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Nel film sull’omicidio di Giulio Regeni il riflesso di un potere criminale

In ambito musicale e cinematografico, il tappeto sonoro è un elemento sonoro continuo, di solito è caratterizzato da quelle che vengono definite “basse variazioni dinamiche”. Ma non deve essere confuso con la classica “musica di sottofondo”, in quanto il tappeto ha essenzialmente una funzione strutturale e psicologica specifica. Nel docufilm sull’omicidio di Giulio Regeni “Tutto il male del mondo”, è Piernicola Di Muro a mettere la firma su quel tappeto.

L’atmosfera cupa e opprimente della morte violenta – dopo indicibili torture subite dal giovane ricercatore friulano – restituisce a livello sonoro l’orrore vissuto da Regeni. Di Muro utilizza spesso i cosiddetti “drones” (suoni continui e profondi) creando così la sensazione di una pressione fisica. Che, senza alcun filtro, rappresenta plasticamente il controllo asfissiante degli apparati di sicurezza egiziani. Molto più che inquietante, è un crescendo esasperato: immobilizza lo spettatore mentre sullo schermo appaiono immagini del Cairo, dei posti dove era stato Giulio Regeni. Quel suono, che entra fin dentro le viscere, racconta con ulteriore incisività quello che non si può vedere. Ma si può solo immaginare attraverso le testimonianze che si susseguono al processo per l’omicidio Regeni che si sta celebrando a Roma davanti alla Corte di Assise presieduta da Paola Roja. Gli imputati sono quattro esponenti dei servizi segreti egiziani: Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato). Un processo a dir poco ostacolato, attorno a cui ruota il film scritto da Emanuele Cava e Matteo Billi, e diretto da Simone Manetti. Che, con sapiente visione interpretativa, attraversa l’arco temporale dell’intera vicenda disseminandolo di prove e gravissimi indizi. Una dettagliata ricostruzione che si snoda attraverso il prezioso lavoro del legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, numerose testimonianze e immagini d’archivio di depistaggi e omissioni. Che in questi dieci anni la famiglia Regeni ha dovuto affrontare nella ricerca spasmodica di arrivare a una verità processuale.

Ed è lo stesso spettatore alla fine del film ad avere gli elementi per comprendere i risvolti e le zone d’ombra di questa storia. Del tutto emblematica di un sistema di potere criminale.
 

Il viaggio del film

Dopo l’anteprima nazionale dello scorso 25 gennaio a Fiumicello (Ud), la città Natale di Giulio, e dopo le prime 3 date nel mese di febbraio, il film, prodotto da Fandango e Ganesh, è tornato in programmazione in diverse sale d’essai e circuiti di qualità. Ma il documentario non si ferma alle sale. Il 31 marzo 2026 al Senato è stata presentata l'iniziativa “Le Università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un’iniziativa per la libertà di ricerca”, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, in collaborazione con la “Fondazione Elena Cattaneo”, Fandango e Ganesh Produzioni. In due mesi di incontri e dibattiti sulla libertà di ricerca, tra aprile e maggio, il film verrà proiettato in 76 atenei italiani e coinvolgerà circa quindicimila persone. E il 5 maggio sarà infine presentato al Parlamento Europeo a Bruxelles.
  

Occhi per vedere

Nome in codice “Delta”, cittadino egiziano, uno dei testimoni chiave. E’ nascosto dietro una cabina nera nell’aula di giustizia. “Ho sentito quando Giulio Regeni veniva torturato, si lamentava e parlava in arabo. Ricordo che lo vidi per la prima volta nel commissariato Dokki, eravamo stati arrestati entrambi il 25 gennaio del 2016. Lui chiedeva di potere parlare con un avvocato e con l’Ambasciata”. Le sue parole ci portano per mano nell’inferno che il ricercatore italiano ha vissuto. Un inferno che torna poi nel video di un ex detenuto palestinese, trasmesso tempo fa da Al Jazeera e riproposto in aula. “Ho visto Giulio il 29 gennaio 2016, tra il pomeriggio e la sera, mentre usciva dalla palazzina del carcere e dalla palazzina dove sono le celle. Passando nel corridoio, diretto al luogo dove avveniva l’interrogatorio. C’erano anche ufficiali che non avevo mai visto prima. Giulio era ammanettato con le mani indietro, con gli occhi bendati. Era a circa 5 metri da me. Indossava una maglietta bianca, pantaloni larghi e blu scuro”. E ancora: “Insistevano molto con la domanda a Giulio: ‘Dove hai imparato a superare le tecniche per affrontare l’interrogatorio’. Ricordo più volte questo interrogativo, pure in dialetto egiziano. Non so se Giulio ha risposto, ma insistevano molto su questo punto, erano nervosi. Usavano la scossa elettrica e lo torturavano”.
 

Tutto il male del mondo

E’ la frase di Paola Deffendi, la madre di Giulio, quella che dà il titolo al film. Ed è quello il frame rimasto nell’immaginario collettivo: il momento in cui all’obitorio di Roma ha visto il corpo di suo figlio. “Ho visto sul volto di Giulio tutto il male del mondo. Non l’ho riconosciuto subito, ho dovuto guardargli la punta del naso per essere sicura che fosse lui. Era diventato piccolo piccolo, consumato dalle torture”. Assieme a suo marito Claudio dichiara in aula di aver fatto una promessa sul corpo di Giulio: non smettere mai di lottare finché i responsabili non saranno condannati.

Vibra ancora forte la loro denuncia sulla solitudine istituzionale provata in alcuni momenti. Ma anche la netta e inequivocabile sensazione che gli interessi economici tra Italia ed Egitto stessero prevalendo sulla richiesta di giustizia.

Dal canto suo Claudio Regeni sottolinea quanto sia stato umiliante il tentativo delle autorità egiziane di infangare la memoria di Giulio dopo il ritrovamento. “Non volevano solo ucciderlo, volevano distruggere la sua immagine di studioso serio e onesto per giustificare quello che gli avevano fatto”.
 

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Il tradimento

Per l’avvocata Ballerini si tratta di una delle prove più importanti. E’ il video girato da Mohammed Abdallah, capo del sindacato autonomo degli ambulanti del Cairo. Il girato integrale dura circa due ore (di cui 45 minuti di effettivo dialogo con Giulio), non si tratta solo una registrazione, ma bensì della prova materiale di una vera e propria operazione di spionaggio orchestrata dai servizi segreti egiziani (National Security) ai danni del ricercatore.

Un video che evidentemente non è stato girato con un cellulare, ma con una microcamera nascosta tra i bottoni della camicia o nella borsa di Abdallah, fornita direttamente dalla polizia egiziana. Secondo la ricostruzione è la chiara dimostrazione che Giulio fosse già sotto stretta sorveglianza e che Abdallah agiva come un informatore pagato, o ricattato, dai servizi.

A un certo punto nel video si sente chiaramente il sindacalista che cerca di incastrare Giulio chiedendogli denaro per fini personali. Regeni rifiuta categoricamente: “Il denaro non è mio. Io sono un accademico, sono qui solo per la ricerca. Quei soldi appartengono a una fondazione britannica (la Antipode) e servono per progetti di sviluppo del sindacato, non per individui”. Giulio chiarisce ulteriormente che il suo ruolo è meramente scientifico e che ogni finanziamento deve passare per vie ufficiali e trasparenti.

Abdallah cerca ripetutamente di spingere Giulio su argomenti scivolosi, parlando di mobilitazioni e di rischi politici, arrivando anche a velate minacce: “Bisogna stare attenti a parlare di queste cose perché si finisce in galera”. Ma Regeni non cede alla provocazione. Parla del sindacato come di un’istituzione che deve comprendere le proprie necessità per crescere. Non trapela mai una volontà di Giulio di organizzare rivolte o atti contro il regime.

La parte più inquietante del video è quella che segue l’incontro con Giulio. Nel momento stesso che si allontana, Abdallah chiama immediatamente uno degli ufficiali della National Security (identificato come uno degli imputati nel processo). Nella telefonata, Abdallah appare alquanto ansioso e dice: “Ho parlato con il ragazzo, ho paura che il video possa cancellarsi. Ditemi cosa devo fare, vengo da voi”. Per gli investigatori si tratta della cristallizzazione del coinvolgimento dei servizi. E del tradimento di Abdallah.
 

Testimoni eccellenti

Uno dopo l’altro sfilano coloro che all’epoca del rapimento di Giulio Regeni ricoprivano ruoli istituzionali importanti. Tra questi c’è anche Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e sottosegretario con delega all’Intelligence. Minniti parla della “paranoia” del regime attribuendo l’omicidio alla natura stessa degli apparati di sicurezza egiziani: “L’Egitto è un regime autoritario e la sorte di Giulio è stata decisa dalla paranoia di questo regime”. Per poi concludere in maniera tranciante: “Giulio non era una spia”. Argomentazione confermata dall’ex direttore dell’AISE (i servizi segreti esterni italiani), Alberto Manenti. Che riferisce un dato oggettivo: subito dopo la scomparsa e il ritrovamento del corpo di Regeni, l'AISE contatta gli omologhi inglesi (MI6) per verificare se Giulio fosse un loro agente. La risposta ufficiale e formale del Regno Unito è immediatamente negativa.

Manenti sottolinea che l’Egitto ha agito sulla base di un sospetto infondato. Secondo l’ex capo dell'AISE, gli egiziani pensavano che Giulio stesse raccogliendo informazioni per conto di Londra per destabilizzare il regime attraverso i movimenti sindacali.
 

L’allarme dell’ambasciatore

 “Vidi sul corpo evidenti segni di torture. Notai ematomi, segni di percosse, bruciature di sigarette e tagli. Il volto era tumefatto e c’erano ferite che coprivano tutto il corpo, incluse dita rotte e denti spezzati”. Sono parole dell’ex ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari. Che descrive con estrema precisione il momento in cui vide il corpo di Giulio Regeni all’obitorio del Cairo, sottolineando che i segni delle violenze erano inequivocabili. Dichiarazioni che smentiscono ufficialmente le prime versioni delle autorità egiziane, che avevano tentato di attribuire la morte a un incidente stradale, o a una rapina finita male.

Massari riferisce che, mentre Al-Sisi parlava durante l’incontro con l’allora ministra dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, il corpo di Giulio era già stato ritrovato in un fosso sulla strada Cairo-Alessandria. Ma la notizia del ritrovamento, lui l’aveva ricevuta solo a incontro terminato, e questo appariva come un depistaggio, o un atto di sfida delle autorità locali.

L’aria che si respirava nei giorni del quinto anniversario della rivoluzione di Piazza Tahrir era pesantissima e l’ex ambasciatore lo ricorda bene. Dopo il ritrovamento del corpo di Regeni, alla luce dell’ostruzionismo dell’Egitto e come presa di posizione politica, l’allora premier Matteo Renzi lo aveva richiamato a Roma.
 

La conferma dell’ex ministra

L’ex Ministra dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, conferma in aula che il Presidente Al-Sisi la rassicurò personalmente, promettendo che si sarebbe occupato del caso e che avrebbe dato ordini tassativi per ritrovarlo. Ma mentre Al-Sisi le garantiva il massimo impegno, il corpo di Giulio era già stato ritrovato in un fosso. La ministra racconta di aver percepito quella rassicurazione come una tragica messinscena.


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Paola Deffendi e Claudio Regeni, genitori di Giulio © Imagoeconomica
  

L’analisi del medico legale

E’ la conferma di quel “male” di cui parlava Paola Deffendi: Giulio ha subìto diverse torture tra cui pugni, calci, bruciature, bastonate sui piedi e ammanettamento di polsi e caviglie. A dirlo è il medico legale, Vittorio Finceschi, consulente della Procura di Roma. Il 6 febbraio del 2016 il dott. Finceschi effettua l’autopsia sul corpo del ricercatore italiano. Nel corso del suo intervento Fineschi spiega che sul corpo di Regeni “abbiamo riscontrato quasi tutte le torture messe in atto in Egitto e descritte nella letteratura scientifica egiziana: pugni, calci, uso di mazze, bruciature”.

Il medico sottolinea quindi che si trattava di segni di ustioni provocate probabilmente da oggetti metallici roventi e bruciature di sigaretta. Parla anche di fratture multiple: oltre alle dita delle mani e dei piedi, Giulio presentava fratture alle scapole, alle braccia e ai denti. Così come scritte sul corpo: Fineschi conferma inoltre la presenza di “segni alfabetiformi” (tagli a forma di lettere o simboli) incisi sulla pelle con una lama, una pratica spesso associata ai metodi di tortura delle forze di sicurezza egiziane. In conclusione il professore riferisce che il corpo era stato consegnato in condizioni che rendevano l’analisi complessa (anche a causa dei trattamenti conservativi fatti in Egitto), ma che la violenza subita era talmente profonda da essere ancora perfettamente leggibile:

“Abbiamo trovato tracce di emorragie interne ovunque. Non c'è stata una parte del corpo che sia stata risparmiata”. Con tanto di utilizzo di un pettine chiodato che ha infierito pesantemente. La causa del decesso si riscontra quindi nella frattura dell’osso epistrofeo (la seconda vertebra cervicale). Che non è stata causata da una caduta o da un incidente, ma da una violenta sollecitazione del collo, probabilmente un colpo o una rotazione estrema, che ha provocato un’acuta insufficienza respiratoria.
 

La banda criminale

Secondo la ricostruzione del pm Sergio Colaiocco il dato che emerge durante il processo è allarmante: prima ancora che venissero ritrovati “ufficialmente”, i documenti di Giulio Regeni erano già nelle mani di un colonnello della polizia investigativa del Cairo, prima della perquisizione del 24 marzo del 2016 nella casa dei “rapinatori”. Che guarda caso erano stati uccisi in modo decisamente anomalo in un posto di blocco. E’ l’inganno legato alla cosiddetta “banda criminale”, sulla quale, secondo la Procura, l’Egitto aveva cercato di scaricare le responsabilità della morte del ricercatore italiano depistando clamorosamente. Nel film di Manetti vengono riportate anche le dichiarazioni dei periti che si sono occupati dell’esame (dell’esame) e dell’attività di recupero dei filmati dell’apparato di videosorveglianza della metropolitana del Cairo. I due consulenti dichiarano che c’è stato un “buco temporale di circa 18 minuti per quanto riguarda le immagini e di circa 20 minuti per quanto riguarda i video, registrati dalle telecamere della stazione metropolitana al Cairo”, proprio quando Giulio Regeni, il 25 gennaio 2016, sarebbe dovuto passare di lì ancora vivo. Le indagini successive all’omicidio di Giulio Regeni dimostrano come l’ultima volta che il cellulare di Giulio Regeni aggancia una cella telefonica, attraverso una connessione dati, è alle 19.51 del 25 gennaio 2016, in corrispondenza della stazione di Dokki della metropolitana. Ma come hanno ricostruito i due consulenti ascoltati “dalle 19:49 alle 20:08 non ci sono immagini, né file video visibili”.
 

Un pugno di mosche

E’ il colonnello Onofrio Panebianco, già comandante del reparto anticrimine del Ros e responsabile degli investigatori che hanno operato al Cairo, a far emergere che alcuni oggetti, come il portafogli, porta occhiali e auricolare, trovati nell’appartamento dei “rapinatori” e consegnati nel 2020 agli inquirenti italiani, non appartenevano in realtà a Giulio. “Ci ritrovammo con un pugno di mosche”, spiega lo stesso Panebianco, ricordando pure come “dai dati acquisiti sul colonnello che aveva diretto la perquisizione, eseguita dopo la sparatoria, abbiamo scoperto che questo ufficiale era legato da relazioni telefoniche con il colonnello che risulta essere la figura centrale nella ricerca informativa delle autorità del Cairo su Giulio Regeni quando lui era ancora in vita”. In sintesi: “le ricostruzioni che ci fornivano le autorità egiziane erano incompatibili”. Elementi e analisi che spinsero Panebianco e gli inquirenti italiani a pensare che “tutta l’operazione, la sparatoria, la perquisizione, il ritrovamento dei documenti, i contatti che esistevano, fosse in realtà qualcosa di adattato per l’esigenza di attribuire la morte di Giulio a qualcun altro che non fossero gli apparati di Intelligence egiziani”.
 

Un processo

“Se questo processo c’è, è merito di questa famiglia, della magistratura e del fatto che viviamo in democrazia dove c’è ancora una separazione dei poteri, cosa che in Egitto non c’è”, ha spiegato recentemente l’avvocata Ballerini all’Università degli studi di Milano in occasione della presentazione del film. L’Egitto “checché ne dica il nostro governo e l’Unione Europea, non è un paese sicuro – ha ribadito Ballerini – non lo era per Giulio, non lo è per gli egiziani che fanno la fine di Giulio ogni giorno e non lo è per tutti noi”. “Chi dice che l’Egitto sta collaborando, sta mentendo – ha sottolineato – Non solo non hanno mai collaborato ma hanno scritto e ripetuto che non collaboreranno mai perché loro disconoscono questo processo”.
 

Il mancato finanziamento

La notizia rimbalza su tutte le agenzie: la Commissione selettiva ha escluso il film “Tutto il male del mondo” dai contributi del Ministero della Cultura (MIC) in favore – tra le altre opere – di una produzione sulla vita di Gigi D’Alessio. “A queste ingiustizie ci siamo abituati da dieci anni”, è stato il laconico commento della madre di Giulio Regeni.
 

L’incontro tra Piantedosi e il suo omologo egiziano

E’ stato un incontro quanto meno inopportuno, quello avvenuto al Viminale lo scorso 29 gennaio, nei giorni del decennale dell’omicidio di Giulio Regeni, tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il suo omologo egiziano Mahmoud Tawfik. Che è stato accolto con tutti gli onori, con tanto di comunicato stampa in cui si parla di “dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”. Ed è sempre l’avvocata della famiglia Regeni, in occasione della presentazione del film a Roma, a considerare inaccettabile quel vertice. “Ricostruire la verità, nonostante l’ostruzionismo, i depistaggi dell’Egitto, l’arroganza e la cialtroneria del regime di Al Sisi, sopportata anche dal nostro governo, non è stato facile. Tutto il male che si è accanito su Giulio Regeni continua ancora oggi, ogni volta che in udienza viene rievocata la parola ‘tortura’. E continua per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce sul proprio corpo, nella assoluta impunità. Con il processo e con questo documentario vogliamo ristabilire che i diritti umani fondamentali sono inviolabili, che esiste un divieto di tortura universale”. Per questo motivo, ribadisce Ballerini, “questo dovrebbe far sì che non avvengano fatti come quelli avvenuti oggi, che il ministro dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi complimenti per la collaborazione, per fermare l’immigrazione che viene da un paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio e che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”. Evidentemente tutto questo il Governo Meloni non lo vede. O non lo vuole vedere.

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