro la riscrittura della storia della strategia della tensione e delle stragi”. “L’urlo di Luigi di essere ‘eretici’ è una lezione da tenere sempre a mente”, conclude con forza. 
  

ciotti fvg int 1
 
Molo Audace - Trieste © Cautero
 

L’energia del Noi

“Io rappresento un Noi”, chiarisce subito don Luigi nel suo primo intervento davanti a tanta gente e ad alcune classi di studenti delle superiori. Per poi tracciare un filo che unisce la storia del Gruppo Abele a quella di Libera. 

Ho un grande amico qui a Trieste, don Mario Vatta, ci siamo conosciuti a Torino negli anni ‘70 davanti alla stazione con uno striscione sul quale c’era scritto questo slogan “Disadatti delinquenti non si nasce ma si diventa”. All’epoca esistevano 118 carceri per i minorenni. E noi abbiamo affrontato il problema assieme…”. “I primi ragazzi drogati finivano in ospedale psichiatrico secondo la legge dell’epoca, e questa era una sconfitta… Nel ‘73 riuscimmo ad aprire a Torino il primo centro antidroga in via Verdi 53. Si aprì poi il primo coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, arrivò anche don Gallo, e anche padre David Turoldo...  Ma oggi sono più di 1000 le droghe chimiche…”.

Don Luigi racconta quindi che la realtà di Libera nasce in Friuli Venezia Giulia, a Gorizia. 

“Due mesi prima della Strage di Capaci io ero con Giovanni Falcone ad un incontro della Polizia di Stato (organizzata a Gorizia dal sindacato del Siulp, ndr) per affrontare il tema delle dipendenze”. “Con Falcone ci siamo dati una grande stretta di mano, e poi lui mi disse: ‘perché non ci vediamo a Roma per prendere un caffè…’.

Quel 23 maggio del ‘92 ero in Sicilia per tenere un corso per insegnanti sulle dipendenze quando arrivò la notizia della strage. 57 giorni dopo, il 19 luglio, mi trovavo sempre a Palermo, e questi per me erano segni…  Di fronte a tutto quell’orrore ci si chiedeva cosa poter fare di più. Come segno di rispetto, per quanto già facevano a Palermo e in tutta la Sicilia, era importante far prendere coscienza al Paese che la mafia non riguardava solo la Sicilia o la Calabria… E’ in quell’occasione che nasce l'idea di Libera, con tutti i suoi limiti e le sue fragilità”. 

La dipendenza dal gioco d'azzardo, anche da parte dei ragazzini, è il tema successivo. “La criminalità poi li va a cercare quando perdono soldi…”. Poi don Luigi affronta il dramma della crescita dei suicidi dei più giovani, così come dell’aumento esponenziale degli “hikikomori” che sta prendendo sempre più piede nel nostro paese assieme all’uso incontrollato di internet.

“L'omertà uccide la giustizia”, insiste don Ciotti, mentre sottolinea l'importanza del ruolo di Fabio Repici nel difendere i familiari delle vittime di mafia.

Il fondatore del Gruppo Abele ribadisce che la storia di Libera nasce da quel caffè che non ha mai preso con Giovanni Falcone. Ed è il ricordo del dolore sordo della madre dell’agente di scorta di Falcone Antonio Montinaro, quello che gli fa sottolineare quanto sia importante ricordare sempre i nomi di tutti gli agenti di scorta morti assieme a quest’ultimo nelle due stragi del ‘92: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Fabio Li Muli e Claudio Traina.

“Noi un giorno ce ne andremo, ma quella memoria rimarrà viva… La lettura dei nomi di tutte le vittime innocenti delle mafie deve graffiare le coscienze…”. Riferendosi al ruolo della co-presidente di Libera, Francesca Rispoli, don Luigi spiega l’importanza della continuità e del rinnovamento anche nel proprio ambito. “Il nostro compito è accompagnare, l'avvenire è dove noi scegliamo di andare, tocca a noi, non è un destino da attendere, e noi dobbiamo unire le nostre forze”. 

Riprendendo infine il suo appello di alcuni anni fa ad essere “eretici”, don Luigi sottolinea che “oggi è eretico chi studia,  chi si mette in gioco, chi non si rassegna alle ingiustizie, chi ha il coraggio di avere più coraggio”. 
 

La cura degli altri

Nel pomeriggio del sabato è stato il vescovo Enrico Trevisi a introdurre la metafora “dell'angelo travestito da passante che ti salva la vita”. Che si riflette inevitabilmente nell’esistenza di tutti i giorni. “Siamo tutti venuti al mondo per metterci in gioco, per spenderci e prenderci cura di questa umanità”, continua il Presule mentre cita la nota teoria dell’antropologa Margaret Mead sul femore rotto a mo’ di rappresentazione effettiva dell’inizio dell’umanità. 

“Quando incontrate una persona chiedetele: di chi ti prendi cura? Questo è il segno dell'umanità”. 

Mons. Trevisi insiste quindi sull’importanza fondamentale di “dare la verità a chi è colpito dalla tragedia delle mafie”. Ma anche su quanto sia determinante “contaminarci, perché è lì che ci sono delle ricchezze” in quanto “nel fragile Dio si può ancora incontrare”.
 

Formare, ma anche costruire ospedali sotto le bombe

E’ il referente di Libera di Udine, Francesco Cautero, a spiegare la centralità del ruolo della formazione. Che conseguentemente apre la strada alla lotta alla mafia nelle scuole, così da “imparare e crescere insieme”. “Conoscere è fondamentale per la costruzione di libertà e per avere la possibilità di un pensiero critico. Gli strumenti educativi devono essere alla portata di tutti” in quanto “la dimensione dell'educare ci pone davanti a delle sfide”. Ed è la grande importanza dell'incontro tra i ragazzi e i familiari delle vittime di mafia, quella su cui vale la pena puntare.

Citando il libro di Marco Rovelli “Non siamo capolavori”, la prof.ssa Daria Parma sottolinea di seguito “la paura di fallire” di moltissimi adolescenti che spesso dicono di non sentirsi “all’altezza” delle situazioni. “Quanta fragilità c'è in tutto questo… Ma è proprio quando condividiamo la nostra fragilità che scopriamo la nostra forza”. 

A riportare l’attenzione sul dramma della guerra è l’architetto milanese Raul Pantaleo, che dal 2004 collabora con Emergency costruendo ospedali e “curando” con le sue opere le popolazioni colpite dalle guerre. Pantaleo parla di “urbicidio”. Ma anche dell’articolo 18 della Quarta Convenzione di Ginevra. Quello che stabilisce una regola ferrea: durante una guerra gli ospedali civili non possono in nessuna circostanza essere oggetto di attacchi. Poi, però, Pantaleo spiega il pericolo dell’articolo successivo, il 19. Che stabilisce nero su bianco: la protezione speciale degli ospedali civili cessa solo se utilizzati per commettere “atti dannosi al nemico”. Una motivazione la cui strumentalizzazione viaggia a doppia velocità, e che permette di bombardare strutture sanitarie sull’onda di pseudo sospetti in tal senso, ma che copre invece la reale intenzione a volerlo fare a prescindere.

“A Gaza il 94% delle strutture sanitarie sono inutilizzabili. Ma c’è anche più distruzione delle strutture scolastiche. E questo significa impedire alle persone di avere un futuro… E proprio a Gaza il bersaglio delle strutture sanitarie viene appunto legittimato dall'articolo 19. Siamo di fronte ad un generale indebolimento del diritto internazionale: un simbolo della barbarie…”. 

“Le cure gratuite e di eccellenza – sottolinea Pantaleo – sono entrate nel sentire della popolazione come un bene comune. Ma se fino a 15 anni fa ci si sentiva protetti dall'articolo 18, oggi c’è la netta sensazione che non sia più valido, e anche un ospedale civile diventa così un possibile bersaglio.

Dobbiamo quindi lavorare tutti affinché il diritto internazionale torni ad essere centrale contro questa barbarie che sta avanzando”. 
 

ciotti fvg int 2
 
Don Ciotti saluta il sindaco di Trieste al Molo Audace © Cautero


L’essenza della strada

“La strada è stata la grande protagonista, il punto di riferimento: àncora e ancora”. Riprende così, Don Ciotti, nel suo intervento pomeridiano. Questa volta ad ascoltarlo c’è una platea di operatori sociali, tra cui molti educatori, assieme a diversi esponenti di associazioni che operano nel territorio e anche fuori.

“Fragile è la condizione umana – evidenzia don Luigi – Prenderne coscienza fa parte del percorso della vita. Una società forte accoglie la fragilità degli altri. Uniamo le nostre fragilità e così diventiamo una forza. Insieme si crea cooperazione e si diventa quel Noi”.

Don Luigi spiega quindi il significato di vivere da 60 anni all'interno del gruppo Abele. E incalza sull’importanza di obiettare le leggi che nel nome della legalità sono illegali. Leggi che ad esempio infieriscono sui migranti, quelle che aumentano la pena quando a commettere una seconda volta un reato è uno straniero. E tra quelle illegali ci sono appunto le leggi contra personam, come quella di alcuni anni fa che impedì a Gian Carlo Caselli di andare alla Direzione Nazionale Antimafia.

 “Ci sono momenti in cui parlare è un imperativo etico – rimarca con forza – E quando i fatti parlano noi non dobbiamo tacere”. 

Don Ciotti affronta quindi un tema a lui caro che riguarda la Legge 185/1990, che regola l'esportazione e il controllo delle armi in Italia. Da sempre il fondatore di Libera si oppone a quello che reputa uno “svuotamento” dei controlli democratici e della trasparenza finanziaria sulle vendite di armamenti

“È un problema che riguarda tutti”, insiste, ricordando poi che in Italia 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta. C’è anche spazio per parlare di nuove forme di analfabetismo, con il 30% di ragazzi che si perdono per strada. Così come del boomerang del “Decreto Caivano”. “Perché inasprire invece che investire sulle famiglie?”, si chiede don Luigi citando il rivoluzionario metodo educativo pedagogico di don Bosco a metà dell’ottocento. “La scuola autentica deve essere ‘sovversiva’ - sottolinea di seguito –  un’officina di pensiero critico contro i conformismi. Perché educare vuol dire trasformare, la cultura apre le porte del domani. La scuola deve insegnare a pensare, a porsi delle domande e ascoltare le domande dei ragazzi”. “La domanda è la madre del pensiero. Una società che non si interroga e non interroga non è democratica”. 

“Dobbiamo essere anime pensanti e desideranti del cambiamento”, spiega don Ciotti, che poi affronta il nodo delle “periferie esistenziali”, quelle dove il “degrado dei quartieri comunicano a chi ci vive un senso di abbandono. E così la paura diventa rabbia: la città della rabbia, a discapito della città della cura”.

Ed è nella conclusione del suo intervento che il fondatore del Gruppo Abele cita il giurista e filosofo Norberto Bobbio. Parlando di una prospettiva della guerra atomica Bobbio “disse che era necessario prendere posizione benché le possibilità di vincere fossero pochissime”, ricordando che “qualche volta è accaduto che un granello di sabbia ha fermato l’ingranaggio di una macchina”. Parole profetiche, che don Luigi unisce a quelle del teologo David Maria Turoldo quando disse “lo spirito è il vento che non lascia dormire la polvere”. 

“A volte c'è scoraggiamento – riconosce don Luigi – Ma dobbiamo uscire dalla sonnolenza spirituale e diventare granelli di polvere che si affidano al vento, e forse lo spirito si servirà di noi piccoli granelli di sabbia per bloccare questa macchina infernale e costruire la pace”. 
 

Non tacere sugli orrori della guerra

L’appuntamento della domenica mattina è al Molo Audace. Una cornice splendida a due passi da Piazza Unità. Tante persone si stringono attorno al presidente di Libera. Che affronta immediatamente la questione della guerra: “un fallimento della politica e dell’umanità”, ma anche “una resa di fronte al male, una vergogna, una sconfitta”. Cita le parole di Papa Francesco a due giorni dal primo anniversario della sua morte. Ribadisce che la guerra “è una carneficina che disonora chi la compie e chi la tollera. Perché non si può tollerare. Le guerre sono un trittico di morte, un grande affare per le mafie, per i trafficanti di armi, per le multinazionali del petrolio”. “Dobbiamo avere il coraggio di fermare questa corsa folle, di metterci di mezzo, ognuno con il proprio corpo e il proprio cuore, per fermare i creatori dei moderni inferni. L’inerzia va scossa con la forza della presenza, della partecipazione, della passione civile. La pace ha bisogno di ognuno di noi. Non basta avere le mani pulite; possiamo essere formalmente irreprensibili e stare alla finestra mentre il mondo brucia. Ma se abbiamo le mani pulite e le teniamo in tasca, siamo complici dell'indifferenza e dell’ingiustizia che avanza e colpisce duro sempre i più deboli. Nessuna pace è possibile dove dialogano strumenti di morte. La corsa al riarmo vede anche l'Italia protagonista, con moderni aerei ‘affidati’ dalla Leonardo. E allora, tutelando i lavoratori, bisogna che ci sia un cambiamento!”. “Ma dov’è la democrazia, dov’è la politica e dov’è il diritto? Tutto spazzato via! Tocca a noi non cedere alla rassegnazione, non basta più indignarsi solamente. Oggi la metà della popolazione della terra è interessata da una guerra. Il  90% dei morti sono persone civili. Non possiamo non prendere posizioni più forti. Bisogna avere il coraggio di dire che è in atto un genocidio. Ed è in atto anche un ecocidio. E poi ci sono i bambini, vittime innocenti per natura. Come è possibile che 19500 bambini siano stati rapiti dall'Ucraina e portati in Russia? Quelle distese di lenzuoli per coprire i corpi dei bambini sono il segnale estremo che il confine della barbarie è stato oltrepassato. E il silenzio del mondo è il segnale della fine dell'umanità. Bisogna fermare i creatori dei moderni infermi! Questi soprusi ci impongono uno scatto in più!”. Don Ciotti ricorda quindi le parole di don Tonino Bello quando affermava che c’era una malattia da non guarire mai: la malattia della pace. 


ciotti fvg int 3

Nadia Pastorcich, il vescovo di Trieste mons. Enrico Trevisi e don Luigi Ciotti © ACFB


“Dobbiamo lottare per il benessere di tutti. Tacere diventa una colpa. Don Milani diceva che finché c'è fatica c'è speranza. La speranza a volte è un dolore che non si arrende”. Il fondatore del Gruppo Abele spiega infine che in ogni città “c'è una città dentro la città. Quella che fa meno notizia è  quella che ho visto: persone che si impegnano e che rendono vive le nostre città. Uniamo ancora di più le nostre forze per diventare una forza di pace. Dobbiamo viverla fino in fondo. Costi quel che costi!”. Parole vibranti, autentiche, fatte di carne e sangue. Che ritornano poi nell’omelia alla messa celebrata in Cattedrale assieme al Vescovo di Trieste. Perché l’urgenza di essere parte attiva del cambiamento diviene sempre più impellente. 

ARTICOLI CORRELATI

Video don Ciotti al Molo Audace

"Prima di tutto ascoltare". Don Ciotti ospite alla Comunità di via san Francesco
  

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos