Mentre il tycoon si dice pronto a volare in Pakistan “se si raggiungerà un accordo con l’Iran”, i movimenti militari raccontano di una nuova escalation in vista
Sembra di assistere ad una calma prima della tempesta ricca di folclore e improbabili promesse. I media diffondono un clima di ottimismo con Donald Trump che, parlando sul prato della Casa Bianca, afferma come potrebbe recarsi in Pakistan se si raggiungesse un accordo con l’Iran. Il messaggio ufficiale è quello di un presidente proiettato verso la pace, pronto a farsi fotografare a Islamabad come garante di una nuova stabilità regionale.
“Se si raggiungerà un accordo a Islamabad, potrei andare…Mi vogliono”, ha dichiarato, come se non fosse l’America ad aver subito una clamorosa sconfitta strategica in oltre un mese di guerra senza che abbia raggiunto nessuno dei suoi obiettivi volti ad un cambio di regime.
Secondo il racconto presidenziale, Teheran avrebbe accettato di rinunciare a quell’uranio, un’affermazione non supportata da prove pubbliche e smentita, nei fatti, dall’insistenza iraniana nel rivendicare il diritto all’arricchimento.
La tregua che non ferma la guerra: Libano, Iran e il fronte che rimane aperto
Ad inserirsi nel quadro di un momento di svolta, c’è l’annuncio di un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano sul terreno il linguaggio è tutt’altro che quello della de‑escalation.
Da Washington, il cessate il fuoco viene presentato come il preludio a un accordo più ampio, potenzialmente in grado di riaprire lo Stretto di Hormuz e alleggerire il più grave shock energetico degli ultimi decenni, che ha costretto il Fondo Monetario Internazionale a rivedere al ribasso le previsioni di crescita globale.
Un osservatore da Washington, Alan Fisher, riassume così il momento: la tregua in Libano “potrebbe aprire la strada a un accordo più ampio con Stati Uniti, Israele e Iran”, ma arriva solo dopo che Teheran aveva posto il cessate il fuoco su Beirut come condizione minima per impegnarsi in colloqui con gli Stati Uniti.
Eppure, mentre si parla di pace, Benjamin Netanyahu chiarisce che Tel Aviv non si ritirerà dal Libano meridionale, promettendo di mantenere una “ampia zona di sicurezza” fino al confine siriano. “Israele non ha accettato la richiesta di Hezbollah di ritirare le sue forze dal Libano meridionale fino al confine internazionale”, afferma in un messaggio video.
Il risultato è una tregua mutilata: una sospensione parziale della violenza che non smantella l’assetto di occupazione, né riduce realmente i rischi di escalation, in un contesto in cui Hezbollah avverte che qualsiasi cessate il fuoco non può tradursi nella libertà di movimento delle forze israeliane all’interno del Libano.
Il fronte iraniano: sospetto, propaganda e memoria del JCPOA
Da Teheran, la narrazione della Casa Bianca viene percepita come una “spinta mediatica” utile più ai mercati che alla diplomazia.
Una piattaforma vicina al ministero degli Esteri iraniano descrive così la situazione ad Al Jaazera: la campagna comunicativa statunitense è “una manovra tattica di pubbliche relazioni volta a calmare i mercati e a proteggere Trump dalle crescenti pressioni, piuttosto che il riflesso di reali progressi”.
Le dichiarazioni provenienti da fonti iraniane sottolineano un livello di sfiducia mai così alto: ai messaggi positivi trasmessi dai mediatori si affiancano le parole contraddittorie di Washington su dossier chiave come l’arricchimento dell’uranio, alimentando la percezione che gli Stati Uniti stiano giocando su due tavoli, quello delle rassicurazioni e quello delle minacce.
Sul piano politico interno, pesa ancora il ricordo del JCPOA, considerato a Teheran la prova che un accordo vincolante non è bastato a proteggere il Paese dal ritorno delle sanzioni e dal cambio di linea della Casa Bianca.
L’analista Mohamad Elmasry, citato da Al Jazeera, ricorda che “hanno già sottoscritto un accordo molto rigido, il JCPOA, che avrebbe impedito loro di dotarsi di una bomba nucleare”, e mette in dubbio la possibilità che Trump possa tornare davanti all’elettorato rivendicando una “versione migliorata” di quello stesso accordo dopo una guerra costata miliardi di dollari e un grave danno reputazionale.
“Come può allora tornare dal popolo americano e dire: ‘Ecco perché siamo tornati in guerra, solo per ottenere il JCPOA o forse una versione leggermente migliorata’?”, si chiede Elmasry, lasciando intendere che il sistema di incentivi punti più alla prosecuzione del conflitto che alla sua vera conclusione. “Potremmo ancora trovarci di fronte a ulteriori conflitti e scontri”, aggiunge.
Il paradosso nasce dal fatto che, dopo il fallimento dei negoziati in Pakistan, Trump ha alzato le richieste verso Teheran chiedendo il 100% delle concessioni — e non il 95% — come condizione per la pace, imponendo, di fatto, la resa incondizionata dell’Iran. Washington pretende la cessione del controllo sullo Stretto di Hormuz, la fine dell’arricchimento dell’uranio interno e il trasferimento all’estero del materiale già arricchito al 60%, superando di molto i limiti del JCPOA del 2015. Fino al 28 febbraio, vigilia dell’inizio del conflitto, Teheran aveva mostrato flessibilità, accettando di ridurre l’accumulo di uranio sul suolo nazionale e offrendo condizioni persino più restrittive di quelle del precedente accordo. Tuttavia, la Casa Bianca ha ignorato queste proposte, optando per la pressione militare e le sanzioni, nonostante l’AIEA confermasse che nel 2018 l’Iran rispettava pienamente gli impegni. Ora, pretendere condizioni più dure da un Iran bombardato e sotto blocco navale significa esigere l’impossibile sul piano politico interno con gli oltre 270 miliardi di dollari di danni causati dagli attacchi Usa-Israele. Per Teheran, l’idea delle “100% concessioni” equivale a un tentativo di cambio di regime mascherato, dopo anni di trattative rigettate e di fiducia azzerata nella parola americana.
I movimenti militari che parlano di un nuovo attacco imminente
Ed ecco che se a parole si sbandiera il cessate il fuoco, i movimenti delle truppe raccontano un’altra storia.
Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti stanno incrementando la loro presenza militare in Medio Oriente con circa 10.000 soldati aggiuntivi, portando il totale a circa 60.000 effettivi nella regione, accompagnati dalla portaerei George Bush, dalla nave d’assalto anfibio Boxer con 2.500 marines e da unità dell’82ª Divisione aviotrasportata.
L’arrivo di queste forze nel Mar Arabico è previsto proprio in concomitanza con la scadenza del cessate il fuoco di due settimane, che il Pentagono descrive come una finestra per “ampliare le opzioni militari” nel caso in cui i negoziati con l’Iran fallissero.
In parallelo, fonti militari citate dall’analista Daniel Davis parlano di piani già in elaborazione per una “massiccia campagna di bombardamenti concentrati in Iran al termine del cessate il fuoco”, mentre un rafforzamento militare durante la tregua viene interpretato come indizio che questa possa essere “una copertura per un’operazione di vasta portata in arrivo”.
Robert Pape, politologo statunitense, è ancora più diretto: “Non siamo sulla strada della pace”. Nonostante il cessate il fuoco, sottolinea, le truppe americane si stanno spostando in Medio Oriente senza alcun ritiro significativo dalla regione. “La guerra con l’Iran non è finita, si sta solo espandendo a macchia d’olio, e ciò che esce dalla Casa Bianca è solo rumore di fondo”.
L’ombrello israeliano: sudditanza strategica e Hormuz come leva
Sul piano politico, la stretta alleanza con Israele rappresenta uno degli elementi più rivelatori della vera direzione della strategia americana.
In una conferenza stampa congiunta, l’ammiraglio del Comando Centrale USA, Brad Cooper, ribadisce il “coordinamento stretto” con il capo della difesa israeliano Eyal Zamir “per assicurare che le due parti rimangano allineate nella loro guerra contro l’Iran”.
Netanyahu, da parte sua, ha vantato spudoratamente nei giorni scorsi di aver “parlato con il vicepresidente JD Vance. Mi ha riferito in dettaglio, come fanno tutti i membri di questa amministrazione ogni giorno”, lasciando intendere che il flusso di informazioni e decisioni tra Washington e Tel Aviv è quotidiano e capillare, soprattutto sui dossier più sensibili.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, nel frattempo, lancia ammonimenti di fuoco: “Vi stiamo osservando”, dice rivolto a Teheran, ribadendo che gli Stati Uniti monitorano “ogni azione sul terreno e sul mare” e sono pronti a “riprendere i combattimenti” se l’Iran dovesse rifiutare un accordo.
“La Marina degli Stati Uniti controlla lo Stretto di Hormuz”, afferma, aggiungendo che “l’Iran non possiede più una marina militare effettiva” e che il blocco navale resterà in vigore “finché sarà ritenuto necessario”.
Eppure i dati raccolti da TankerTrackers e ripresi da Al Jazeera raccontano un’altra realtà: l’Iran avrebbe esportato 9 milioni di barili di petrolio dal Golfo dell’Oman dall’inizio del blocco, con altri 2 milioni partiti tre giorni fa, mentre 14 petroliere e numerose altre navi – molte delle quali sanzionate o legate a compagnie iraniane, cinesi ed emiratine – avrebbero attraversato lo Stretto di Hormuz nonostante le dichiarazioni del Comando Centrale secondo cui nessuna imbarcazione sarebbe riuscita a superare le forze statunitensi nelle prime 48 ore.
Questo scarto tra retorica e realtà indebolisce l’immagine di un controllo totale americano e suggerisce che il blocco di Hormuz, più che uno strumento assoluto di interdizione, funzioni come leva politica per tenere gli alleati in allarme e gli avversari sotto pressione.
Il ruolo silenzioso dell’Italia nella logistica di una guerra annunciata
Il contributo italiano alla postura militare statunitense passa quasi sotto silenzio nel dibattito pubblico, ma è tutt’altro che marginale nella catena logistica.
Dal 27 marzo al 13 aprile, almeno 23 voli cargo C‑130J‑30 Hercules della US Air Force – o comunque statunitensi – sono decollati dalla base di Aviano verso Fairford, nel Regno Unito, una base dotata di pista sufficiente a ospitare tutti e tre i principali bombardieri a lungo raggio degli Stati Uniti: B‑1, B‑2 e B‑52, entrambi già avvistati da quando sono iniziate le operazioni in Medio Oriente il 28 febbraio.
“Gli aerei C‑130 sono cargo più piccoli dei C‑5: i C‑5 possono trasportare equipaggiamento molto più pesante”, osserva un analista militare parlando al Fatto Quotidiano, sottolineando che il numero dei voli “indica un build up”, cioè un ammassamento di forze e infrastrutture prima del loro impiego.
“Non dimentichiamoci che quello in corso è solo un cessate il fuoco, non è una cessazione delle ostilità, e questo non preclude che i voli continuino ad ammassare forze e infrastrutture di supporto”, aggiunge. È il quadro logistico di una guerra che potrebbe riprendere con maggiore intensità, non di un conflitto in via di chiusura.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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